25/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Molti esaltano i progressi della sanità afgana dal 2001 a oggi. Ma le cose non stanno proprio così
“La ricostruzione in Afghanistan ha ottenuto enormi risultati: oggi l’ottanta per cento della popolazione ha accesso alle cure mediche”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer.
Nelle stesse ore, l’Unicef pubblicava il suo rapporto annuale e IrinNews, l’agenzia di informazione umanitaria dell’Onu, lo presentava scrivendo che in Afghanistan “si sono fatti grandi progressi nella fornitura di cure mediche di base, oggi accessibili a circa l’80 percento della popolazione: questo ha prodotto una riduzione del 25 per cento nel tasso di mortalità infantile dal 2001 a oggi”.
 
Il rapporto UnicefNessuna riduzione della mortalità per l’Unicef. Nel rapporto Unicef però non c’è traccia di questo paragone con il 2001. Nelle tabelle in fondo al documento si legge che in Afghanistan la mortalità infantile entro il quinto anno di vita è del 257 per mille (circa un bambino su quattro non arriva a vivere cinque anni) e quella entro il primo anno è del 165 per mille (uno su sei non sopravvive nemmeno un anno): l’anno di paragone è il 1990, quando i due dati erano rispettivamente al 260 e 168 per mille, ovvero sostanzialmente uguali.
Per trovare i dati riferiti al 2001 bisogna andarli a cercare nel rapporto Unicef del 2003. Ma chi si aspetta di trovare tassi del 25 per cento superiori a quelli attuali rimarrà deluso: a pagina 84 si legge che nel 2001 la mortalità infantile entro il quinto anno era del 257 per mille e quella entro il primo anno del 165 per mille, esattamente gli stessi di oggi.
 
Pediatra afganoI dati presentati dal governo di Kabul. Ricercando più a fondo, si scopre che le trionfalistiche dichiarazioni del segretario generale della Nato e quelle dell'agenzia Onu ricalcano altri dati, non quelli dell’Unicef, resi noti lo scorso 4 novembre dal ministero della Salute afgano. “Quasi l’85 per cento della popolazione ha accesso alle cure mediche - sostiene il ministro - e secondo uno studio condotto dall’Università Johns Hopkins il numero dei bambini che muoiono prima dei cinque anni è sceso del 25 per cento, dai 257 su mille del 2001 ai 191 su mille del 2006”. Analoga diminuzione viene registrata per la mortalità entro il primo anno di vita: dal 165 per mille del 2001 al 129 per mille del 2006. Tutto grazie, si legge negli articoli, alla cooperazione degli Usa (agenzia UsAid) e della Banca Mondiale.
 
Bambini afganiGli studi “indipendenti” made in Usa. Gli studi che l’università privata Johns Hopkins di Baltimora, negli Stati Uniti, conduce dal 2004 sulla sanità pubblica in Afghanistan in collaborazione con la Banca Mondiale sono presentati come “indipendenti”. Ma basta dare un’occhiata al sito Internet della facoltà di Medicina dell’università statunitense per leggere che la Johns Hopkins conduce questi studi per conto dello stesso ministero della Sanità di Kabul, il quale ha ovviamente tutto l’interesse nel mostrare grandi progressi. Progressi che i rapporti dell’Unicef non registrano affatto. Anzi. La stessa nota stampa di IrinNews che esalta gli avanzamenti della sanità afgana dal 2001 a oggi, sottolinea che in Afghanistan, polmonite, malnutrizione, diarrea e altre patologie curabili uccidono ogni giorno 600 bambini sotto i cinque anni, ovvero 25 ogni ora, uno ogni due minuti e mezzo.

Enrico Piovesana

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