

L’Iraq confina a nord con la Turchia, a nord-ovest con la Siria, a ovest con la Giordania, a sud-ovest con l’Arabia Saudita, a sud con il Kuwait (con cui ha delle dispute di confine) e a est con l’Iran. Si affaccia sul Golfo Persico a sud. Se si esclude la pianura tra il Tigri e l’Eufrate, detta Mesopotamia, il paese soffre di una mancanza di acqua che genera difficoltà di approvvigionamento, soprattutto nel nord abitato dai curdi. Sullo sfruttamento delle acque dell’Eufrate ci sono contrasti con Turchia e Siria. Il sottosuolo del paese è ricchissimo: con gli altri paesi del Golfo detiene i 2/3 delle riserve di petrolio accertate sul pianeta.
Dopo il crollo dell'impero ottomano in seguito alla sconfitta della Turchia nella
prima guerra mondiale, l'Iraq viene sottoposto al mandato britannico fino al 1932,
per poi diventare una monarchia (solo formalmente indipendente) sotto il regno
hashemita di re Faysal ibn Hussain. Dopo la seconda guerra mondiale cresce tra
le fila dei militari iracheni il sentimento nazionalista e anticolonialista (fenomeno
politico comune a tutti i Paesi arabi), che nel 1958 sfocia nel colpo di Stato
del generale Abdul Karim Kassim, che proclama la repubblica, dando vita a un regime
autoritario che, dopo iniziali tentativi di appoggiarsi al blocco socialista,
torna ad allinearsi su posizioni filo-occidentali. Nel 1968 un nuovo colpo di
Stato porta al potere i militari del partito nazionalista e socialista panarabo
Baath (Risorgimento), che punta sulla nazionalizzazione del petrolio iracheno
per assicurare l'indipendenza economica e politica del Paese. Vari generali si
succedono ai vertici della repubblica, fin quando nel 1979 diventa presidente
Saddam Hussein, intenzionato a trasformare l'Iraq in potenza regionale e Stato-guida
del mondo arabo. Nel 1980 una disputa di confine con l'Iran in merito alla riva
orientale dello Shatt el-Arab (la congiunzione di Tigri ed Eufrate prima del loro
sbocco nel Golfo Persico) spinge il governo iracheno ad attaccare il vicino persiano,
confidando in una rapida vittoria. Ne segue una guerra di otto anni (combattuta
col sostegno del governo statunitense, ostile al regime khomeinista al potere
in Iran) che causa centinaia di migliaia di morti e mette in ginocchio il Paese.
Per risollevare la situazione economica dell'Iraq, Saddam Hussein tenta una nuova
avventura al fine di impossessarsi dei giacimenti petroliferi del Kuwait invadendo
l'emirato arabo nell'agosto del 1990. Baghdad motiva la sua azione con il rifiuto
kuwaitiano di porre fine al pompaggio del petrolio iracheno tramite pozzi "obliqui"
costruiti sotto il confine comune. Nel gennaio del 1991 gli Stati Uniti - che
inizialmente non si erano opposti alla volontà di Baghdad - si pongono a capo
di una coalizione internazionale che interviene militarmente e costringe l'esercito
iracheno alla resa, dopo un mese di guerra e circa 100 mila morti.
Negli anni successivi, il presidente Saddam Hussein rimane al potere reprimendo
le rivolte dei curdi del nord e degli sciiti del sud. Il suo governo non viene
messo in difficoltà nemmeno dal rigidissimo blocco economico imposto dalle Nazioni
Unite, misura di cui ha fatto le spese solo il popolo iracheno. Nel 1997 un rapporto
della stessa Onu rivela che la fame e la mancanza di medicine dovute all'embargo
aveva provocato fino a quella data la morte di oltre un milione di iracheni, per
la metà bambini. La situazione migliora di poco con l'avvio (1996) del programma
di alleviamento delle sanzioni "Cibo in cambio di petrolio", sistematicamente
ostacolato dagli Stati Uniti. Col pretesto di proteggere le popolazioni curde
e sciite dalla repressione militare irachena, Washington e Londra istituiscono
- senza alcuna legittimazione da parte delle Nazioni Unite - le cosiddette "no-fly
zones" nel nord e nel sud del Paese: zone inibite al volo di aerei militari e
civili iracheni. Ai continui raid aerei anglo-americani si aggiungono offensive
su più vasta scala, come l'operazione "Desert Fox" (1998) scatenata in seguito
all'espulsione degli ispettori Onu per il disarmo iracheno, accusati da Baghdad
di essere spie della Cia (circostanza successivamente confermata).
