30/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Cronaca di una giornata negli slums della capitale
scritto per noi da
Luca Marchina*
 
La notizia arriva inaspettata dal telegiornale delle 7.30 di mattina: un parlamentare dell’opposizione è stato ucciso sulla porta di casa. Per strada la situazione sembra normale, ma più avanza la giornata e più si susseguono notizie negative e la tensione sale. E’ il 29 gennaio, un mese circa dopo le consultazioni elettorali, la violenza è presente in molte parti del Paese. La guerra non è più tensione post-elettorale e non è più neanche semplicemente una questione tra kikuyu (etnia del presidente Kibaki) e luo (etnia del capo dell’opposizione Raila Odinga). Oggi lo scontro si è esteso a molte altre etnie e anzi l’etnia sembra in molti casi più un pretesto o un mezzo per raggiungere ben altri obbiettivi.
 
Polizia a NairobiFaida. Nairobi, capitale di questo Paese in guerra, in questi giorni è strana, piena di tensione e contraddittoria, forse anche di più del solito. Alla Shalom House (centro polifunzionale sede di Africa Peace Point) la mattina inizia calma, addirittura una musungu (bianca) prende il sole in giardino ma dopo poco tutti sono attaccati ai vetri che danno su Dagoretti Corner per vedere cosa accade. All’improvviso, urla, e dal nulla compaiono persone armate di bastoni e sassi. La polizia interviene con forza sparando colpi di fucile in aria e lanciando fumogeni sulle persone. Tutti scappano, la tensione resterà alta ancora per una mezz'ora buona e poi, come se nulla fosse successo, si torna alla vita normale. Tutte le scuole vengono evacuate, i ragazzi tornano a casa. Alcune strade vengono bloccate, molti  negozi si chiudono. Uscendo in macchina alle 14 le strade cronicamente iper-trafficate di Nairobi sono improvvisamente libere. Paradossalmente, essere bianco è in questi giorni una fortuna, un lasciapassare per evitare ogni tipo di problema. Dagoretti Corner è un’area che si trova sulla strada che dalla capitale va verso Karen (area benestante della città), una zona che si trova anche molto vicina a Kibera (più grande slum d’Africa), Kawangare, Waithaka, Satellite, zone periferiche dove la violenza si è oggi espressa ai massimi livelli. A Kawangare e Waithaka gli abitanti non kikuyu dell’area sono stati avvertiti dai mungiki (estremisti kikuyu): “Avete 24 ore per andarvene dalle vostre case, altrimenti vi bruceremo dentro” , alcuni di loro sono già scappati prendendo solo i propri averi più importanti, altri resistono chiusi nelle loro case.
 
Profughi (foto Luca Marchina)Vandalismo e saccheggi. Quella di questi giorni pare essere la risposta kikuyu alla violenza post-elettorale che li ha visti in molti casi come vittime. Da Mathare (seconda slum di Nairobi) molti kikuyu se ne sono andati promettendo vendetta. E la vendetta si sta realizzando in queste ore. Persone che per anni hanno convissuto fianco a fianco sono oggi in guerra tra loro. Ma come detto l’etnia non pare spiegare del tutto questo conflitto che, come ha giustamente notato Kofi Annan (che sta guidando la mediazione) “è un conflitto che ha radici molto più profonde rispetto al semplice appuntamento elettorale”. Il conflitto è oggi per la terra e per il potere, oltre a questo ci sono anche soggetti e gruppetti indipendenti che cercano di approfittare della confusione per compiere veri e propri saccheggi. Visitando nei giorni scorsi Mathare era incredibile vedere come un’intera parte della baraccopoli fosse stata saccheggiata, bruciata e poi rasa al suolo. Guarda caso la zona “devastata” è stata l’area commerciale della slum e chi ha compiuto il gesto sono stati gruppi di giovani arrivati armati di pietre e bastoni da un'altra parte della slum e andati via con cibo, oggetti vari, addirittura frigoriferi sulle spalle.
 
Profughi (foto Luca Marchina)Frammentazione etnica. In Rift Valley (Naivasha, Nakuru, Eldoret) la guerra è per la terra, passare in quelle zone in macchina è impossibile in questi giorni. Oggi la polizia ha deciso l’invio di elicotteri a Naivasha per bloccare le violenze sparando all’impazzata dall’alto, chiunque poteva essere vittima e forse non sapremo mai con esattezza cosa è accaduto oggi in quest’area che si trova a solo un ora e mezza di macchina da Nairobi. Qui la guerra è tra kikuyu e kalenjin, etnie per anni amiche sotto i governi di Moi e ora ai ferri corti per problemi legati alla spartizione delle fertilissime terre della Rift Valley. A Kakamega, gruppi armati di persone sono entrati in città dando fuoco all’università e ad alcune case, la guerra qui è tra kikuyu e luhya (seconda etnia del Paese). A Kisumu i problemi sono tra i kikuyu e i luo. Per ultimo arrivano notizie di scontri anche in area di confine tra Kenya e Uganda. Tanti scontri e migliaia di sfollati il cui numero aumenta di giorno in giorno.
 
Bambini di Nairobi (foto Luca Marchina)Come bloccare le violenze? Ciò che è certo è che quella in atto è una guerra tra poveri, tra masse di persone allo sbando che ora i politici non riescono a bloccare e controllare. La mediazione continua ma la vera sfida è quella di riuscire a bloccare quest’escalation di violenza. Gli appelli alla pace si susseguono soprattutto per radio e sui giornali ma capire se e quando potrà migliorare la situazione è veramente dura. Essendo il Kenya stato per anni una rara isola di pace in un’orizzonte est-africano costellato di guerre oggi con la crisi di questo Paese sono in ginocchio anche tanti altri Paesi dell’area (Sudan, Uganda, Rwanda, Burundi, Congo ad esempio) che dipendono nel rifornimento di molte materie prime (non ultima la benzina) dal Kenya. In un colpevole silenzio di una comunità internazionale, più interessata alla sicurezza dei turisti presenti in Kenya che non alla risoluzione del conflitto, pare ora difficile capire come possa esser bloccato questo vortice di violenza.
Categoria: Guerra
Luogo: Kenya