25/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Hamas e l'Egitto si accordano per la chiusura di Rafah, Israele blocca gli altri valichi
Dopo due giorni di libero transito per il confine di Rafah, tra la striscia di Gaza e l'Egitto, ora i cancelli si stanno per chiudere. Mercoledì scorso, la distruzione di gran parte della barriera metallica che delimitava l'enclave palestinese aveva spalancato le porte dal Sinai egiziano a una fiumana di persone, che da tutta la Striscia avevano varcato la frontiera per andare a rifornirsi di generi di prima necessità nella parte egiziana di Rafah e nella cittadina di El Arish. Secondo fonti locali, l'apertura della breccia nel muro, che ha preso in contropiede sia le autorità egiziane che quelle d'Israele, era stata preparata da mesi da Hamas, in casi di emergenze militari o umanitarie. Ora però la crisi, riconosciuta anche dal presidente egiziano Moubarak, sembra essere rientrata, e tutti i palestinesi vengono invitati a tornare a casa. Secondo le Nazioni Unite, circa un terzo della popolazione della Striscia ha sfruttato l'occasione per recarsi oltre il confine.

 L'accordo. Questa notte Hamas e le autorità egiziane hanno raggiunto un accordo per la chiusura del valico entro due giorni, e la successiva apertura di un confine a regime controllato, gestito dal partito islamico assieme a rappresentanti del governo di Ramallah. Un incontro per definire le modalità di questa rinnovata collaborazione inter-palestinese era stato chiesto nelle ore immediatamente successive all'apertura della breccia, sia dal capo dell'ufficio politico di Hamas in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, che dal leader del movimento, Ismail Haniyeh. Da Ramallah, però, il governo di Transizione guidato da Salam Fayyad sembra voler prendere tempo, timoroso che l'accordo con Hamas per la gestione del confine meridionale possa apparire come una restituzione di sovranità sulla Striscia, dopo il colpo di mano del giugno 2007, quando le forze di Hamas ne presero il controllo.

 Si chiude. Da questa mattina il confine di Rafah funziona praticamente a senso unico. Testimoni locali affermano che il valico, presidiato le autorità egiziane in assetto anti-sommossa e dai miliziani di Hamas, è stato aperto a intermittenza per chi voleva recarsi in Egitto per gli ultimi acquisti o per ragioni mediche, mentre il grosso del flusso riguardava i palestinesi di rientro, carichi di merci e valige. Già da ieri, le forze egiziane avevano creato un cordone di sicurezza -arretrando ufficiosamente il confine di una quarantina di chilometri- per impedire ai palestinesi di entrare troppo in profondità nel territorio del Cairo. Per accelerare il loro rientro nella Striscia, questa mattina la polizia egiziana ha ordinato la chiusura delle rivendite di el Arish, che peraltro erano rimaste senza scorte, e ha annunciato che il valico verrà chiuso oggi. La restrizione al transito ha provocato momenti di tensione tra la folla assiepata a Rafah, che ha iniziato a lanciare sassi contro gli agenti del Cairo, ma è stata fermata dai loro idranti e dagli spari in aria degli agenti palestinesi. Gli scontri sono poi ripresi quando miliziani palestinesi hanno aperto con le ruspe altri due varchi in quel che resta della barriera di separazione. Gli scontri sono ancora in corso e pare che la polizia egiziana stia faticando a contenere le sassaiole della folla.

Isolamento. Nel frattempo rimangono chiusi tutti gli altri valichi della Striscia, che comunicano con il territorio israeliano. La loro serrata era stata imposta venerdì scorso dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, come ritorsione contro il continuo lancio di razzi Qassam verso il territorio israeliano. Ma da mercoledì la situazione è completamente mutata: il vice ministro della Difesa, Matan Vilnai, ha dichiarato che “poichè Gaza è aperta dall'altro lato, Israele perde ogni responsabilità. Perciò vogliamo distaccarci dalla Striscia”. Una dicharazione sibillina, seguita da un comunicato delle autorità militari che annunciavano la sospensione totale del passaggio di merci e aiuti umanitari, verso la Striscia. Sempre dal fronte del governo israeliano, che nelle ore immediatamente successive alla distruzione della barriera di Rafah aveva addossato all'Egitto la responsabiltà dell'evasione di massa, giungono nuovi allarmi circa la presenza di terroristi palestinesi infiltrati nel Sinai e pronti a compiere attacchi. Israele sostiene inoltre che i due giorni di anarchia al confine potrebbero avere accelerato anche il traffico di armi verso le milizie di Hamas, peraltro mai fermatosi, nemmeno quando il confine di Rafah era sigillato. Tra le reazioni che Tel Aviv sta valutando c'è l'ipotesi di ri-occupare la Philadelphy route, la striscia di terra che delimita la Striscia a sud. Stamane, proprio quella zona è stata oggetto di un doppio attacco aereo, costato la vita a 5 persone, tre dei quali civili.

Escalation. Poco prima della distruzione del muro di Rafah, la giornalista israeliana Amira Hass aveva scritto sul quotidiano Haaretz parole di fuoco contro la politica di Barak, ironicamente chiamato Mr. Escalation, per via della cieca fiducia nel metodo già usato quando era premier all'inizio della seconda Intifada: “sparare contro chi lancia pietre per provocare reazioni contro cui ritorcersi”. Una strategia che oggi viene adottata, con esiti disastrosi, anche dalle milizie palestinesi. Negli ultimi mesi la strategia della Difesa israeliana è stata quella di chiudere i valichi come ritorsione per i lanci di razzi, una punizione collettiva che alla fine ha fatto esplodere il confine con l'Egitto. Ora la leadership di Hamas spera di ottenere il riconoscimento internazionale di un confine il cui controllo sia affidato solo a egiziani e palestinesi, una rivoluzione rispetto all'accordo del 2006 che lo metteva sotto controllo palestinese con supervisione di Israele e dell'Unione Europea. Se così fosse, sostengono diversi osservatori arabi, l'arma della chiusura perderebbe efficacia.
 

Naoki Tomasini

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