Afghanistan
 
 
 
Ordinamento politico: Repubblica Islamica
Capitale: Kabul
Superficie: 650 mila Kmq (due volte l'Italia)
Popolazione: 22 milioni; pashtun 38%, tagiki 25%, hazari 19%, uzbeki 6%, turkmeni 2%, altri 10%
Lingua: dari (dialetto persiano) e pashto
Religione: musulmani (sunniti 84%, sciiti 15%), altri 1% Alfabetizzazione: 38%
Mortalità infantile: 147 per mille
Speranza di vita: M 47, F 46
Popolazione sotto la soglia di povertà: n.d.
Prodotti esportati: n.d.
Debito estero: n.d.
Spese militari: n.d.
 
 
 
"La pace non è in vendita in nessuna parte del mondo.
Altrimenti l'avrei comprata per il mio Paese".
 
(Bambina afghana) 
GEOGRAFIA

Le regioni orientali e centrali dell'Afghanistan sono occupate dalle propaggini occidentali della catena himalayana, che qui forma l'Hindu Kush: vette altissime e valli strette e profonde, coperte di foreste nelle regioni sud-orientali. A nord del massiccio centrale c'è una stretta fascia di pianure fertili. A ovest e a sud (verso i confini iraniano e pakistano) si estende una vasta distesa arida.



STORIA
DALL’INDIPENDENZA ALLA RIVOLUZIONE D’APRILE
Protettorato britannico fino al 1919, la monarchia islamica moderata d’Afghanistan vive un lungo periodo di stabilità sotto il quarantennale regno di Zahir Shah (1933-1973), che negli anni ’60 introduce una costituzione liberale che apre la strada alla nascita di movimenti popolari di ispirazione marxista (in particolare il Partito del Popolo - Khalq) e alla loro rilevante affermazione alle elezioni multipartitiche del 1965 e del 1969. Nel 1973 il cugino del re, il principe Mohamed Daud, prende il potere con un colpo di Stato abolendo la monarchia e instaurando un oppressivo regime repubblicano. Nel 1978 il Khalq, con l’appoggio delle forze armate e dell’Unione Sovietica di Leonid Breznev, rovescia il regime di Daud con un golpe ricordato dalla popolazione come la Rivoluzione d’Aprile. Il nuovo regime ‘rivoluzionario’ di Mohammed Taraki promuove riforme sociali (soprattutto la riforma agraria) suscitando l’opposizione del clero islamico che inizia a organizzare un’opposizione armata: i mujaheddin.
 
LA GUERRA ‘PER PROCURA’ TRA USA E URSS
Temendo il definitivo scivolamento dell’Afghanistan nell’area d’influenza sovietica, il presidente americano Jimmy Carter il 3 luglio 1979 autorizza aiuti bellici ed economici segreti ai mujaheddin afgani, che rafforzano subito la loro guerriglia contro il governo del Khalq, indebolito anche da faide interne che sfociano nell’assassinio di Taraki, ucciso e rimpiazzato dal suo vice primo ministro Hafizullah Amin (settembre 1979). Breznev, temendo una rapida vittoria dei mujaheddin, il 24 dicembre 1979 ordina l’invasione dell’Afghanistan. Gli Usa di Ronald Reagan rispondono aumentando il sostegno ai ‘combattenti per la libertà’, facendo affluire in Afghanistan, e addestrando, migliaia di ‘volontari della jihad’, da tutto il mondo arabo. Osama bin Laden era uno di loro. La guerra ‘per procura’ tra Usa e Urss in Afghanistan termina con gli accordi di Ginevra del 14 aprile del 1988 e con il successivo ritiro dell'Armata Rossa (1989). Una guerra che si lascia dietro un milione e mezzo di afgani morti, 15 mila caduto russi, tre milioni di disabili e mutilati, cinque milioni di profughi e milioni di mine.
 
