stampa
invia
Ci sono volute due settimane di intense trattative (e due giorni finali di suspence, in cui il trattato sembrava in pericolo) per far raggiungere alle parti un
accordo di massima, che prevede il reintegro nella società civile o nell'esercito
dei miliziani smobilitati, e l'amnistia sia per i Mayi-Mayi che per gli uomini
di Nkunda. Ma proprio la sorte di quest'ultimo, inseguito da un mandato di cattura
internazionale per crimini di guerra, potrebbe rivelarsi il maggior ostacolo alla
pace. L'accordo infatti non prevede l'amnistia per il leader ribelle, il quale
dal canto suo ha già fatto sapere che quella di oggi è un'intesa preliminare,
dalla quale i suoi uomini potrebbero uscire in qualsiasi momento nel caso che
le trattative non dovessero procedere in maniera soddisfacente. Le incognite non
mancano insomma, anche perché Nkunda in passato ha più volte sconfessato le trattative
di pace con il governo.
Le incognite sono tante, ma non per questo l'accordo di oggi assume minor significato.
Per la prima volta, i gruppi armati che non erano stati inclusi nel trattato di
pace di quattro anni fa hanno l'occasione di partecipare alla ricostruzione di
un Paese devastato una guerra civile costata la vita a più di 4 milioni di persone.
Tradurli in pratica sarà molto difficile, ma le popolazioni del Kivu non hanno
grandi aspettative, viste le esperienze degli ultimi mesi. Le 400.000 persone
scappate dalla regione chiedono solo di poter tornare alle loro case (se sono
ancora in piedi) e riprendere una vita normale. Matteo Fagotto