12/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La denuncia del Democratic Voice of Burma: “Almeno mille morti e migliaia di persone da soccorrere”
I danni causati dallo tsunami del 26 dicembre in Myanmar (ex Birmania) rischiano di rimanere un mistero. La giunta militare che guida il Paese asiatico limita l’accesso degli aiuti e fornisce un bilancio di soli 59 morti, 21 dispersi, 43 feriti e 3205 sfollati. Ma in queste regioni che si estendono per duemila chilometri lungo l’Oceano indiano le vittime potrebbero essere molte di più. Tuttavia è difficile provarlo: qui non sono ammessi giornalisti e visitatori stranieri e agli abitanti è vietato fornire qualsiasi informazione. Ci ha provato il Democratic Voice of Burma (Dvb), autorevole quotidiano di rifugiati birmani in Norvegia, che ha raccolto in un rapporto le testimonianze di locali, operatori umanitari e giornalisti costretti per timore di ripercussioni a restare anonimi. La denuncia del Dvb è drammatica: sarebbero almeno mille i birmani che hanno perso la vita e decine di migliaia quelli bisognosi di assistenza.
  arcipelago di Mergui
Il rapporto di Dvb. Secondo l’analisi informatica di un geofisico californiano, Steven N. Ward, la Birmania sarebbe stata colpita allo stesso modo della vicina Thailandia, dove sono morte oltre cinque mila persone. Eppure le cifre riportate dalle organizzazioni internazionali sono contrastanti  e vicine a quelle del governo  birmano. La Federazione internazionale della Croce Rossa (Ficr), ad esempio, dice che il numero delle vittime oscilla da 60 a 80 e quello degli sfollati da cinque a settemila. Sono sessanta le vittime anche per il Programma alimentare mondiale (Pam), mentre almeno 90 per l’Unicef. Ecco, invece, il bilancio del Dvb: nelle Coco Islands, 270 miglia a sud-ovest di Yangon e dove dagli anni ’90 sono presenti le installazioni militari cinesi, diversi testimoni oculari affermano che sono morti un centinaio di abitanti.
Nel porto di Mergui attraccavano almeno 2500 barche di pescatori e non è chiaro quante siano affondate o siano rimaste danneggiate. Cento ottanta chilometri al largo, però, dove si trova un arcipelago di ottocento isole, sarebbero annegati circa duecento ‘gitani del mare’, detti anche Moken o Salon. Questi per gran parte dell’anno vivono sull’acqua in barchette di legno e gettano l’ancora solo quando il mare è mosso dai monsoni. Sempre nel sud, il villaggio di Aukky è stato completamente inghiottito dal mare per almeno un quarto d’ora. In tutta l’area, i dispersi si contano a centinaia.
 
Than ShweTestimonianze. Nella divisione di Irrawaddy, dove si apre l’immenso Delta del fiume omonimo, lo tsunami è giunto durante l’alta stagione della pesca e i lavoratori annegati potrebbero essere moltissimi. Un giornalista dell’AFP, che si trovava nel villaggio di Kha Pyat Thaung, ha affermato che seicento persone sono state portate via dalle onde, lasciando solo 17 cadaveri sul bagnasciuga. Anche nello Stato di Arakan, affacciato sul Golfo del Bengala, la stagione della pesca aveva portato moltissime persone in mare e sulla spiaggia. Qui, secondo l’Arakan National Council (ANC), il numero delle vittime sarebbe salito a 96.
Impossibile determinare con certezza quanti lavoratori birmani siano scomparsi in Thailandia: erano per lo più immigrati illegali senza documenti. “Sono stati trattati – dicono alcuni soccorritori – come vittime di terza classe. Le migliori cure sono state rivolte ai turisti stranieri. Anche i tailandesi sono stati alquanto trascurati”. E non finisce qui. Bangkok ha iniziato a rimpatriare centinaia di lavoratori dalle sei province colpite, sia perché scoperti senza permessi di soggiorno sia perché accusati in certi casi di aver compiuto furti tra le macerie. Secondo il Dvb le vittime tra gli espatriati sarebbero 800 e mille i dispersi.
 
I motivi del silenzio. Per quali ragioni i dittatori birmani nasconderebbero la verità? Il capo redattore del Dvb, Moe Aye, risponde a PeaceReporter: “Innanzitutto per superstizione. Il governo crede che ai disastri naturali seguano dei cambiamenti politici. Così nascondono i fatti alla popolazione per non creare aspettative in questo senso”. Le regioni più colpite dal sisma del 26 dicembre erano un tempo sotto il controllo del supremo capo della giunta Than Shwe e in questi giorni i famigliari più stretti dei militari al potere avrebbero tenuto diverse cerimonie nelle pagode buddiste per scacciare gli spiriti malvagi. “I generali poi – continua Moe Aye – non vogliono osservatori indipendenti e giornalisti sul loro territorio. Questi ultimi  potrebbero raccontare non solo i danni dello tsunami, ma anche i gravi abusi compiuti ogni giorno contro i civili. Potrebbero vedere per esempio le persone costrette al lavoro forzato. C’è anche un motivo ideologico: la giunta rifiuta gli aiuti internazionali, perché non vuole che la popolazione nutra sentimenti di riconoscenza verso gli occidentali. Sarebbe una prova di debolezza del governo che lo esporrebbe a ulteriori critiche. Vieta, inoltre, la formazione di gruppi, anche di soccorso. Teme che possano portare alla costituzione di un movimento civile”.
 
Libertà superstiziose. Le isole del sud sono interdette ai visitatori anche per un altro motivo.“Al largo della lunga costa meridionale – spiega Moe Aye – si trovano molte basi navali che sicuramente sono state travolte dallo tsunami. I militari non vogliono ammettere che le forze dell’esercito sono state danneggiate”. Finora il governo birmano ha dichiarato di non aver bisogno di aiuti internazionali, ma di fatto ne ha ricevuti alcuni, per esempio da parte della Croce Rossa (quella tedesca il 7 gennaio scorso ha inviato un aereo di 12mila coperte per gli sfollati) e dalla Cina, più importante partner economico. Moe Aye conclude: “Anche la liberazione di altri 5.588 carcerati birmani avvenuta il 2 gennaio può essere stata in parte determinata da credenze superstiziose. Il regime avrebbe ascoltato i consigli degli astrologi. Del resto, gran parte dei 20mila liberati a partire da novembre erano criminali comuni e solo 90 prigionieri politici”.
Intanto i danni psicologici provocati dallo tsunami stanno colpendo i poveri abitanti dei villaggi costieri. I pescatori che si sono salvati non vogliono più prendere il largo, temono che il mare li tradisca di nuovo. Ma non hanno altri mezzi per procurarsi il cibo e rischiano la fame assieme alle proprie famiglie.

Francesca Lancini

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