scritto per noi da
Federico Frigerio
“Se una donna va dalla polizia, gli ufficiali le diranno che deve essere stata
una cattiva donna e le chiederanno che cosa ha fatto per meritarsi ciò”. Lisette
Quesnel, responsabile per conto della Oxfam di un progetto contro la violenza
sulle donne, illustra così la desolante situazione delle donne in Niger. Un rapporto
stilato dalla stessa Oxfam rivela che il 70 percento delle intervistate considera “normale” essere picchiata,
stuprata o umiliata dal proprio marito, dal proprio padre e persino dai propri
fratelli. Se un marito non è soddisfatto della propria moglie può chiedere il
divorzio senza che nessun giudice si preoccupi di ascoltare le eventuali motivazioni
della donna. Le strutture di pronto soccorso locali registrano i casi di donne
con il volto ustionato e con fratture ossee con la generica sigla di “infortuni”.
Donne. Salamatou Traorè, attivista per i diritti delle donne, sollecita una presa di
posizione netta da parte del governo: “Abbiamo bisogno di una classe politica
che si impegni seriamente per aiutare le donne, altrimenti i loro diritti non
saranno mai rispettati”. Essere donna in Niger significa inoltre essere potenzialmente
più ignorante: solo il 15 percento delle donne sa leggere e scrivere e solo il
7 percento di esse è impegnata in attività commerciali. Eppure, la nazione sembrava
aver risposto positivamente ai richiami della comunità internazionale, firmando
nel 1999 la
Convenzione per l’eliminazione di discriminazioni contro le donne. Senza tuttavia risolvere antiche proibizioni, come il divieto per le donne
di richiedere il divorzio. Traorè non nasconde imbarazzo quando illustra l’aspetto
grottesco delle motivazioni per tale veto, in quanto “gli uomini hanno iniziato
a dire che volevamo queste leggi solo perché le donne potessero sposarsi tra loro
e si dicevano preoccupati per il lesbismo in Niger”.
Uranio. La realtà mostra come altri temi siano scottanti per il governo nigerino, in
primo luogo la gestione di una risorsa fondamentale come l’uranio (e dei suoi
grandi profitti). Il cartello nucleare francese Areva ha recentemente firmato un accordo con il Niger per sfruttare un'altra miniera
di uranio. Areva, che da 30 anni opera indisturbatamente nell’ex colonia francese, si era trovata
di recente in concorrenza con altre multinazionali straniere interessate a procacciarsi
l’uranio, la cui domanda è ai massimi storici. Cinesi, canadesi, indiani, sudafricani
si sono riversati in Niger, nazione africana tra le più povere ma sesto stato
esportatore al mondo del prezioso metallo. Il rinnovato interesse per l’uranio
ha dato nuova linfa alle richieste delle popolazioni Tuareg che a difesa dei loro
interessi e per una più equa ripartizione delle ricchezze si sono organizzati,
dagli inizi del 2007, nel movimento ribelle Mouvement des Nigeriens pour la Justice (Mnj).
Areva. Aghaly Alambo, comandante del
Mnj, ha più volte accusato
Areva: “La compagnia lavora qui da 30 anni ma la popolazione locale non ne ha mai
beneficiato, nemmeno dell’un percento dei loro enormi profitti”. Il nuovo contratto
addolcisce i recenti contrasti tra Areva e il governo nigerino, che aveva accusato
la compagnia francese di finanziare i ribelli. Un’intera nazione sembra interamente
concentrata sull’uranio, su dove trovarlo e su come spartire gli enormi profitti:
poco spazio per le richieste di diritti umani e per discorsi maturi sulla parità
dei sessi. Un corteo di centinaia di donne per le strade della capitale Niamey
ha per questo tentato di distogliere i politici dalle questioni economiche, reclamando
ad alta voce un futuro migliore per le donne nigerine. Inaspettatamente, qualcuna
ha avuto la sensazione di non essere sola nella battaglia.