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Le parole del presidente - che si è detto ottimista sull'esito della guerra in
Iraq e ha invitato l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare - sono state
interpretatate come il discorso debole di un presidente giunto al suo ultimo anno
di mandato, e con scarse possibilità di compiere qualcosa di significativo in
questi ultimi dodici mesi. Ma hanno confermato che la preoccupazione principale
degli americani è ora l'economia, non l'Iraq, e i candidati con speranza di vittoria
stanno facendo il giro del Paese proponendo le loro ricette per far uscire gli
Usa dalla crisi. L'anno che si chiuderà con un nuovo presidente alla Casa Bianca
è iniziato con un drastico calo dei mercati azionari in tutto il mondo, e con
un intervento d'urgenza da parte delle autorità monetarie Usa e dell'amministrazione
Bush. Cosa succederà dopo novembre, però, dipende da chi vincerà le elezioni.
Impostazioni diverse. Che bisogna fare qualcosa lo dicono tutti, democratici e repubblicani, ed è
probabile che nelle prossime settimane il Congresso sia più unito che mai nell'approvare
il piano di aiuti economici voluti da Bush. Ma tra un anno? Mentre all'interno
dei partiti i candidati si attaccano a vicenda ma hanno spesso posizioni economiche
non così distanti, tra democratici e repubblicani una differenza sostanziale c'è:
i primi puntano a rilanciare l'economia grazie ad aiuti in particolare alle famiglie
di medio-basso reddito, i secondi vogliono prolungare o rendere permanenti i tagli
fiscali approvati negli anni scorsi da Bush, che secondo i democratici hanno però
avvantaggiato soprattutto le fasce di reddito più ricche. Hillary Clinton e Barack
Obama mostrano inoltre tendenze protezionistiche, accusando la Cina di sottrarre
posti di lavoro alla middle class americana. Ma sul capitolo dei sussidi all'agricoltura, anche per la produzione
di etanolo, non si trova un candidato che proponga di ridurli.
I democratici. Le diagnosi dell'ex first lady e del candidato afro-americano sono simili: anche
a causa della concorrenza sleale cinese, negli Stati Uniti il divario tra ricchi
e poveri è sempre più largo. Per la Clinton, la soluzione è tagliare le tasse
alle grandi aziende per creare nuovi posti di lavoro, e non è da escludere l'imposizione
di dazi all'importazione di prodotti cinesi. Riguardo alla crisi dei mutui subprime
e al crescente numero di americani che non riescono a pagare la rata del mutuo,
la Clinton propone di congelare per qualche anno l'aumento dei tassi variabili.
Obama promette invece di creare un fondo per aiutare i proprietari di case a rischio
di insolvenza. In campo fiscale il senatore dell'Illinois propone riduzioni per
i più poveri, nell'ambito di un rilancio del Paese che comprenda nuovi investimenti
sull'istruzione, la sanità e la ricerca scientifica.
I repubblicani. Tra i repubblicani, i duellanti con possibilità di arrivare alla Casa Bianca
sono ormai solo Mitt Romney e John McCain. Sull'economia i due non stanno risparmiando
i colpi. In particolare Romney, con un passato da manager e un buon curriculum
economico da governatore del Massachusetts, sta cercando di farsi percepire dagli
elettori come il candidato più competente per gestire la crisi attuale, anche
perché McCain ha ammesso che l'economia non è il tema che padroneggia meglio.
La ricetta di Romney è come quella di Bush: incoraggiare la crescita tagliando
le tasse, già ridotte sensibilmente per i redditi più alti dall'attuale amministrazione.
McCain – uno dei due repubblicani che nel 2001 votarono contro i tagli alle imposte
decisi da Bush - parla di ridurre il carico fiscale per le famiglie della classe
media, ma preferisce mettere l'accento sul bisogno di contenere le spese pubbliche,
esplose sotto il governo Bush. Il senatore dell'Arizona, a differenza di molti
repubblicani, riconosce inoltre l'importanza della lotta al cambiamento climatico
e propone un tetto alle emissioni nocive.Alessandro Ursic