20/09/2010stampa articolo
In Libano, la segregazione Ť di casa



La storia di trentacinque anni di migrazione femminile, di migialia di donne in cerca di lavoro che rimangono prigioniere nelle belle case di Beirut

Da Beirut,
Valeria Barbi per PeaceReporter

Se vivi a Beirut in quello che la Bibbia dei turisti occidentali descrive come "l'incantevole quartiere di Ashrafieh", è probabile che almeno una volta a settimana ti rechi da Misk, la pasticceria di Sassine Square dove i camerieri sono tutti gentili, sorridenti e vestiti di rosa, mentre la maggior parte dei clienti è maleducata, firmata da capo a piedi e che spesso reca i segni evidenti dell'ultimo intervento del chirurgo plastico, ultima moda a Beirut che ha fatto irruzione allo Sporting Club vicino alle Pidgeon Rocks e sulle spiagge sulla strada che dalla capitale porta a Tripoli.

In quelle stesse spiagge e in quello stesso centro sportivo quest'estate è stato vietato l'ingresso alle donne di servizio afro-asiatiche che le donne libanesi, ricche o meno che siano, assumono e amano travestire da bamboline schiave: tutte con la loro divisa azzurra, verde o rosa, spersonalizzate e pronte a lavorare senza parlare.

Le vedi sgambettare per strada con la spesa, al mattino, e la sera si fanno trascinare da uno dei rari cani che vivono Beirut il più delle volte di razza Husky. Ti chiedi se anche loro entreranno nella macabra classifica che dal 1 gennaio al 15 agosto 2008 ha registrato 98 suicidi riconducibili a maltrattamenti, abusi fisici e verbali, segregazione, privazione del cibo. Oppure se anche qualcuna di loro finirà in ospedale a farsi togliere i chiodi piantatigli in corpo dalla loro  padrona.

Padre Martin Mc Dermott è il coordinatore del Commitee on Pastoral Care of Afro-Asian Migrant Workers (Pcaam) e da anni lavora per garantire un sostegno psicologico e legale a coloro che si recano in Libano per lavorare. "A rendere il Libano un Paese aperto ad accogliere migliaia di lavoratori migranti - mi spiega Padre Mc Dermott - è stata una serie di concause tra cui l'estrema povertà dei Paesi d'origine e l'attività senza scrupoli delle agenzie di collocamento".

La migrazione di lavoratori da Filippine e Sri Lanka è iniziata nel corso della Guerra Libanese (1975 - 1990), periodo in cui l'anarchia che regnava nelle istituzioni ha permesso alle agenzie di dettare le proprie regole e i formulare contratti che spesso prevedevano pene corporali, segregazione e privazione del cibo per i lavoratori che non rispondevano alle aspettative dei responsabili. "Per soddisfare i desideri delle famiglie che richiedono domestiche che non siano nelle condizioni di richiedere protezione diplomatica, molte agenzie offrono "merce umana" proveniente dal Nepal".

Infatti, le ragazze che cercano di recarsi in Libano con la speranza di una vita migliore, sono costrette a passare attraverso il confine indiano per scampare al divieto imposto dal Governo Nepalese di recarsi nel Paese dei Cedri per cercare lavoro. Una volta in India le varie agenzie di collocamento le invitano a firmare un contratto apparentemente soddisfacente, e le inviano in Libano dove nessuna ambasciata sarà disposta a proteggerle e legate da un nuovo contratto scritto in una lingua che noncomprendono.

Il 31 gennaio 2009 dopo anni di pressioni da parte delle Ong locali e internazionali, il ministero del Lavoro ha stabilito un contratto a tutela dei domestici di tutte le nazionalità. Un gran passo avanti, se non fosse che tutte le copie depositate negli uffici notarili e nelle agenzie di collocamento sono scritte in lingua araba e per questo facilmente modificabili dai datori di lavoro, e dagli intermediari, che fissano il nuovo stipendio in 100-150 dollari al mese, senza possibilità alcuna per i lavoranti di far valere i propri diritti.

Le agenzie, spesso,  obbligano le governanti a firmare un ulteriore contratto che le priva, a loro vantaggio, dei primi 3 mesi di stipendio. La situazione sfiora l'assurdo se poi si cercano informazioni su come le governanti vengono trattate all'interno del nucleo familiare che si suppone debba accoglierle e garantire loro un posto dove alloggiare e provvedere alla regolarizzazione della loro posizione in Libano.

Si contano a decine le storie di donne a cui le famiglie ospitanti hanno portato via i documenti per evitare una loro fuga o il rimpatrio nel Paese d'origine allo scadere del contratto d'assunzione, che avviene normalmente dopo 2 anni. Molte di loro vengono rinchiuse in casa per evitare che escano anche solo a fare due passi nell'unico giorno libero che dovrebbe essere loro garantito. La scusa? "Lì fuori è pericoloso. Non vorrei che le accadesse qualcosa" è la risposta che i più danno a Padre Mc Dermott quando chiede spiegazioni. La stessa motivazione viene poi utilizzata per giustificare il mancato pagamento dello stipendio. Difatti, molti dei "padroni" evitano di versare la busta paga "garantita" dal contratto nazionale di assunzione dicendo che i soldi sono molto più al sicuro se rimangono chiusi nella cassaforte di famiglia, con i documenti sequestrati in precedenza: "Chiedimeli pure quando ne hai bisogno per andare a fare due passi o prendere un caffè". Cioè, mai.

In Libano si racconta la storia di trentacinque anni di migrazioni in cui generazioni di donne hanno raggiunto le sponde del Mediterraneo senza poter mai più ritornare dalle loro famiglie. È l'ennesima tragedia di questo Paese che rimane inosservata e se ti sforzi di cercare spiegazioni l'unica risposta è quella di un tassista che ti dice: "Madamoiselle, c'est le Liban".

 

Parole chiave: schiavitý, migrazioni
Categoria: Diritti, Donne, Migranti
Luogo: Libano