Il grande giornalista inglese, sull'Indipendent, spiega i retroscena dell'omicidio Eid

Il capitano Wassem Eid, un alto funzionario dei servizi di intelligence della
polizia libanese, vicino al governo (in altre parole, non era filo-siriano) è
stato fatto a pezzi, insieme alla sua guardia del corpo e ad almeno tre civili,
nel sottopassaggio di un’autostrada. L’esplosione è stata talmente devastante
(un intero camion è stato fatto saltare in aria, uccidendo il suo autista) che
in un primo momento non era chiaro se gli attentatori avessero usato un auto-bomba
o avessero piantato il loro esplosivo sotto la carreggiata.
(L’omicidio del) capitano Eid, che si occupava di "tutti quei dossier che hanno
a che fare con gli attacchi terroristici", secondo il capo della polizia libanese,
il generale Ashraf Rifi, è arrivato soltanto 16 mesi dopo che il colonnello Samir
Shehade, vice-capo del dipartimento di intelligence della polizia e anche lui
coinvolto nelle indagini sugli omicidi politici libanesi, era stato quasi ucciso
da una bomba piazzata sul ciglio stradale nella parte sud di Beirut.
Dunque, a Beirut sta emergendo una nuova tipologia di omicidi. I killer inseguono
i cacciatori e ora i cacciatori stanno diventando prede. Solo il mese scorso,
il generale
Francois el-Hajj, vice-capo dell’esercito libanese e il personaggio più attivo
nella repressione della rivolta islamica nel nord del Libano dello scorso anno,
è stato colpito a morte da una bomba all’interno di un sottopassaggio stradale
simile, a un paio di miglia dalla scena del delitto di ieri. Per la sua efficienza,
(la tecnica usata) è simile a quella della Mafia; una massiccia bomba proprio
in faccia all’automobile del capitano Eid, innescata con precisione chirurgica.
Come al solito, non ci sono state rivendicazioni (come per ogni altro omicidio
politico in Libano negli ultimi trenta anni) e nessun arresto.
Nessuna meraviglia quindi, di fronte alla coltre di disperazione che in questo
momento avviluppa così tanti libanesi. Ieri era il 1.067esimo giorno dall’uccisione
dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, l’omicidio che ha innescato una serie di
brutali assassini per lo più di figure anti-siriane.
Adesso c’è un copione ben noto, non solo per gli omicidi ma anche per il momento
che li segue. I sostenitori del governo sostengono che sia da incolpare la Siria
(in quanto quasi tutte le vittime sono state aperti oppositori della Siria, ai
libanesi viene inevitabilmente da dire che è stato il "macellaio"), mentre la
Siria denuncia il crimine usando i toni più duri. Allora il governo statunitense
condannerà l’omicidio, e il Paese si fermerà per discutere di chi sarà la prossima
vittima. E questo perché (i libanesi) non hanno speranze di trovare gli assassini
del Libano prima che gli assassini trovino loro.
Robert Fisk*