Percorrendo la Striscia di Gaza, verso sud, insieme ai palestinesi riretti in Egitto
Scritto per noi da
Emiliano Olivero
Rafah. 23 gennaio 2008. A nord della Striscia, non si riesce a trovare un taxi.
Le strade sono pressoché deserte. Nei pressi del porto, dove ogni mattina si raduna
una gran folla per acquistare il pesce fresco, ci saranno al massimo una decina
di persone.

Percorriamo la strada costiera che porta a sud, alla frontiera con l’Egitto.
Questa é invece molto trafficata; Auto, camion, carri e furgoni si dirigono verso
quel confine che, dopo essere stato chiuso nel 2006 in seguito al rapimento del
caporale israeliano Shalit, é stato riaperto con l’esplosivo durante la notte.
Parcheggiamo l’auto a pochi metri da quello che fino a ieri era un imponente muro,
in metallo ed in blocchi di cemento armato di otto metri di altezza. Oggi é a
terra, e quegli stessi blocchi sono usati dalla gente di Gaza come passerella
per raggiungere l’Egitto.

Non si tratta di una fuga, almeno non per i molti gazawi che passano la frontiera
con I loro carretti trainati da asini o con i trattori che partono vuoti per essere
riempiti di tutto ció che ormai da sei mesi non si riesce piú a trovare nei mercati
della Striscia. Lo spettacolo é impressionante. Seguiamo a piedi questo fiume
umano che si muove a passo svelto verso il mercato della cittá egiziana di frontiera
Hareej. Durante il viaggio vediamo gente che giá rientra a Gaza a scaricare nelle
proprie case la preziosa mercanzia acquistata, per poi tornare e continuare l’approvigionamento.
Taniche di benzina, bombole di gas, lattine d’olio, detersivi, ricambi d’auto,
materassi, coperte, bestiame, cioccolata e sigarette. Uomini, donne, vecchi e
bambini carichi come gli stessi muli che trainano i loro carretti ritornano con
il sorriso soddisfatto di chi ha fatto un affare. Eppure i prezzi oggi sono almeno
il doppio di ieri, ma nonostante ció, comprare costa sempre meno di quanto puó
costare a Gaza dopo sei mesi di embargo. Un furgone giallo é circondato da una
marea di mani che stringono banconote egiziane. Vende biscotti al cioccolato e
succhi di frutta.

Luy telefona alla moglie nonappena passiamo il confine “Sono in Egitto, é pieno
di gente, é bellissimo”. Quando riattacca mi dice che la moglie gli ha chiesto
della Coca Cola. Erano quattro anni che non uscivano da Gaza. L’atmosfera é quella
della festa patronale, ma al posto della statua del santo, si portano in spalla
cartoni di fagioli in scatola e sacchi di farina. La polizia egiziana é numerosa,
ma guarda in silenzio e con curiositá quella fiumana assetata di normalitá che
non smette di passare. Israele, la guerra e l’embargo sembrano essere lontanissimi.
Camminiamo per quattro ore e poi ritorniamo dall’altra parte stanchi ma felici
di essere stati testimoni di questo giorno memorabile in cui la gente di Gaza
ha potuto sentirsi finalmente libera. Purtroppo non riusciamo a trovare nemmeno
un bottiglia di Coca Cola, bisognerebbe camminare per altri kilometri o fermarsi
a fare code interminabili. Luy mi dice “Non importa, ci torneró domani, inschallah”.
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