Ruanda
 
 
Nome ufficiale: 
Republika y'u Rwanda 
Ordinamento politico: 
Repubblica 
Governo attuale: 
Paul Kagame, presidente eletto dal 23 mar. 2000
Capitale: 
Kigali 
 
 
Superficie: 
26.340 Kmq 
Popolazione: 
8.400.000 abitanti 
Densità: 
314 ab./Kmq 
Crescita demografica annua: 
1,07% 
Lingua: 
Kinyarwanda, francese, inglese, swahili 
Religione: 
Cristiana, musulmana 
 
 
Popolazione urbana: 
16,6% 
Alfabetizzazione: 
69,2% (75,3% maschi; 63,4% femmine) 
Mortalità infantile: 
11,8% 
Aspettativa di vita: 
40 anni 
Tasso HIV/AIDS: 
5,1% 
Indice sviluppo umano: 
0.431 – 159esimo su 177 stati 
 
 
Moneta: 
Franco ruandese 
PIL: 
1.637 milioni USD 
Ripartizione PIL: 
Agricoltura 41,6%; Industria 21,9%; Terziario 36,5% 
Crescita economica (2004):  
6% 
Reddito nazionale lordo per ab.: 
220 USD/ab. 
Pop. sotto soglia povertà: 
60% 
Inflazione: 
7,4% 
Esportazioni: 
55 milioni USD 
Importazioni: 
210 milioni USD 
Principali risorse economiche: 
Agricoltura, minerali, turismo
Spese militari: 
50,1 milioni USD (3,06% del PIL) 
 
 
GEOGRAFIA
Situato nel cuore dell’Africa centrale, il Ruanda confina a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania, a sud con il Burundi e a ovest con la Repubblica Democratica del Congo. Il Ruanda, grande poco meno dei Paesi Bassi, è conosciuto come “il paese delle mille colline”, così chiamato per i numerosi rilievi che caratterizzano il territorio. Le montagne più alte sono quelle del complesso vulcanico del Virunga, al confine con il Congo, mentre procedendo da ovest verso est i rilievi diminuiscono trasformandosi in colline e pianure vicino al confine con la Tanzania.
Numerosi sono anche i corsi d’acqua, con il lago Kivu che costituisce buona parte del bacino idrico del paese. Il clima è temperato dall’altezza, con precipitazioni nevose frequenti sui rilievi più imponenti. La stagione delle piogge va da novembre a febbraio. 


STORIA
Il territorio del Ruanda, caduto sotto l’amministrazione tedesca alla fine dell’800, viene affidato al Belgio nel 1916 sotto quello che sarà unanimemente definito il peggior regime coloniale africano, se non mondiale. Oltretutto i Belgi decidono di appoggiarsi alla minoranza dei Tutsi per amministrare il potere, rilasciando delle “patenti di identità etnica” che discriminano la maggioranza Hutu e guastano i buoni rapporti tra le due comunità.
Alla fine della seconda guerra mondiale il paese viene affidato all’Onu sotto il regno del re Tutsi Kigeri V, che continua a appoggiarsi a Bruxelles per legittimare il proprio dominio. Gli Hutu continuano a essere discriminati soprattutto nel pubblico impiego, nonostante siano 10 volte più numerosi dei Tutsi. Stanchi di essere trattati come cittadini di serie B gli Hutu si ribellano e nel 1959 riescono a cacciare re Kigeri, che si rifugia nel vicino Uganda.
Il paese diviene indipendente il 1 luglio 1962, ma Hutu e Tutsi sono già da anni ai ferri corti: per vendicarsi delle angherie subite gli Hutu organizzano feroci rappresaglie contro i Tutsi che portano alla fuga di 150.000 persone dal paese. I discendenti di questi profughi creeranno intorno al 1990 il Rpf (Rwandan Patriotic Front) che comincerà la lotta armata contro il regime di Kigali.
Le violenze contro i Tutsi non hanno però risolto la questione dei rapporti tra le due comunità, che alcuni Hutu estremisti decidono di affrontare una volta per tutte nell’aprile del 1994: l’aereo su cui viaggia il presidente Pasteur Habyarimana, al potere dal 1973, viene fatto esplodere in volo e il giorno dopo comincia il genocidio che in meno di due mesi porterà alla morte di circa 800.000 persone tra Tutsi e Hutu moderati. Il tutto sotto gli occhi di una missione Onu che non trova di meglio da fare che ritirare i propri uomini all’inizio del genocidio, favorendo così il massacro.
Nel giugno del 1994 il Rpf entra nel paese e prende il potere, provocando la fuga di più di 2 milioni di Hutu per paura di rappresaglie. Negli anni successivi quasi tutti i profughi hanno fatto ritorno, ma alcuni hanno organizzato nel vicino Congo dei gruppi armati con l’obiettivo di rovesciare il regime di Kigali. Nonostante le azioni di questi gruppi in territorio ruandese siano state sempre piuttosto limitate, l’esercito nel 1997 ha invaso il Congo orientale per dare la caccia ai guerriglieri, impelagandosi in una guerra durata fino al 2002 che ha provocato più di 3 milioni di morti. Anche dopo la firma degli accordi di pace però le autorità congolesi hanno più volte accusato quelle di Kigali di aver infiltrato clandestinamente alcuni contingenti armati nel proprio territorio.
Nel marzo 2005 i ribelli Hutu hanno ufficialmente rinunciato alla lotta armata contro il regime di Kigali, ma nessun programma di rimpatrio e disarmo è stato ancora approntato.
 

