Argentina

 
Ordinamento politico: Repubblica federale
Capitale: Buenos Aires
Superficie: 2.736.690 kmq
Popolazione: 39.144.753 ( più di un terzo concentrata nella provincia di Buenos Aires)
Popolazione urbana: 88%.
Lingua: lo spagnolo è la lingua ufficiale.
Religione: cattolica 92%, protestante 2%, ebraica 2%, altre 4%.
Alfabetizzazione: 97% ( Italia: 98% ).
Mortalità infantile: 15 per mille ( Italia: 5,7 per mille ).
Speranza di vita: 71 M, 79 F ( Italia: 76 M, 82 F ).
Popolazione sotto la soglia della povertà: 51.7 % (maggio 2003).
Prodotti esportati: petrolio e gas naturale, carne, cereali e altri prodotti alimentari.
Debito estero: 145 miliardi di dollari.
Spese militari: 1,6 % della spesa pubblica.
 
 
GEOGRAFIA
Secondo paese per estensione del continente sud americano, l’Argentina si estende dal tropico del capricorno sino 55º parallelo sud, confinando a nord con Bolivia, Paraguay, Brasile, Uruguay e con il Cile a ovest. Affacciata a est sull’oceano atlantico, l’Argentina è un paese ricco di risorse idriche e naturali, attraversata dalla cordillera andina, dallo stato di Jujuy sino alla Patagonia, conta con numerosi ghiacciai, laghi e di sorgenti d’alta quota, ed è inoltre solcata a nord dal rio de la Plata, dal Paranà e dall’Uruguay, fiumi, questi ultimi, che cingono la pianura fertile della mesopotamia argentina, zona a clima sub tropicale ed attualmente in stato di grave crisi. L’area centrale del paese è occupata dalla pampa, sterminata pianura a clima temperato utilizzata da secoli per il pascolo del bestiame e le coltivazioni estensive. Il sottosuolo è ricco di petrolio e gas naturale, la flora e la fauna sono proliferanti e variegate in ragione delle enormi differenze climatiche che caratterizzano il paese.

SOCIETA'
La società argentina presenta una composizione razziale variegata a causa dei costanti e consistenti flussi migratori, di origine principalmente europea, che hanno interessato il paese a partire dal 1860/80, da quando i governi adottarono politiche tese allo sviluppo ed al popolamento del paese incoraggiando l’immigrazione. Notevole la presenza di comunità italiane e spagnole, che costituiscono, congiuntamente alla popolazione autoctona coloniale e agli altri gruppi di immigrati europei (tedeschi, polacchi, inglesi, francesi), più dell’ottantacinque per cento della popolazione attuale del paese, mentre la popolazione meticcia e indigena, non supera il 15%. L’esiguo numero di indigeni residenti nel paese si spiega in ragione delle ripetute persecuzioni inflitte loro nei secoli: lo sterminio ebbe difatti inizio negli anni trenta dell’ottocento, per volere di Juan Manuel Rosas, e venne perpetrato successivamente dal presidente Roja con la campagna denominata “conquista del deserto” del 1879, che aveva lo scopo di sottrarre agli indios territori particolarmente fertili ed utili dunque alla politica di coltivazioni estensive per l’esportazione che l’elite argentina ha sempre incoraggiato. Attualmente comunità indigene resistono oggi nella zona di Missiones e nel sud patagonico. La distribuzione della ricchezza nel paese è molto diseguale, soprattutto a seguito della grave crisi economica del 2001. Nonostante l’Argentina sia stata e sia tra i pochi paesi dell’America Latina ad avere una classe media dinamica e sviluppata, disoccupazione, deficit e svalutamento della moneta hanno difatti portato gran parte della popolazione a livelli d’indigenza paradossali se rapportate alle enormi risorse di cui dispone il paese.

