scritto per noi da
Angela Zanella
Mombasa è uno dei principali porti del Kenya e dell’Africa orientale, utile,
tra gli altri, all’Uganda, al Burundi, al Ruanda, al Congo e al Sud Sudan. Le
gigantesche zanne d’elefante che formano due archi nella via principale della
città sono rappresentate nei fogli degli scellini; sono uno dei simboli del Paese.
A Malindi il mare è cristallino, la spiaggia bianchissima, costellata di resort
di lusso. Poi ci sono i parchi: lo Tsavo Est è il più vasto del Paese, il Masai
Mara forse il più famoso, senza dimenticare l’Amboseli, il Samburu. Il safari
è un’esperienza che mantiene intatto il suo fascino e sfida le grandi attrattive
che gli operatori turistici creano ogni giorno per accaparrarsi i clienti.

Il turismo è una risorsa importante in Kenya. E’ la principale fonte di moneta
straniera, e offre lavoro a migliaia di persone. I mesi che vanno da dicembre
a aprile corrispondono solitamente all’alta stagione: molte crociere includono
Mombasa nella loro rotta, le camere d’albergo sono quasi tutte occupate, nei parchi
si incontrano più pick-up che leoni. Quest’anno, però, le cose stanno andando
diversamente. I disordini scoppiati all’indomani delle elezioni presidenziali,
che hanno riconfermato alla presidenza Mwai Kibaki, hanno danneggiato in modo
significativo il turismo keniota. Voli e vacanze cancellati, hotel quasi vuoti,
spiagge deserte, silenzio nei parchi. Secondo alcune stime, sarebbero circa 20.000
i lavoratori del settore che hanno perso il proprio impiego. E le cifre non sembrano
destinate a scendere.
I primi giorni non tutti gli ospiti si sono resi conti degli scontri nel Paese.
In particolare, chi si trovava già all’interno dei parchi era tagliato fuori dall’attualità
e la principale preoccupazione era che il safari venisse sospeso. L’impressione
che molti avevano, nelle riserve come nei resort, era che si trattasse di scontri
isolati e localizzati. Alcuni operatori del settore hanno criticato i media per
aver danneggiato l’immagine del Kenya, dando un’immagine generalizzata della situazione
e della violenza esplosa dopo lo spoglio. Di fatto, però, la tensione continua,
e il turismo ne subisce le conseguenze: i voli charter vengono utilizzati per
far rimpatriare gli stranieri presenti nel Paese, molte crociere hanno scelto
come meta la più tranquilla Zanzibar, i tour operator che organizzano safari offrono
mete alternative come Tanzania, Botswana, Zambia e Sud Africa. Lo scellino keniota
perde continuamente potere e gli investitori preferiscono puntare su affari migliori.

La Kenya Airways, compagnia di bandiera, ha deciso di cancellare i voli diretti
da Mombasa per Johannesburg e Londra, e presto altre mete potrebbero seguire la
stessa sorte. L’Inghilterra, il principale sostenitore del turismo nel Paese africano,
ha già cancellato numerosi pacchetti turistici, così come hanno fatto molti altri
tour operator europei. In questi giorni, ci sono stati nuovi scontri tra la polizia,
i sostenitori di Kibaki e quelli del suo avversario, Raila Odinga, soprattutto
a Nairobi, nell’ovest del Paese, e nella costa orientale, a Mombasa. I rappresentanti
keniani del settore hanno chiesto aiuto al Ggverno, e il ministero del Turismo
ha creato una commissione incaricata di risolvere la crisi, ma la strada sembra
lunga. Una beffa, visto che solo da pochi anni il Kenya era riuscito a superare
le difficoltà del turismo dovute agli attacchi terroristici avvenuti a Mombasa
nel 2002 e A Nairobi nel 1998.