Nicaragua
Bandiera 
 
 
 
 
 
Ordinamento politico: Repubblica unitaria
Capitale: Managua
Superficie: 130.000 Kmq (poco meno della metà dell'Italia)
Popolazione: 5.335.000, meticci 69%, bianchi 17%, neri 9%, Amerindi 5%
Lingue: spagnolo (ufficiale), inglese, creolo, lingue amerindie (miskito, sumu, rama), garifuna
Religione: 85% Cattolici
Alfabetizzazione: 70% (Italia: 98%)
Mortalità infantile: 32 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: 69 M, 71 F (Italia: 76 M, 82 F)
Popolazione sotto la soglia della povertà: 50%
Prodotti esportati: caffè, tabacco, carne e pesce
Debito estero: 6 miliardi di dollari
Spese militari: 0,8% del PNL (Italia 1,6% del PNL)

 
Mappa

 
 
 


 

GEOGRAFIA

Il Nicaragua confina a nord con l’Honduras, a sud con il Costa Rica e si affaccia a est sul Mare delle Antille e ad ovest sull’Oceano Pacifico. La stretta pianura costiera occidentale è molto fertile e prosegue in una depressione interna, occupata in gran parte dai laghi di Managua e di Nicaragua. Due catene montuose delimitano verso ovest la pianura orientale malsana e paludosa. Il clima è tropicale.
 



