
Sono 614 e rappresentano la nuova Assemblea nazionale cubana, votata in massa
domenica da oltre il 95 percento dei cubani. Ne fanno parte i massimi dirigenti
del
paese, fra cui il lider maximo, Fidel Castro, e il fratello, Raul, che da 17 mesi
è subentrato alla guida del paese, a causa delle delicate condizioni di salute
dell’81enne capo rivoluzionario. Eletti anche i 1.201 consiglieri delle 14 province.
I parlamentari hanno un mese di tempo: il 24 febbraio scioglieranno definitivamente
il dilemma decretando il Consiglio di Stato, 31 membri, che a sua volta sceglierà
la nuova guida di Cuba, colui che traghetterà l’isola nella stagione “dei grandi
cambiamenti” preannunciata da tempo.
Su cosa attenda Cuba tra febbraio e marzo gli analisti si sono divisi in due
posizioni. La prima si base sul fatto che Fidel Castro, avendo accettato di candidarsi,
abbia anche deciso di non farsi da parte nelle successive fasi della designazione
delle principali cariche del governo. Secondo questa visione, tenuto conto anche
dei suoi progressi fisici oltre che mentali, Castro tornerà alla guida del paese.
L'altra scuola di pensiero, invece, preferisce far leva sulla disponibilità da
lui mostrata
– “non mi aggrappo al potere” e “non voglio essere ostacolo alle nuove generazioni”
- per sostenere che di fronte alle “grandi decisioni” in arrivo, si farà da parte
mettendo a disposizione la sua grande esperienza per il bene della rivoluzione.
Secondo questa lettura dei fatti, dunque, i discorsi fatti durante la giornata
elettorale dal vice-presidente Carlos Lage e dal presidente del Parlamento uscente
Ricardo Alarcon, entrambi favorevoli a che il Lider Maximo resti al timone del
paese, andrebbero interpretate come calcolate manifestazioni di stima e devozione,
e non come reale auspicio. Qualunque sia la tesi prevalente, al centro dei lavori
del nuovo Parlamento saranno le riforme economiche annunciate da Raul Castro il
26 luglio scorso ormai improcrastinabili. Raul Castro, presidente ad interim,
ha commentato ieri, depositando per primo il suo voto in urna, che “è una cosa
molto importante
eleggere il nuovo Parlamento in una tappa complessa, in cui dobbiamo far fronte
a diverse situazioni e a grandi decisioni, poco a poco”. Durante una seduta dell’Assemblea
nazionale, a dicembre, aveva detto di condividere la tesi di chi dice che a Cuba
esiste “un eccesso di proibizioni e di misure legali, che procurano più danni
che benefici”. Per mesi, l’isola è stata teatro di accesi dibattiti e riunioni
in cui la gente ha manifestato le proprie critiche sul modello economico vigente:
carenze nei trasporti, alimentazione, edilizia e sanità, uno dei
fiori all'occhiello, insieme all'istruzione, del governo cubano. Se queste discussioni
abbiano portato il Partito Comunista a orientarsi sui provvedimenti di cui Cuba
necessita ancora non è dato sapere, quindi la suspance cresce: il futuro di Cuba
verrà svelato nei prossimi mesi.
Uno dei dati rilevanti nelle amministrative di domenica è stato quello relativo
al
voto unito, ossia la percentuale di accettazione della scheda di tutti i candidati
proposti, che permetterà di misurare l'adesione della popolazione al partito.
Nel 1993, l'invito del governo fu accolto dal 94,99 percento, mentre dieci anni
dopo l'appoggio scese al 90,88. Durante la campagna elettorale per il voto di
ieri tutti i massimi dirigenti, compreso Fidel Castro, hanno chiesto di scegliere
il voto unito, quale atto di fiducia nel partito e nella rivoluzione.