Dopo l'11 settembre l'Iraq entra a far parte degli obiettivi della guerra mondiale
al terrorismo per le supposte connivenze con Al-Qaeda. Nel 2002 gli ispettori
Onu tornano in Iraq ma non trovano armi proibite. Né la Cia trova riscontri alle
accuse di legami tra Saddam Hussein e Bin Laden. L'amministrazione Bush comunque
decide di attaccare l'Iraq nel nome della lotta alle dittature e in nome della
democrazia. Il 20 marzo 2003 gli Usa - affiancati questa volta dalla sola Gran
Bretagna - iniziano a bombardare l'Iraq e lo invadono. Dopo quattro settimane
di guerra e migliaia di morti il regime di Saddam Hussein collassa e gli americani
entrano a Baghdad, occupandola e instaurandovi un'amministrazione civile sotto
la guida di Jay Gardner, sostituito per incapacità da Paul Bremer. E’ stato formato
un Consiglio provvisorio di Governo che rappresenta su base demografica la popolazione.
Ha poca rappresentatività, anche perché formato in massima parte da fuoriusciti
che mancano da anni dall’Iraq. La guerra in Iraq ha causato la morte di oltre
quattrocento soldati della coalizione e di almeno tredicimila iracheni, di cui
almeno quattromila civili. I dati sono ancora molto controversi. Ufficialmente
terminato il primo maggio scorso, il conflitto ha assunto carattere di guerriglia
e gli scontri proseguono oggi in tutto il Paese anche a causa dei crescenti segni
d'insofferenza da parte della popolazione civile nei confronti della presenza
militare occidentale, soprattutto statunitense. La resistenza irachena è variegata
e di difficile interpretazione. Fedelissimi di Saddam o terroristi internazionali,
sciiti estremisti filoiraniani al sud in lotta tra loro e criminalità comune,
producono attacchi continui e sempre più violenti. I curdi controllano sostanzialmente
il nord del Paese, ma anche nella zona settentrionale ci sono attacchi alla coalizione
e agli iracheni che lavorano con loro. Il Consiglio provvisorio di Governo non
gode di nessuna autorità tra la popolazione e sta cercando di accreditarsi all’estero.
La transizione all’auto-governo dovrebbe concludersi entro il 2004, ma ad oggi
questa sembra una previsione ottimistica al terrorismo condotta dagli Usa.
Il 14 dicembre 2003, le forze della coalizione con l'aiuto dei miliziani curdi,
hanno arrestato Saddam Hussein a Tikrit, nella regione di origine del rais.
Le proteste popolari si moltiplicano: gli attacchi contro obiettivi militari
sono giornalieri. Gli attentati più gravi sono stati quelli contro le sedi dell'Onu
e della Croce Rossa Internazionale perchè anche gli operatori umanitari vengono
percepiti come un corpo estraneo dalla popolazione locale. Lo stesso discorso
vale per la nuova polizia ed il Consiglio di Governo provvisorio, ritenuti strumenti
di controllo occidentale. La tensione nasce dall'incertezza sul futuro autogoverno
del Paese, dalla totale mancanza di un apparato pubblico efficiente e dal collasso
del sistema economico nazionale. L'ordine pubblico è ingestibile e questo ha prodotto
l'aumento della criminalità e della violenza. Acqua ed elettricità non funzionano
con continuità. La lotta di resistenza è di difficile lettura: stranieri vicini
ad Al-Qaeda al nord, fedelissimi saddamiti al centro e sciiti in lotta per il
dominio al sud. Anche piccoli segnali positivi, come la riapertura delle scuole,
si smarriscono in quotidiani bollettini di guerra.
La strage dell'Ashura (una delle festività più sacre allo sciitismo) ha evidenziato
il rischio di una degenerazione dello scontro tra sciiti e sunniti che potrebbe
portare alla guerra civile.
La composizione demografica dell’Iraq è molto complessa. Il nord del Paese è abitato in maggioranza dai curdi. Dopo la prima Guerra del Golfo godono di una sostanziale autonomia che sembra aver sopito i propositi secessionisti. Al sud la grande maggioranza della popolazione è araba e musulmana di confessione sciita. Maggioranza nel Paese, hanno per anni subito la dominazione della minoranza sunnita, concentrata nel centro del Paese. Politicamente vicini al governo iraniano, riconoscono solo l’autorità dei loro leader spirituali, divisi tra moderati e integralisti. Sono presenti nel paese anche delle minoranze, di cui turcomanni e assiri rappresentano le comunità più numerose.
Uno dei territori più ricchi di petrolio al mondo è costretto ad importare greggio. Questo paradosso è indicativo del collasso economico del Paese. Al momento vive di aiuti internazionali. Una delle chiavi del futuro benessere del Paese è legata alla possibilità che questi aiuti si trasformino in donazioni e non in debiti.
Le comunicazioni sono ridotte al minimo. Solo chi è in possesso di un telefono satellitare è in grado di comunicare. Al momento il suo prefisso internazionale è 001, quello degli Usa. La caduta del regime di Saddam Hussein ha visto la nascita di molti quotidiani. La massima parte di loro ha contenuti fortemente anti-americani e la Coalizione ne ha chiuso più di uno. Gli americani hanno dato vita ad un network chiamato Iraqi Media Network (canale satellitare, radio e due quotidiani) in lingua araba per essere più vicini alla popolazione.