LA GUERRA CIVILE
Il debole governo di Mohammed Najibullah, privato del sostegno militare sovietico, viene presto travolto dall’avanzata dei mujaheddin, che nel 1992 conquistano Kabul, dove si insedia un governo presieduto da Buranuddin Rabbani, leader di Jamiat-i Islami, la formazione poltico-militare dei mujaheddin tagichi comandati da Ahmad Shah Massoud. La sua autorità non viene però riconosciuta dalle altre fazioni di mujaheddin che avevano partecipato alla ‘guerra santa’ contro i sovietici. Comincia così una nuova guerra civile per il controllo della capitale, che solo nel 1993 provoca la morte di oltre 10 mila civili. In sostegno di Rabbani e Massoud torna in campo la Russia di Bors Eltsin intenzionata a mantenere intatta l'influenza regionale dell'ex Urss, assieme alle ex repubbliche sovietiche di Tajikistan e Uzbekistan e a Iran e India. La fazione più agguerrita è quella che fa capo alla popolazione maggioritaria dell’Afghanistan, i pashtun, riuniti nell'Hizb-i Islami del fondamentalista islamico Gulbuddin Hekmatyar, che nel 1994 inizia a bombardare Kabul provocando in un solo anno la morte di 50 mila civili. Dietro di lui si schierano Pakistan, Arabia Saudita. E gli Stati Uniti, decisi a raccogliere i frutti economici e strategici di un impegno decennale. Il conflitto civile entra in una situazione di stallo. Hekmatyar non riesce a conquistare Kabul, ormai ridotta ad un cumulo di macerie.
 
L’AVVENTO DEI TALEBANI
Il Pakistan e i suoi alleati decidono così di creare dal nulla una nuova fazione armata ‘locale’ capace di impadronirsi dell'Afghanistan. Lo fanno puntando su un mullah pashtun, Mohammed Omar, a capo di una piccola milizia integralista di studenti coranici (talebani). Nel giro di due anni l'addestramento dei servizi segreti pakistani, le armi americane e i soldi sauditi danno vita a un agguerrito esercito che conquista Kabul nel settembre 1996. Rabbani si rifugia nelle province nord-orientali, da dove il generale Massoud guida la resistenza dell'Alleanza nel Nord, un'organizzazione ombrello che raggruppa tutti i gruppi mujahedin non pashtun: oltre ai tagichi ci sono gli uzbeki di Abdul Rashid Dostum, gli hazara di Abdul Karim Khalili e gli sciiti di Ismail Khan. I talebani (che godono di un largo consenso nella popolazione pashtun) instaurano un governo integralista basato su un'interpretazione fondamentalista della sharìa (il complesso di norme giuridiche e morali che si rifanno a una rigida interpretazione del Corano) vietando ogni diritto e ogni ruolo sociale alle donne e procedendo alla distruzione di tutti i simboli appartenenti alla cultura preislamica (emblematica la distruzione delle statue dei Buddha).
 
OSAMA E L’INVASIONE AMERICANA
Il regime del mullah Omar (che viene riconosciuto solo dal Pakistan, dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti) fornisce anche ospitalità allo sceicco saudita Osama Bin Laden e alla sua rete terroristica, che in Afghanistan installa le sue basi e i suoi campi di addestramento. Ciò causa un progressivo deterioramento dei rapporti tra talebani e Stati Uniti, fino ad arrivare al bombardamento americano dei campi afgani di Al-Qaeda nell'agosto del 1998 in rappresaglia agli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania.
Dopo i drammatici avvenimenti dell'11 settembre, gli Stati Uniti pretendono dai talebani l'estradizione del capo di Al-Qaeda. Al rifiuto di Kabul, Washington risponde attaccando militarmente l'Afghanistan (7 ottobre 2001) e rovesciando il regime dei talebani (13 novembre 2001), grazie all'apporto bellico dei mujaheddin dell'Alleanza del Nord (non più guidati dal generale Massoud, ucciso in un attentato il 9 settembre del 2001). Le vittime dei bombardamenti americani in Afghanistan sono state circa 14 mila (almeno 3.800 civili e oltre 10 mila combattenti talebani secondo i calcoli dell’economista statunitense Marc Herold, docente dell’Università del New Hampshire ). A queste vanno aggiunte 20 mila persone, morte successivamente per le malattie e la fame provocate dalla guerra, secondo un’indagine condotta nel maggio 2002 dal reporter Jonathan Steele, del quotidiano britannico The Guardian.
 
IL GOVERNO KARZAI
Gli accordi di Bonn del 5 dicembre 2001 tracciano il futuro politico dell’Afghanistan secondo le esigenze strategiche ed economiche degli Stati Uniti. A capo del governo provvisorio viene messo Hamid Karzai, ex consigliere della compagnie petrolifera americana Unocal e in stretti contati con la Cia. Con l’aperto sostegno di Washington, Karzai viene eletto presidente nell’ottobre 2004, ma la sua autorità non si estende al di fuori di Kabul, presidiata da migliaia di soldati del contingente internazionale Isaf. Nel resto del Paese il potere rimane in mano ai signori della guerra legati agli ex movimenti mujaheddin e al commercio dell’oppio. Sono loro, nel settembre 2005, a imporsi (con la forza e con il denaro) come vincitori delle elezioni parlamentati e quindi come improbabili costruttori del futuro democratico dell’Afghanistan.

