scritto per noi da
Luca Marchina*
La notizia arriva inaspettata dal telegiornale delle 7.30 di mattina: un parlamentare
dell’opposizione è stato ucciso sulla porta di casa. Per strada la situazione
sembra normale, ma più avanza la giornata e più si susseguono notizie negative
e la tensione sale. E’ il 29 gennaio, un mese circa dopo le consultazioni elettorali,
la violenza è presente in molte parti del Paese. La guerra non è più tensione
post-elettorale e non è più neanche semplicemente una questione tra kikuyu (etnia
del presidente Kibaki) e luo (etnia del capo dell’opposizione Raila Odinga). Oggi
lo scontro si è esteso a molte altre etnie e anzi l’etnia sembra in molti casi
più un pretesto o un mezzo per raggiungere ben altri obbiettivi.
Faida. Nairobi, capitale di questo Paese in guerra, in questi giorni è strana, piena
di tensione e contraddittoria, forse anche di più del solito. Alla Shalom House
(centro polifunzionale sede di Africa Peace Point) la mattina inizia calma, addirittura
una
musungu (bianca) prende il sole in giardino ma dopo poco tutti sono attaccati ai vetri
che danno su Dagoretti Corner per vedere cosa accade. All’improvviso, urla, e
dal nulla compaiono persone armate di bastoni e sassi. La polizia interviene con
forza sparando colpi di fucile in aria e lanciando fumogeni sulle persone. Tutti
scappano, la tensione resterà alta ancora per una mezz'ora buona e poi, come se
nulla fosse successo, si torna alla vita normale. Tutte le scuole vengono evacuate,
i ragazzi tornano a casa. Alcune strade vengono bloccate, molti negozi si chiudono.
Uscendo in macchina alle 14 le strade cronicamente iper-trafficate di Nairobi
sono improvvisamente libere. Paradossalmente, essere bianco è in questi giorni
una fortuna, un lasciapassare per evitare ogni tipo di problema. Dagoretti Corner
è un’area che si trova sulla strada che dalla capitale va verso Karen (area benestante
della città), una zona che si trova anche molto vicina a Kibera (più grande slum
d’Africa), Kawangare, Waithaka, Satellite, zone periferiche dove la violenza si
è oggi espressa ai massimi livelli. A Kawangare e Waithaka gli abitanti non kikuyu
dell’area sono stati avvertiti dai mungiki (estremisti kikuyu): “Avete 24 ore
per andarvene dalle vostre case, altrimenti vi bruceremo dentro” , alcuni di loro
sono già scappati prendendo solo i propri averi più importanti, altri resistono
chiusi nelle loro case.
Vandalismo e saccheggi. Quella di questi giorni pare essere la risposta kikuyu alla violenza post-elettorale
che li ha visti in molti casi come vittime. Da Mathare (seconda slum di Nairobi)
molti kikuyu se ne sono andati promettendo vendetta. E la vendetta si sta realizzando
in queste ore. Persone che per anni hanno convissuto fianco a fianco sono oggi
in guerra tra loro. Ma come detto l’etnia non pare spiegare del tutto questo conflitto
che, come ha giustamente notato Kofi Annan (che sta guidando la mediazione) “è
un conflitto che ha radici molto più profonde rispetto al semplice appuntamento
elettorale”. Il conflitto è oggi per la terra e per il potere, oltre a questo
ci sono anche soggetti e gruppetti indipendenti che cercano di approfittare della
confusione per compiere veri e propri saccheggi. Visitando nei giorni scorsi Mathare
era incredibile vedere come un’intera parte della baraccopoli fosse stata saccheggiata,
bruciata e poi rasa al suolo. Guarda caso la zona “devastata” è stata l’area commerciale
della slum e chi ha compiuto il gesto sono stati gruppi di giovani arrivati armati
di pietre e bastoni da un'altra parte della slum e andati via con cibo, oggetti
vari, addirittura frigoriferi sulle spalle.
Frammentazione etnica. In Rift Valley (Naivasha, Nakuru, Eldoret) la guerra è per la terra, passare
in quelle zone in macchina è impossibile in questi giorni. Oggi la polizia ha
deciso l’invio di elicotteri a Naivasha per bloccare le violenze sparando all’impazzata
dall’alto, chiunque poteva essere vittima e forse non sapremo mai con esattezza
cosa è accaduto oggi in quest’area che si trova a solo un ora e mezza di macchina
da Nairobi. Qui la guerra è tra kikuyu e kalenjin, etnie per anni amiche sotto
i governi di Moi e ora ai ferri corti per problemi legati alla spartizione delle
fertilissime terre della Rift Valley. A Kakamega, gruppi armati di persone sono
entrati in città dando fuoco all’università e ad alcune case, la guerra qui è
tra kikuyu e luhya (seconda etnia del Paese). A Kisumu i problemi sono tra i kikuyu
e i luo. Per ultimo arrivano notizie di scontri anche in area di confine tra Kenya
e Uganda. Tanti scontri e migliaia di sfollati il cui numero aumenta di giorno
in giorno.
Come bloccare le violenze? Ciò che è certo è che quella in atto è una guerra tra poveri, tra masse di persone
allo sbando che ora i politici non riescono a bloccare e controllare. La mediazione
continua ma la vera sfida è quella di riuscire a bloccare quest’escalation di
violenza. Gli appelli alla pace si susseguono soprattutto per radio e sui giornali
ma capire se e quando potrà migliorare la situazione è veramente dura. Essendo
il Kenya stato per anni una rara isola di pace in un’orizzonte est-africano costellato
di guerre oggi con la crisi di questo Paese sono in ginocchio anche tanti altri
Paesi dell’area (Sudan, Uganda, Rwanda, Burundi, Congo ad esempio) che dipendono
nel rifornimento di molte materie prime (non ultima la benzina) dal Kenya. In
un colpevole silenzio di una comunità internazionale, più interessata alla sicurezza
dei turisti presenti in Kenya che non alla risoluzione del conflitto, pare ora
difficile capire come possa esser bloccato questo vortice di violenza.