Tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali in
Serbia, in programma il 3 febbraio prossimo, continua la partita a
scacchi rispetto al futuro status del Kosovo, la provincia serba a
maggioranza albanese.
L'indipendenza del Kosovo. Ieri è stata una giornata
molto intensa sull'asse Bruxelles, Pristina, Belgrado, Mosca.
“L'indipendenza del Kosovo sarà una bella sorpresa, che
faremo rapidamente nei prossimi”, ha dichiarato ai giornalisti
Hashim Thaci, premier kosovaro, mentre partiva per Bruxelles dove
incontrerà oggi il Rappresentante Ue per la Politica estera,
Javier Solana e il commissario Ue all'Allargamento Olli Rehn. Secondo Radio Kosovo,
che cita fonti vicine a Thaci, il giorno giusto potrebbe essere il 6 febbraio
prossimo.
“La
data è concordata, e sarà resa pubblica molto presto",
ha confermato parzialmente Thaci, che venerdì sarà alla Nato per
incontrare il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer. Il piano
dell'Ue è chiaro: convincere Thaci ad aspettare il
ballottaggio di Belgrado prima di fare qualsiasi annuncio, per non
regalare la vittoria al radicale Nikolic, vincitore del primo
turno.
Gli Stati Uniti sarebbero per tempi più stretti, ma
alla fine potrebbe essere trovato un accordo per pazientare
addirittura fino alle elezioni spagnole, previste per l'inizio di
marzo.
Un mese, dopo 10 anni di attesa, non cambierebbe molto per
i kosovari, ma terrebbe fuori dal dibattito politico iberico lo
spinoso tema del 'precedente' Kosovo in chiave basca, come ha
minacciosamente ricordato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri
russo Lavrov.
Secondo alcuni osservatori, una data buona per tutti
potrebbe essere il 6 marzo prossimo, giornata nazionale del
combattente in Kosovo. I miliziani dell'Uck, che combatterono contro
i serbi nel 1998-1999, vengono celebrati come eroi nel giorno
dell'anniversario della morte di Adem Jashari, indimenticato leader
kosovoaro, massacrato nella strage di Drenica, il 6 marzo 1998, con
tutta la sua famiglia. Una data simbolica, in una terra dove i
simboli sono tutto.
La tela di Mosca. Mentre Thaci va a Bruxelles, il premier
serbo Vojislav Kostunica vola a Mosca. Domani, nel corso di una
cerimonia con il presidente russo Vladimir Putin e quello serbo Boris
Tadic, verrà firmato un accordo commerciale di grande portata
economica e di enorme portata politica. Il colosso di Stato
dell'energia russa Gazprom compra il 51 percento della Nis, la più
grande azienda gaspetrolifera serba, che viene privatizzata. Un
affare da 400 milioni di euro che Belgrado incasserà subito,
ai quali si aggiungeranno altri 500 milioni in investimenti e 600
milioni per coprire i debiti della Nis.
Nell'accordo finale sono
anche previste due altre clausole. Dalla Serbia passerà una
diramazione del mega gasdotto Southstream, un progetto di Mosca che
permetterà alla Russia di commercializzare al meglio le sue
risorse energetiche attraverso una rete di fornitura interamente
balcanica e nella città serba di Banatski Dvor, in Vojvodina,
verrà costruito un mega deposito della Gazprom, che magari
porterà un po' di posti di lavoro nell'altra regione 'ribelle'
della Serbia.
“Si tratta del maggior contratto mai stipulato da
noi”, ha dichiarato trionfante Kostunica, al quale Tadic ha
lasciato la passerella internazionale (secondo alcuni osservatori)
come 'prezzo' per ottenere l'appoggio dell'attuale premier al
ballottaggio contro Nikolic. Il filo – europeismo di Tadic è
sempre stato compensato da Kostunica, leader di quella parte della
nomenklatura serba che ha sempre visto in Mosca l'alleato naturale
della Serbia. Lavrov forse ha esagerato a parlare di 'effetto domino'
in decine di paesi se si concede l'indipendenza al Kosovo, ma quello
che è certo è che non si tratta di un problema che
riguarda solo Pristina e Belgrado.