LA RESISTENZA NEOTALEBANA
Dopo l'invasione del 2001 e la fuga dei talebani in Pakistan, la situazione nel Paese rimane relativamente tranquilla fino al 2005, quando nelle province meridionali si intensificano gli attacchi della guerriglia talebana che nel frattempo si è riorganizzata oltreconfine.
L'escalation insurrezionale costringe gli Usa e la Nato a impegnarsi, dal 2006, in una nuova campagna militare, con l'arrivo di migliaia di nuove truppe e la ripresa di massicci bombardamenti aerei. Questo però non ferma l'avanzata dei talebani e degli altri gruppi della resistenza armata afgana, che nel 2009 arriva a controllare i tre quarti del Paesi (rimangono fuori solo alcune province settentrionali) e a circondare la capitale Kabul.
Dall'invasione dell'Afghanistan nel 2001 fino a oggi (agosto 2009) la guerra ha causato altri 42.500 morti afgani: 11mila civili (7.500 vittime delle truppe d'occupazione e 3.500 degli attacchi talebani), 6mila soldati e agenti di polizia e 25mila guerriglieri.
A questi vanno aggiunti 1.350 soldati Usa e Nato.



SOCIETA'

Il gruppo etnico più numeroso è quello dei pashtun (38%), localizzati nel sud e nell'est del Paese. Seguono i tagiki (25%) concentrati nel nord-est, gli hazara (19%) nel centro, e gli uzbeki (6%) nel nord. Altri importanti gruppi sono i turkmeni, nella fascia settentrionale al confine col Turkmenistan, gli aimaki nel nord-ovest, i baluci nella fascia sud-occidentale al confine con il Balucistan pakistano e il Nuristan orientale.
La religione ufficiale è l'islam: la maggior parte della popolazione è sunnita (84%), gli sciiti (15%) sono concentrati nelle regioni occidentali al confine con l'Iran.
Le condizioni di vita della popolazione, già critiche prima della guerra, sono peggiorate a causa della crisi umanitaria causata dal conflitto: la fame e le malattie che imperversano nel Paese hanno mietuto più vittime delle bombe, almeno 20 mila secondo stime recenti. Quattro milioni di afghani soffrono di denutrizione e solo il 5% della popolazione ha accesso all’acqua.
Contrariamente a quanto viene propagandato in Occidente, il rispetto dei diritti umani rimane una chimera per gli afghani. Fatta eccezione per la capitale Kabul, la situazione non si discosta da quella esistente sotto i taliban. Le violenze contro i civili, in particolare contro le donne, continuano come prima.



ECONOMIA
L'economia afgana è ancora in ginocchio.L'unica attività economica di rilievo è quella della produzione di oppio.
Nel 2004 il raccolto di oppio ha sfiorato il record storico raggiunto in epoca talebana (4.600 tonnellate nel 1999) con ben 4.200 tonnellate (+17% rispetto al 2003, in cui furono prodotte 3.60 ton). E ha invece polverizzato il record talebano in termini di estensione delle piantagioni (91 mila ettari nel 1999) con oltre 131 mila ettari di campi di papaveri (+64% rispetto al 2003, che vedeva 80 mila ettari di piantagioni). Il valore della produzione di oppio 2004 (2,8 miliardi di dollari) sostituisce circa i due terzi del prodotto interno lordo afgano.
 

POLITICA

Il 20 agosto 2009 si sono tenute le elezioni presidenziali. A differenza di quelle del 2004, in cui Hamid Karzai si era presentato come candidato unico, sostenuto dall'Occidente, e che avevano visto una massiccia partecipazione al voto, questa volta il presidente in carica - screditato in patria e all'estero per la corruzione el'inefficenza del suo governo - ha dovuto fronteggiare la sfida del suo ex ministro degli Esteri, il tagico Abdallah Abdallah. Grazie a massicci e sistematici brogli, Karzai riuscirà a rimanere in sella, seppur delegittimato da un voto truccato al quale ha partecipato meno di un afgano su tre.