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Emelda ha 12 anni, è orfana e sieropositiva e vive al Dala Kiye, un centro gestito
dai padri camilliani a Karungu, sulle sponde del lago Vittoria, in Kenya. Emelda
a fine dicembre è tornata a casa per le vacanze di Natale, non ha più i genitori
ma una nonna a cui è molto legata e una decina di fratelli di tutte le età. Doveva
rientrare ai primi di gennaio, ma è riuscita a tornare a Karungu solo verso la
metà del mese, percorrendo in bicicletta, insieme alla nonna, i 70 chilometri
che separano il centro dal suo villaggio. Emelda è luo, come la maggior parte
dei 50 bambini ospiti del Dala Kiye. Luo sono anche i 300 alunni che frequentano
la scuola dei missionari e i pazienti dell’ospedale, così come la popolazione
di Karungu, distretto di Migori, nella regione occidentale del Kenya. Sono luo
i sostenitori di Raila Odinga, il candidato alle presidenziali che contesta l’elezione
di Mwai Kibaki, kikuyo.
Le tensioni sono cominciate poco prima delle elezioni, come racconta padre Emilio
Balliana, amministratore dell’ospedale e del Dala Kiye. Padre Julius si stava
recando a casa, in prossimità di Kisii, per votare, quando il pulmino della missione
è stato assalito da alcuni giovani a Ndhiwa, 30 chilometri da Karungu. I ragazzi,
riconosciutolo, hanno risparmiato il sacerdote, ma hanno picchiato due membri
dello staff e un padre passionista che viaggiava con loro, sfasciando il pulmino.
Dopo il risultato elettorale, si sono verificati molti casi di violenza, da parte
di entrambe le etnie. “Alcuni giovani di Oodi, un villaggio qui vicino” narra
padre Emilio, “hanno attaccato la stazione di polizia che si trova di fronte all’ospedale,
con l’intento di uccidere uno degli agenti, accusato di riscuotere tangenti. I
poliziotti hanno reagito e lo scontro ha causato la morte di quattro ragazzi e
una quindicina di feriti gravi. Tre di loro erano stati colpiti con armi da fuoco,
gli altri portavano le conseguenze delle percosse subite dai poliziotti, che dopo
l’episodio hanno lasciato il villaggio. Abbiamo ricoverato anche due ragazzine,
picchiate dagli agenti nella loro casa.”
In concomitanza con l’aumento dei pazienti, si è verificato un calo del personale.
“Alcune delle infermiere che si erano recate nei loro villaggi a votare non sono
ancora tornate” continua padre Emilio “mentre chi del nostro staff è originario
di Kisii o è di etnia kikuyo è dovuto scappare a causa dell’ostilità e dell’aggressività
della popolazione.” Karungu è lontano dalle città, e le violenze esplose all’indomani
delle elezioni l’hanno isolato. “Per giorni è stato impossibile spostarsi, le
strade non erano sicure e le nostre provviste sono diminuite. Abbiamo dovuto sospendere,
momentaneamente, il programma di sostegno alimentare che coinvolge centinaia di
bambini della zona. Sono circa 250 mila le persone alla fame.”
Karungu fa parte della provincia di Nyanza, una delle più colpite del Kenya dall’Aids.
Circa un terzo della popolazione è sieropositivo. “Mancano i medicinali per curare
i feriti e chi si ammala perché indebolito dalla mancanza di cibo” racconta padre
Emilio. “E diminuiscono le scorte di antiretrovirali, mettendo in pericolo tutti
coloro che seguono la terapia, a cominciare dai bambini del centro.” Il Dala Kiye
ha perso numerosi pazienti a causa della guerra civile. Solo qualcuno è riuscito
a tornare, chi camminando per due giorni, chi pedalando per chilometri. Per qualche
giorno le strade sono state più sicure, i missionari hanno potuto raggiungere
Kisii e fare un po’ di spesa. “Ma adesso - conclude il camilliano - è sempre
più difficile raggiungere le città più grandi per rifornirsi. Mancano siringhe,
medicinali, manca il cibo. Le scuole sono ancora chiuse, per esempio. Molti insegnanti
non sono ancora rientrati dalla fine di dicembre. E non arrivano i giornali, sappiamo
a malapena cosa succede nel resto del Paese. Il futuro è davvero incerto".Luca Galassi