stampa
invia
Le bombe esplose simultaneamente in quattro località del Butan lunedì 21 gennaio
hanno ricordato come questo piccolo regno himalaiano, salutato come l'ultimo avvento
nel club delle democrazie dopo le prime libere elezioni del 31 dicembre scorso,
deve ancora affrontare un problema, che ha poco a che vedere con una stato democratico.
Il Butan è al momento la nazione al mondo con il maggior numero di rifugiati in
rapporto alla popolazione. E gli autori dei quattro attentati, che hanno per fortuna
causato solo un ferito, vanno ricercati tra i tre gruppi di ribelli formatisi
nella rabbia e nel risentimento dei campi approntati da vent'anni in Nepal per
i rifugiati butanesi di etnia nepalese.
Lhotshampas Sono circa 170mila, contro una popolazione complessiva di circa 650mila butanesi
rimasti in patria; altri 15mila rifugiati hanno cercato riparo in India. Tutti
i rifugiati che hanno abbandonato il regno himalaiano sono di nazionalità nepalese.
Non seguono il culto buddista maggioritario in Butan, parlano nepalese e non il
dialetto tibetano adottato dal regno butanese, il Dzongkha. E qui si innestano le due facce della medaglia al valore democratico che in
molti avevano già attribuito al precedente re butanese, Jigme Singhye Wangchuck,
che aveva nel marzo 2007 abdicato in favore del figlio 27enne e scritto l aprima
Costituzione butanese, nella quale il regnante rimane capo dello Stato, ma con
tutti i poteri esecutivi delegati al Parlamento. Jigme Singhye aveva lasciato
il potere al figlio 27enne Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ed era stato unanimemente
lodato perché grazie alle sue riforme il 31 dicembre passato 300mila elettori
avevano scelto per la prima volta i membri del parlamento butanese. Ma mentre
ci si prepara alla seconda tornata elettorale del 24 marzo, la faccia oscura della
medaglia è stata svelata dall'impatto delle esplosioni: al voto non sono ammessi
i quasi 200mila rifugiati, così come succede per quasi tutti i cittadini butanesi
di etnia nepalese, chiamati Lhotshampas. I Lhotshampas arrivarono in massa a fine '800 nel Butan dal Nepal per cercare terre coltivabili.
Finché la politica “un regno, una nazione” lanciata negli anni '70 da re Jigme
Singhye (ora acclamato come democratico) non li escluse dai diritti di cittadinanza;
con due leggi del 1977 e del 1985 venne permesso ai Lothshampas di iscriversi all'anagrafe solo se avessero dimostrato che entrambi i genitori
si trovavano nel Paese da prima del 1958. Il nepalese venne bandito dalle scuole
e ai Lothshampas si impose di adottare il buddismo, imparare lo Dzongkha e adottare il codice di abbigliamento butanese, il Drukpa Bakku.
Esilio L'etnia nepalese cominciò ad abbandonare il Butan; per chi si opponeva allo
status di 'immigrato irregolare' stabilito nella legge del 1985, non rimaneva
che emigrare. Verso il Nepal. Tanto che nel 1991 l'Alto commissariato Onu per
i rifugiati ha iniziato a costruire quattro campi per i rifugiati butanesi in
Nepal. Da allora ci sono stati 12 incontri tra le autorità dei due paesi per varare
un processo di riconoscimento delle cittadinanaze. Nel 2003 lo stesso commissariato
Onu ai rifugiati ha rinunciato all'idea di far rientrare i Lhotshampas in Butan, varando programmi di reintegrazione in Nepal. E l'argomento è ancora
tabu a Thimpu, capitale butanese: Debrata Biswas, un parlamentare indiano che
aveva organizzato una manifestazione vicino il confine indiano-butanese, per sostenere
la causa dei rifugiati, si è visto negare il 19 gennaio l'ingresso nel regno himalaiano
per incontrare i sostenitori della causa del rientro e dell'integrazione dei Lothshampas.Gianluca Ursini