La denuncia del Democratic Voice of Burma: “Almeno mille morti e migliaia di persone da soccorrere”
I danni causati dallo tsunami del 26 dicembre in Myanmar (ex Birmania) rischiano
di rimanere un mistero. La giunta militare che guida il Paese asiatico limita
l’accesso degli aiuti e fornisce un bilancio di soli 59 morti, 21 dispersi, 43
feriti e 3205 sfollati. Ma in queste regioni che si estendono per duemila chilometri
lungo l’Oceano indiano le vittime potrebbero essere molte di più. Tuttavia è difficile
provarlo: qui non sono ammessi giornalisti e visitatori stranieri e agli abitanti
è vietato fornire qualsiasi informazione. Ci ha provato il Democratic Voice of Burma (Dvb), autorevole quotidiano di rifugiati birmani in Norvegia, che ha raccolto
in un rapporto le testimonianze di locali, operatori umanitari e giornalisti costretti
per timore di ripercussioni a restare anonimi. La denuncia del Dvb è drammatica:
sarebbero almeno mille i birmani che hanno perso la vita e decine di migliaia
quelli bisognosi di assistenza.

Il rapporto di Dvb. Secondo l’analisi informatica di un geofisico californiano, Steven N. Ward, la Birmania sarebbe stata colpita allo stesso modo della vicina Thailandia,
dove sono morte oltre cinque mila persone. Eppure le cifre riportate dalle organizzazioni
internazionali sono contrastanti e vicine a quelle del governo birmano. La Federazione
internazionale della Croce Rossa (Ficr), ad esempio, dice che il numero delle
vittime oscilla da 60 a 80 e quello degli sfollati da cinque a settemila. Sono
sessanta le vittime anche per il Programma alimentare mondiale (Pam), mentre almeno
90 per l’Unicef. Ecco, invece, il bilancio del Dvb: nelle Coco Islands, 270 miglia
a sud-ovest di Yangon e dove dagli anni ’90 sono presenti le installazioni militari
cinesi, diversi testimoni oculari affermano che sono morti un centinaio di abitanti.
Nel porto di Mergui attraccavano almeno 2500 barche di pescatori e non è chiaro
quante siano affondate o siano rimaste danneggiate. Cento ottanta chilometri al
largo, però, dove si trova un arcipelago di ottocento isole, sarebbero annegati
circa duecento ‘gitani del mare’, detti anche Moken o Salon. Questi per gran parte
dell’anno vivono sull’acqua in barchette di legno e gettano l’ancora solo quando
il mare è mosso dai monsoni. Sempre nel sud, il villaggio di Aukky è stato completamente
inghiottito dal mare per almeno un quarto d’ora. In tutta l’area, i dispersi si
contano a centinaia.
Testimonianze. Nella divisione di Irrawaddy, dove si apre l’immenso Delta del fiume omonimo,
lo tsunami è giunto durante l’alta stagione della pesca e i lavoratori annegati potrebbero essere
moltissimi. Un giornalista dell’AFP, che si trovava nel villaggio di Kha Pyat
Thaung, ha affermato che seicento persone sono state portate via dalle onde, lasciando
solo 17 cadaveri sul bagnasciuga. Anche nello Stato di Arakan, affacciato sul
Golfo del Bengala, la stagione della pesca aveva portato moltissime persone in
mare e sulla spiaggia. Qui, secondo l’Arakan National Council (ANC), il numero delle vittime sarebbe salito a 96.
Impossibile determinare con certezza quanti lavoratori birmani siano scomparsi
in Thailandia: erano per lo più immigrati illegali senza documenti. “Sono stati
trattati – dicono alcuni soccorritori – come vittime di terza classe. Le migliori
cure sono state rivolte ai turisti stranieri. Anche i tailandesi sono stati alquanto
trascurati”. E non finisce qui. Bangkok ha iniziato a rimpatriare centinaia di
lavoratori dalle sei province colpite, sia perché scoperti senza permessi di soggiorno
sia perché accusati in certi casi di aver compiuto furti tra le macerie. Secondo
il Dvb le vittime tra gli espatriati sarebbero 800 e mille i dispersi.

I motivi del silenzio. Per quali ragioni i dittatori birmani nasconderebbero la verità? Il capo redattore del Dvb, Moe Aye, risponde a PeaceReporter: “Innanzitutto per superstizione. Il governo crede che ai disastri naturali
seguano dei cambiamenti politici. Così nascondono i fatti alla popolazione per
non creare aspettative in questo senso”. Le regioni più colpite dal sisma del
26 dicembre erano un tempo sotto il controllo del supremo capo della giunta Than
Shwe e in questi giorni i famigliari più stretti dei militari al potere avrebbero
tenuto diverse cerimonie nelle pagode buddiste per scacciare gli spiriti malvagi.
“I generali poi – continua Moe Aye – non vogliono osservatori indipendenti e giornalisti
sul loro territorio. Questi ultimi potrebbero raccontare non solo i danni dello
tsunami, ma anche i gravi abusi compiuti ogni giorno contro i civili. Potrebbero
vedere per esempio le persone costrette al lavoro forzato. C’è anche un motivo
ideologico: la giunta rifiuta gli aiuti internazionali, perché non vuole che la
popolazione nutra sentimenti di riconoscenza verso gli occidentali. Sarebbe una
prova di debolezza del governo che lo esporrebbe a ulteriori critiche. Vieta,
inoltre, la formazione di gruppi, anche di soccorso. Teme che possano portare
alla costituzione di un movimento civile”.
Libertà superstiziose. Le isole del sud sono interdette ai visitatori anche per un altro motivo.“Al
largo della lunga costa meridionale – spiega Moe Aye – si trovano molte basi navali
che sicuramente sono state travolte dallo tsunami. I militari non vogliono ammettere
che le forze dell’esercito sono state danneggiate”. Finora il governo birmano
ha dichiarato di non aver bisogno di aiuti internazionali, ma di fatto ne ha ricevuti
alcuni, per esempio da parte della Croce Rossa (quella tedesca il 7 gennaio scorso
ha inviato un aereo di 12mila coperte per gli sfollati) e dalla Cina, più importante
partner economico. Moe Aye conclude: “Anche la liberazione di altri 5.588 carcerati
birmani avvenuta il 2 gennaio può essere stata in parte determinata da credenze
superstiziose. Il regime avrebbe ascoltato i consigli degli astrologi. Del resto,
gran parte dei 20mila liberati a partire da novembre erano criminali comuni e
solo 90 prigionieri politici”.
Intanto i danni psicologici provocati dallo tsunami stanno colpendo i poveri
abitanti dei villaggi costieri. I pescatori che si sono salvati non vogliono più
prendere il largo, temono che il mare li tradisca di nuovo. Ma non hanno altri
mezzi per procurarsi il cibo e rischiano la fame assieme alle proprie famiglie.