STORIA

Sin dalla sua costituzione (1839), questo piccolo Stato dell'America Centrale non ha avuto vita facile. Lacerato da guerre civili tra liberali e conservatori, ha dovuto affrontare quasi da subito la crescente influenza degli Usa nell'area caraibica. Anche l’Europa continuava ad avere interessi in Nicaragua, tanto che Washington e Londra decisero per il compromesso: con il Trattato Clayton-Bulwer, del 1850, si impegnarono a non costruire canali interoceanici in quel settore istmico e a non procedere, sempre in tale zona, ad atti unilaterali di colonizzazione. Nel 1854 il gruppo statunitense Vanderbilt riuscì ad accaparrarsi il monopolio dei trasporti a svantaggio di tutti gli operatori commerciali della roccaforte liberale di León, che decisero di rivolgersi a società nordamericane ostili ai Vanderbilt e a concorrenti inglesi. Una vera e propria guerra economica per spartirsi il monopolio del Paese. Fu allora (1855) che l'avventuriero William Walker, del Tennessee, penetrò in Nicaragua, organizzò una rivolta e si fece proclamare presidente. Il gruppo Vanderbilt allestì contro di lui una coalizione centro-americana e dopo anni di lotta Walker fu sconfitto. Catturato, venne fucilato dagli honduregni nel 1860. I conservatori ebbero quindi la meglio e restarono al potere fino al 1893, allorché un sollevamento liberale insediò alla presidenza José Santos Zelaya. Ma la situazione non migliorò. Anche Zelaya instaurò un dispotismo che durò fino al 1909. Cadde solo perché tentò di opporsi agli Usa, che stavano prepotentemente avanzando la propria influenza in tutti i Carabi. I nordamericani appoggiarono le elezioni del conservatore Adolfo Diaz. Era il 1911. Ma il Nicaragua non accettò e insorse. Fu allora che i soldati statunitensi entrarono per la prima volta nel Paese, e protessero il governo insediato fino al 1916. Poi, costruirono una base militare e ottennero il diritto esclusivo di realizzare un canale interoceanico. L'influenza nordamericana si fece di anno in anno più incombente, tanto che causò violente ondate di insofferenza che costrinsero i marines a lasciare il Paese (1925) per tornarvi l'anno seguente, provocando una vera e propria guerriglia. Nel 1928 nuove elezioni portarono alla presidenza un liberale, Josè Maria Moncada, e l'opposizione alla presenza militare Usa si fece più forte. Un altro leader liberale, Augusto Cesar Sandino, continuò a combatterla fino al completo ritiro di ogni contingente (1933). Ma Washington non si arrese e continuò a influire sulla politica e gli interessi del Nicaragua attraverso il capo della Guardia Nazionale, Anastasio Somoza, il quale fece uccidere Sandino e prese il controllo del Paese, mantenendolo per un ventennio. Instaurò un regime repressivo nell'interesse della sua famiglia e di Washington. Nel '56 morì, ucciso dal guerrigliero sandinista Rigoberto López Pérez, e fu succeduto dal figlio Luis Somoza Debayle, mentre il fratello prese le redini della Guardia Nazionale. Dopo una breve parentesi di tre anni (1963-66) durante la quale governò un liberal-nazionalista regolamente eletto, René Schick Gutierréz, i Somoza tornarono al potere con Anastasio. Diplomatosi a West Point, il nuovo presidente godeva di fortissimo credito presso la Casa Bianca e la sua posizione di forza permise al governo nicaraguense di soffocare nel sangue tutti i movimenti di protesta e di mettere fuori legge tutti i partiti dell'opposizione. In risposta alla repressione, però, nacque nel 1960 il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che dette inizio a una nuova guerriglia di resistenza che termina dopo 17 anni nel 1979. Fu così che il 19 luglio del 1979 i guerriglieri del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) entrarono a Managua, la capitale, mettendo fine alla dinastia tirannica dei Somoza e rimanendo alla guida del Paese per un decennio. Per usare le parole di Noam Chomsky: "Quando quel regime fu realmente minacciato dai sandinisti alla fine degli anni '70, gli Stati Uniti dapprima tentarono di istituire il cosiddetto Somocismo senza Somoza - di preservare cioè l'intero, corrotto sistema, ma con qualcun altro al comando - ma, poiché questo non funzionò, il presidente Carter cercò di continuare ad utilizzare almeno la Guardia Nazionale di Somoza come base del potere americano. La Guardia Nazionale si era sempre fatta notare per la brutalità e il sadismo. Nel giugno del 1979, durante la guerra contro i sandinisti, aveva commesso eccidi di massa, bombardando i quartieri popolari di Managua e uccidendo decine di migliaia di persone. Pochi giorni dopo, però, Somoza si precipitò a Miami con quel che restava del tesoro nazionale del Nicaragua, e la Guardia fu costretta a cedere. L'amministrazione Carter favorì la fuga dei suoi comandanti imbarcandoli su aerei con i contrassegni della Croce Rossa (un vero crimine di guerra) e iniziò a ricostruire la Guardia presso i confini del Nicaragua, i cui membri sarebbero presto stati chiamati Contra, controrivoluzionari". I Contra da subito iniziarono dure battaglie contro la rivoluzione. Dal 1980 il presidente americano Ronald Regan arrivò a porre un embargo al Paese, temendo il connubio con Cuba e con l’Unione Sovietica. La misura venne organizzata dalla Cia. Obiettivo: ridurre al logoramento la resistenza della popolazione nicaraguese. Lo stesso anno i sandinisti riuscirono ad uccidere Somoza in esilio. Il Fronte sandinista iniziò, quindi, una campagna di nazionalizzazioni delle società e delle terre della famiglia Somoza e delle società statunitensi presenti sul territorio nicaraguense, e Reagan, nell'81, annuncia pubblicamente l'intenzione di piegare il nuovo governo. Nel 1982, quasi tremila guardie somoziste (contras) provenienti dalle basi statunitensi dell'Honduras penetrarono nel Paese, dando inizio a una nuova guerra civile. Nel 1983 Washington aumentò i finanziamenti alla guerriglia attraverso una vendita illegale di armi all'Iran, i cui ricavati vennero girati ai Contras (Reagan verrà processato qualche anno dopo dalla Corte suprema statunitense che doveva giudicare l'opportunità di vendere contemporaneamente armi all'Iraq e all'Iran. L'impeachment per il cosidetto Irangate fu evitato per miracolo). Alla luce delle pressioni statunitensi, i governi dell'intera America Centrale - preoccupati dai rischi di un'eventuale estensione del conflitto - dettero il via a una serie di trattative che costrinsero Washington a rinunciare ai propri interessi nell'area, ma non ad allentare le pressioni. Venne infatti inasprito l'embargo commerciale, costantemente violato dagli Stati Uniti in favore dei Contras. Ma nel 1984 i nicaraguensi rinnovarono la propria fiducia ai principi della rivoluzione e le elezioni presidenziali riconfermarono Daniel Ortega. La pressione Usa, però, cominciò a dare i propri frutti. Il presidente fu costretto a investire nella difesa piuttosto che nel sociale. E la gente arrivò all’esasperazione. Le ristrettezze dovute al continuo aumento del costo della vita, il servizio militare lungo e impegnativo, i razionamenti di alimenti e servizi come acqua ed energia stremarono il popolo. E nelle elezioni del 1990 il Nicaragua impose il proprio ‘basta’: Ortega venne sconfitto e col 54,2 per cento andò al potere Violeta Barios Chamorro, moglie di Pedro Joaquìn Chamorro, esponente del Union Nacionale de Opposition (Uno) finanziata dagli Stati Uniti. Questa, contrariamente alle aspettative, firmò un protocollo di intesa con il Fronte sandinista e in seguito a una serie di scioperi accettò in parte le richieste avanzate dai sindacati e dai lavoratori. Aperture che alimentarono le divergenze fra Violeta Chamorro e la dirigenza della UNO che nel 1993 decise l'espulsione di quest'ultima dal partito. L'isolamento della Chamorro quindi invertì le tendenze economiche e la disoccupazione riprese a crescere anche a causa di un uragano e di un'alluvione che danneggiarono gran parte della produzione agricola. Nel 1995 la situazione fu tale da costringere la presidentessa alle dimissioni e le nuove elezioni premiarono il conservatore Arnoldo Aleman che riallacciò i rapporti economici con gli Stati Uniti, promuovendoli a principale partner commerciale del Paese. Il governo Aleman, però, fu segnato dal passaggio dell'uragano Mitch (3 mila morti e decine di migliaia di senzatetto) e da un conflitto di attribuzione di sovranità di alcune isole caraibiche con l'Honduras che rischiò di sfociare in una guerra tra i due Paesi. La disputa viene risolta solo nel 2000 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia. Attualmente il nuovo presidente liberale Enrique Bolaños (succeduto ad Aleman nel 2001) non sembra riuscire a far fronte alle esigenze di riforma del Paese, anche a causa della corruzione generale della classe dirigente.