STORIA
Colonizzata dagli spagnoli attorno la metà del cinquecento, l’Argentina, esclusa per legge dal commercio diretto con gli europei, ricopriva una posizione marginale nei traffici e negli interessi dell’impero spagnolo. La popolazione creola stabilitasi nei territori argentini, principalmente tra Rosario e Buenos Aires, si autonomizzò e si specializzò dunque nell’allevamento di bestiame. Ottenuta l’indipendenza dalla madre patria nel 1816 e dichiaratasi repubblica federale, l’Argentina fu dunque inizialmente governata da una serie di caudillos appartenenti alla oligarchia terriera, tra i quali il tristemente famoso Juan Manuel Rosas, e segnata dunque dalla lotta intestina tra unitari e federali.
Sul finire del secolo, la politica di Mitre e Sarmiento risollevò e modernizzò l’economia nazionale, puntando sull’esportazione di carne e cereali a basso costo e sull’immigrazione europea, stimolata allo scopo di popolare un paese che, con una densità di popolazione di 1,3 abitanti per chilometro quadrato, necessitava di manodopera per svilupparsi a livello industriale. Così, nel giro di pochi decenni, la popolazione Argentina crebbe a dismisura, passando da due milioni di abitanti del 1980 ai quasi otto milioni registrati nel 1914. 
Al governo del paese tra le due guerre mondiali, il radicale Hipòlito Irigoyen, tra i primi e tra i pochi presidenti argentini regolarmente eletti, che mantenne una posizione di oculata neutralità nella guerra europea, dedicandosi allo sviluppo economico-industriale del paese, che, come la crisi del ‘29 mise in evidenza, dipendeva eccessivamente dall’estero. Irigoyen, ostile al commercio con gli Stati Uniti (che avevano chiuso le loro dogane alle importazioni agro alimentari) si oppose alla privatizzazione delle risorse petrolifere, mentre le industrie e i servizi si moltiplicarono sul territorio nazionale. 
Il malcontento generale e le proteste che seguirono alla crisi del ‘29, portarono però alla destituzione del presidente  nel 1930. Con l’appoggio delle elite e dei conservatori, i militari presero dunque il potere con un colpo di stato a favore del generale Uriburu, ed ebbe così inizio il denominato, triste, decennio infame. L’esercito difatti intraprese una politica autoritaria e xenofoba, che sul piano economico si tradusse in un liberismo sfrenato che non fece altro che accrescere la dipendenza economica dell’Argentina dalla Gran Bretagna.
A Uriburu successe poi il generale Justo. La disoccupazione intanto crebbe, i salari vennero ridotti ed iniziarono i flussi migratori dalle campagne in crisi alle grandi città che si riempirono così di villas miserias.
Il governo di Justo si concluse nel ’38, al governo del paese, per una breve parentesi democratica, R.M.Ortiz ed il conservatore Ramòn Castello, deposto nel ’43 da un nuovo golpe militare.
Il G.O.U. (Grupo de Oficiales Unitos) nominò dunque il generale Pedro Pablo Ramirez capo dello stato golpista, mentre al colonnello Juan Domingo Peròn venne assegnata la direzione della segreteria nazionale del lavoro. Peròn intraprese così un’attenta riorganizzazione del mercato del lavoro: creò sindacati nazionali e si impegnò nella difesa dei diritti dei lavoratori che ottennero così la giornata lavorativa di otto ore, la tredicesima, l’aumento dei salari, la retribuzione delle ferie, il sistema previdenziale di stato e l’accesso, per loro e le loro famiglie, all’istruzione e alla pubblica sanità.
La politica populista di Peròn ebbe successo, tanto che nel ‘46 il colonnello, a capo del partito peronista-giustizialista vinse le elezioni a grande maggioranza. Al suo fianco Eva Peròn, giovane attrice di bassa estrazione sociale che si impegnò nella difesa dei diritti delle donne che, grazie a lei, ottennero il voto nel ‘47.
Il governo Peròn era nazionalista e statalista, anticomunista e repressivo, ma le sue riforme agevolarono lo sviluppo dell’industria e dell’impresa, e la disoccupazione, durante il suo primo governo, era prossima allo zero. Naturalmente, qualsiasi forma di dissenso era vietata, molti esponenti della cultura vennero messi a tacere e l’opposizione, composita, al suo regime, si compattò nel ‘55, quando  l’oligarchia, supportata dall’esercito, destituì il caudillo a seguito della revoluciòn libertadora.
La restaurazione conservatrice che seguì fu dura e repressiva, la politica economica del generale Aramburu (piano Prebich) sancì il ritorno al sistema delle grandi esportazioni di carne e cereali, mentre veniva dato il via libera all’ingresso massiccio dei grandi monopoli nord americani nel paese. La costituzione del ’53 ed i diritti dei lavoratori vennero aboliti e la repressione fu estremamente violenta: fucilazioni e sparizioni si susseguirono sino al ’58, quando la presidenza venne assunta dal dasarrolista Frondizi, che governò comunque con l’esercito alle spalle ed in modo molto ambiguo.
