Votare è rischioso in Iraq, lo sostiene anche Allawi. L'analisi di Robert Fisk
Ieri il primo ministro ad interim del governo iracheno ha riconosciuto, in una
conferenza stampa, che alcune parti del territorio iracheno non sono sufficientemente
sicure per permettere lo svolgimento delle elezioni il 30 di gennaio. Allawi aveva
sempre aderito alla linea statunitense delle elezioni ad ogni costo, ma di fronte
ai continui attentati ha dovuto riconoscere che “ci sono delle forze ostili che
tentano di impedire l’evento elettorale”.
Martedì l’ambasciatore giordano a Washington, Karim Kawar, avvertiva che secondo
le sue stime il 40 per cento della popolazione irachena non sarebbe in grado di
prendere parte al voto. Secondo gli organizzatori delle elezioni una soluzione
potrebbe essere quella di permettere agli abitanti delle zone non sicure di spostarsi
e votare altrove, ma si tratta di un’ipotesi di non facile realizzazione.
La comunità sciita irachena, oppressa durante il regime di Saddam, ha aderito
ad un processo elettorale in cui si aspetta di vedere riconosciuto il proprio
status di maggioranza. Di contro, la ribellione che in questi giorni insanguina
l’Iraq è guidata da esponenti della minoranza sunnita, i cui capi sostengono che
sia troppo pericoloso affrontare le elezioni in queste condizioni e anche i religiosi
sunniti hanno invitato la loro gente a boicottarle.
Le situazioni più critiche, come ha riconosciuto Allawi, si trovano nella provincia
di al-Anbar, ad ovest di Baghdad fino ai confini con la Giordania, dove si trova
anche Falluja. Qui martedì, l’intero gruppo di 13 persone che si occupava dell’organizzazione
delle elezioni nella provincia ha rinunciato all’incarico, e la Commissione Elettorale
Centrale ha riportato notizie di dimissioni di massa da parte di ufficiali elettorali
anche nel nord del paese. Altra provincia a rischio è quella di Nineveh, dove
si trova Mosul. E persino la capitale Baghdad si sta dimostrando particolarmente
esposta agli attacchi.
Fino ad oggi i funzionari elettorali uccisi sono stati sette, ma colpisce che
gli omicidi siano avvenuti tutti in luoghi trafficati e alla luce del giorno.
Dalla commissione elettorale assicurano che tutti gli ufficiali dimissionari o
uccisi sono già stati sostituiti, ma ammettono anche che i gruppi che preparano
le elezioni sono costretti a lavorare clandestinamente per timore di attentati
e infiltrazioni.
Questi timori sono avallati anche da Robert Fisk, in un’analisi pubblicata su
“The Independent”. Ecco il suo racconto:
L'intelligence dei ribelli. Baghdad. Come al solito, è stato un piano preparato dall'interno. Brig Amer
Ali Nayef, vice capo della polizia di Baghdad, e il figlio Khaled Amer, anche
lui poliziotto, stavano guidando in un'automobile civile e speravano di potersi
muovere tra le strade di Dora senza essere notati.
Ma le due vetture di uomini armati che li hanno avvicinati da dietro conoscevano
la loro auto, il suo numero di targa ed i suoi occupanti. Li hanno crivellati
a colpi di Kalashnikov finchè l'auto, con Nayef morto al volante, non ha fermato
la sua corsa contro una casa.
Ogni giorno riceviamo funeste dimostrazioni del fatto che le forze di sicurezza
irachene, che dovrebbero essere monitorate e controllate da ufficiali americani,
sono infiltrate da ribelli.
Mentre Nayef e il figlio morivano, a poche miglia di distanza un kamikaze - uno
dei 10 aspiranti suicidi che ogni settimana si immmolano in Iraq – si è fatto
esplodere fuori dalla stazione di polizia di Zafarniyah, un distretto di Baghdad,
uccidendo quattro poliziotti e ferendone altri dieci.
In quel momento c'era il cambio dei turni - cosa di cui il kamikaze era a conoscenza,
così il numero delle vittime sarebbe stato più elevato - e l'attentatore era alla
guida di una macchina della polizia.
La settimana scorsa, i miliziani hanno assassinato il governatore di Baghdad,
Ali al Haidari, mentre stava percorrendo un tragitto di sicurezza prestabilito.
Sei guardie del corpo sono morte con lui. Solo la polizia avrebbe dovuto conoscere
le strade attraversate dal suo convoglio.
Al Haidari, che tempo fa annunciò di voler abbattere molti muri di sicurezza
a Baghdad perchè la città stava diventando più sicura, aveva pronto un tragitto
alternativo a quello percorso, in caso le sue guardie del corpo avessero deciso
di cambiarlo all'ultimo momento.
Tutto questo a causa di una crescente massa di ribelli che in tutto l'Iraq cerca
di impedire lo svolgimento delle elezioni del 30 gennaio.
Una strategia che può anche essere sensata agli occhi di un occidentale: uomini
impegnati a scoraggiare l’affermarsi della democrazia in Iraq fanno di tutto per
boicottare le prime libere elezioni nel Paese.
Ai cittadini di Baghdad invece, potrebbe sembrare che queste elezioni si tengano più a beneficio delle agende
politiche straniere - non ultime quelle di Tony Blair e George Bush – che per il benessere dei comuni iracheni.