
Per l’uomo-simbolo dello scandalo di Abu Ghraib è arrivato il momento della verità.
Il riservista Charles Graner, il soldato con i baffoni che compare in varie fotografie
degli abusi sui prigionieri nel carcere iracheno, è sotto processo alla base militare
di Fort Hood, in Texas. Se lo riconoscerà colpevole delle accuse contro di lui
– dal maltrattamento di detenuti agli atti osceni contro di loro – la corte marziale
potrebbe condannarlo fino a 17 anni e mezzo di carcere. La linea difensiva si
è subito delineata: eseguiva gli ordini, ha detto il suo legale Guy Womack, e
anzi i superiori si complimentavano spesso con lui. Non solo: la tesi dell’avvocato
è che gli atti in cui Graner è stato immortalato non costituiscono tortura.

La negazione della tortura. Sono due in particolare le immagini prese ad esempio da Womack: le foto in cui
Graner posa sorridente dietro a una pila di prigionieri nudi e incappucciati e
l’istantanea, scattata proprio da Graner, nella quale la sua compagna Lynndie
England (che in ottobre gli ha dato un figlio) tiene al guinzaglio un detenuto
disteso sul pavimento. Per l’avvocato, le piramidi umane “le fanno anche le ragazze
pon-pon alle partite di football”. E per quanto riguarda il guinzaglio, “è un
valido strumento” per tenere sotto controllo una persona: “Avete probabilmente
visto nei centri commerciali alcuni genitori tenere i bambini al guinzaglio –
ha detto Womack al giudice –: non erano vittime di abusi”.
Un imputato ottimista. Il processo dovrebbe concludersi la prossima settimana. Graner, che nel frattempo
si è tagliato i baffi, si è presentato alla corte per nulla intimorito. “Oggi
scopriremo che genere di mostro sono”, ha detto ai giornalisti prima di entrare
in aula. Alcuni giorni prima aveva dichiarato: “Qualunque cosa succeda, sento
ancora che sarò dalla parte giusta e che manterrò il mio sorriso”. Affermazioni
in linea con il ritratto che del personaggio hanno dato i testimoni dell’accusa:
un bullo sprezzante con il carisma di un capobanda, a cui piaceva menare le mani
e che anzi si vantava con i compagni delle violenze inflitte ai detenuti.
La preparazione degli interrogatori. Il lavoro di Graner ad Abu Ghraib, ammette lui stesso, era di “lisciare” i
presunti terroristi prima degli interrogatori da parte dell’intelligence militare.
Secondo varie testimonianze, nelle celle dove in passato gli aguzzini di Saddam
Hussein torturavano a morte i prigionieri politici, Graner picchiava gli uomini
finché perdevano i sensi, obbligava le donne a denudarsi di fronte a lui, sodomizzava
i detenuti con degli oggetti, li costringeva a masturbarsi a vicenda. In un caso,
ha raccontato un testimone, lasciò per ore un detenuto in manette così strette
che, “quando sono andato a liberarlo, le sue mani erano completamente viola e
pensavo le avrebbe perse”.

Una sospetta storia di violenze. Già in passato Graner è stato coinvolto in storie di abusi. Nei sei anni in
cui ha lavorato in due diversi penitenziari in Pennsylvania, numerose testimonianze
di ex detenuti lo trovano protagonista, sebbene Graner non sia mai stato condannato o
punito dai vertici degli istituti. Una volta avrebbe nascosto una lametta nel
purè di patate di un carcerato, procurandogli vari tagli. Altri ex detenuti lo
descrivono come un uomo che insultava neri, musulmani e omosessuali, e bastonava
a sangue i reclusi. La prima moglie, che ha ottenuto il divorzio nel 1997 dopo
avergli dato due bambini, ha denunciato il comportamento dell’ex marito, che secondo
la donna si appostava sotto casa, la tormentava continuamente e in alcuni casi
si è introdotto in casa sua per poi picchiarla.