POLITICA
Il potere del presidente Paul Kagame, al governo dal 2000, non sembra al momento poter essere messo in dubbio dall’opposizione politica, frammentata e incapace di perseguire una politica autenticamente nazionale. Il quadro politico rimane comunque fortemente condizionato dalle questioni post-genocidio e dalle frizioni con il Congo.
I processi contro i circa 100.000 accusati per il genocidio del 1994 organizzati dalle corti popolari “gacaca” occupano buona parte delle discussioni politiche, anche per le contestazioni che vengono mosse a queste corti ritenute da alcuni incostituzionali.
 

SOCIETA'
Nonostante gli sforzi istituzionali per ricostruire su nuove basi i rapporti tra Hutu e Tutsi, le scorie del post-genocidio pesano ancora sul futuro del paese. Una nuova Costituzione è stata approvata due anni fa, e tra le nuove norme spicca quella che dichiara illegali i partiti che riescono a fare politica solo a livello locale per il timore che possano incitare all’odio tra le varie comunità. Un’escamotage che però in parecchi ritengono sia stato trovato per favorire il Rpf di Kagame piuttosto che per impedire nuove tragedie come quella del ’94.
Nel 2005, in occasione dell’11esimo anniversario del genocidio, la fuga di numerosi Hutu nei paesi limitrofi per paura di possibili rappresaglie sottolinea come la questione non sia stata ancora superata dalla popolazione.
Ma il genocidio non ha lasciato tracce solo nei rapporti tra la popolazione: anche le condizioni di vita sono miserevoli, con l’economia che solo da poco sembra essersi ripresa dalle conseguenze del 1994. Il Ruanda è agli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano, con il 60% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Il livello dei servizi è piuttosto basso, mentre l’aspettativa di vita arriva solo a 40 anni e la percentuale di incidenza del virus dell’Aids è del 5%. 


ECONOMIA
Il 90% della forza lavoro è ancora impiegata nel settore primario, che fornisce circa il 40% del Pil. Inevitabile perciò che i programmi di sviluppo di concentrino prima di tutto sull’agricoltura, con il tentativo di potenziare la produzione di te e caffè. Fondamentale sarà il supporto dei paesi donatori e delle istituzioni internazionali, che contribuiscono per larga parte alle entrate del paese.
E’ necessario però potenziare anche gli altri settori, visto che il Ruanda è il paese con la più alta densità demografica del continente e l’aumento della popolazione sta portando al disboscamento delle foreste e all’erosione del terreno per sfamare i nuovi arrivati. Purtroppo per quanto riguarda il settore industriale i programmi di aviluppo sono ancora in alto mare, con le attività di estrazione dei minerali che segnano il passo. La tragedia del 1994 ha poi minato le possibilità di sviluppare il turismo.


MASS MEDIA
Il presidente Kagame controlla in maniera piuttosto stretta non solo la vita politica, ma anche gli organi di informazione ruandesi. Le opinioni scomode o che possono dar fastidio al regime vengono spesso bollate come tentativi di attizzare l’odio tra le comunità Hutu e Tutsi, un argomento a cui inevitabilmente tutti sono molto sensibili. Ciononostante vi sono alcuni quotidiani e agenzie di stampa che fanno sentire con autorevolezza la propria voce indipendente.