A lui seguirono J.M.Guido e il radicale Arturo Illia che annullò i contratti petroliferi sottoscritti da Frondizi con gli Stati Uniti e statalizzò l’industria petrolifera. Erano gli anni ’60 e nell’entusiasmo generale per le idee del connazionale Ernesto Guevara e di Fidel, i movimenti giovanili e di guerriglia rivoluzionaria (ERP, guevarista, PRT, marxista, Montoneros, socialista-peronista) iniziarono a diffondersi, in Argentina come altrove. 
Nell’agitazione generale, l’esercito riprese dunque il potere con un colpo di stato capeggiato dal generale Ogania. I militari governarono il paese sino al ’73, quando il presidente Lanusse permise il ritorno in patria di Peròn, che, di lì a poco, dopo aver sconfessato la sinistra peronista ed i montoneros, riuscì a riprendere il potere. Al suo fianco, la seconda moglie, Isabella, e il segretario Josè Lòpez Rega, che organizzò gli A.A.A., squadroni repressivi, sul modello delle S.S., che seminarono il terrore nel paese.
Dopo la morte di Peron, nel ’74, il governo della moglie venne interrotto dai militari, che presero il potere definitivamente nel ’76, quando il generale George Raphael Videla, l’ammiraglio, capo della marina militare, Emilio Massera ed il generale Orlano Ramon Agosti, che assunse il controllo dell’aereonautica, si spartirono il potere, dando inizio al capitolo più drammatico della storia dell’Argentina: il piano della giunta militare era quello di eliminare il dissenso con ogni mezzo e di riportare il paese nelle mani dell’oligarchia, sostituendo al modello industriale quello agricolo-fondiario. L’opposizione, presunta o meno, venne messa drasticamente a tacere: il regime organizzò veri e propri campi di concentramento clandestini, dove i prigionieri venivano torturati e ridotti allo stremo delle forze psico-fisiche prima di esser fatti “sparire”..
Al termine del terrore, la commissione di indagine Nunca mas appurò al sparizione di più di 9000 persone, oppositori e operai per la maggior parte, ma anche giovani studenti delle scuole superiori (le stime parlano di 800 adolescenti tra gli 11 e i 20 anni) e donne coi rispettivi bambini, bambini che, quando molto piccoli, furono illegalmente adottati-affidati a membri dell’esercito che li avrebbero cresciuti in vece dei loro ‘dissidenti’ genitori.
Le atrocità del regime si sommarono ad una politica economica disastrosa. Al generale Videla successero dunque i militari Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, generale che scatenò la guerra per la riconquista delle isole Farkland, inglesi, guerra che, fallita miseramente, mise fine a sette anni di regime militare.
Il ritorno alla democrazia si ebbe dunque con la presidenza del radicale Raul Alfonsin, iniziata nel dicembre dell’83, durante la quale Videla, Massera, Agosti, Viola e Lambruschini, principali responsabili dell’eccidio, vennero condannati all’ergastolo. La successiva rivolta dell’esercito però, convinse-costrinse il nuovo presidente a promuovere la legge di ubbidienza dovuta, che deresponsabilizzando gli altri ufficiali dell’esercito, metteva fine ai processi in patria.
Ad Alfonsin, che fece ben poco per risollevare l’economia dalla crisi in cui era precipitata, seguì il governo del liberale Carlos Menem, che si presentò alle urne nel 1990 a capo del partito peronista, e che restò in carica sino al 2000.
Durante la sua presidenza fu concessa la grazia ai generali Videla e Massera mentre l’iperinflazione pesava sugli argentini, la moneta cambiava continuamente di valore e l’economia era allo stremo.
In questa situazione, Menem approvò le misure dell’allor ministro dell’economia, Cavallo, che intraprese una politica di folli privatizzazioni e che fissò la parità col dollaro, al fine di attirare capitali stranieri in Argentina. Le banche concessero tassi di interesse vantaggiosi per gli investitori stranieri, contribuendo alla speculazione generale che portò al collasso il sistema economico nazionale.



POLITICA
Quando nel 2000 finì il secondo mandato di Menem la disoccupazione toccava il 17%, più della metà delle industrie presenti sul territorio appartenevano a capitale estero e principalmente statunitense, il debito estero si aggirava attorno ai 250 mila milioni di dollari e le banche rischiavano il collasso, collasso che evitarono congelando i risparmi dei cittadini argentini che nel 2001 si riversarono nelle strade della capitale assaltando i supermercati e reclamando i loro risparmi.
Nel 2002 la moneta nazionale aveva perso qualsiasi valore reale, nel pieno disastro economico, l’Argentina, allo stremo, ebbe cinque presidenti in una settimana.
Nel 2003 con l’elezione di Nèstor Kirchner, attuale presidente in carica, la crisi politica ha trovato uno sbocco in un quadro democratico anche se i problemi della disoccupazione, della povertà e del debito estero continuano ad essere irrisolti e all’ordine del giorno.