Daniel Ortega, Fronte sandinista di liberazione nazionale, è di nuovo il presidente del Nicaragua. Con un vantaggio di 7 punti su Eduardo Montealegre, l’ex rivoluzionario, ora democratico e pacifista, torna dopo 16 anni al timone del paese. Ma questa volta, lo fa a braccetto di un vice che la dice lunga su quanta acqua sia passata sotto i ponti. Banchiere ricco e colto amante dell’arte, è un talentuoso comunicatore dalla grande sensibilità politica. Si affaccia alla vita politica sotto la dittatura di Somoza, di cui sposa l’ideologia facendosene strenuo difensore. Era la fine degli anni Cinquanta e il paese si preparava a subire grandi trasformazioni, prima fra tutte l’emergere del capitale finanziario, di quelle banche, di quelle imprese che cominciarono a giocare non più con il caffè, il mais, i fagioli, ma con il denaro. È da qui che emerse Carazo. Ed è proprio in un’impresa finanziaria che conoscerà un avvocato di belle speranze, Arnoldo Aleman, di cui sarà il capo per anni. Quando scoppiò la rivoluzione sandinista contro il dittatore-fantoccio della Casa Bianca, Carazo e Aleman continuarono assieme in un cammino di totale fedeltà al somocismo, disprezzando quei settori della borghesia e della finanza che saltarono all’ultimo sul carro del vincitore. Carazo fu, persino, fra coloro i quali furono puniti con pesanti confische in nome dei principi della revolucion rojainegra.
Morales Carazo divenne, dunque, fra i principali oppositori dei sandinisti, e fra i protagonisti di quella politica di aggressione contro il Nicaragua, diretta dagli Stati Uniti di Reagan. Fu uno dei principali capi politici e ideologici della controrivoluzione.
“Come ha egli stesso ammesso, Carazo fu uno strumento diretto della Cia, del Pentagono e delle politiche emanate dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Casa Bianca, direttori politici di primo livello della controrivoluzione”, tiene a precisare Julio Lopez Campos, analista politico legato a doppio filo alla rivoluzione. E quando, nel ’90, il governo sandinista capì di essere arrivato al capolinea e decise di negoziare per cercare un cammino di pace di cui il paese aveva urgente bisogno, alla tavola delle trattative con gli esponenti di destra spalleggiati dagli Usa sedette proprio Carazo. Ai negoziati di Sapoá, dalla parte opposta a quella dove era seduto Humberto Ortega, fratello di Daniel, che era appunto il presidente del paese, sedette il banchiere somocista.
E fu da quel momento che iniziò la vera riscossa contro-rivoluzionaria: Morales Carazo è stato sempre a braccetto con Aleman, ne fu il capo della campagna elettorale, il ministro senza portafoglio del suo governo, il consigliere personale del presidente.
Il neo vicepresidente del Nicaragua di Ortega altri non è che il fautore delle passate sconfitte dello stesso Ortega. Ma dato che il progetto Aleman, ossia il neosomocismo, è fallito miseramente che fare per restare al potere? l’unica alternativa è stata saltare adesso sul carro del probabile vincitore, o meglio, mettersi a guidare quel carro, stringendo un patto con il nemico di sempre, quel Daniel Ortega, che in 16 anni ha dimostrato tutta la capacità di resistenza del suo Frente sandinista.
Di qui il patto, la spartizione del potere, in barba a quella parte di ricchi destrorsi che odiano visceralmente i sandinisti e disprezzano allo stesso tempo gli arricchiti ‘vendicarbone’ alla Aleman, e la gentaglia tipo Carazo. E in barba ai 4 milioni di poveri, che altro non aspettano se non riforme strutturali che è probabile che questo governo rimanderà a lungo in nome della stabilità economica, degli investimenti dei privati (“vero motore dello sviluppo del paese”), del patto commerciale con gli Usa e del controllo dell’inflazione, come si è già precipitato a dichiarare il neo vice di Ortega.

 



ECONOMIA

Le principali colture commerciali sono quelle del caffè, della canna da zucchero, del banano, del cotone del tabacco. Per l'autoconsumo sono quelle del mais, del riso e dei fagioli. Le foreste sono ricche di legni pregiati (mogano, cedro, palissandro), di caucciù e di ipecacuana. Le risorse minerarie comprendono oro, sale e gesso. Importanti sono gli zuccherifici. A Managua è in funzione una raffineria di petrolio, mentre a Puerto Cabezas opera un cantiere navale.