Sale la tensione tra alleati europei e Stati Uniti, decisi a imporre le loro regole
Chi ancora crede alla favola che la missione Isaf in Afghanistan sia “a guida
Nato” e “sotto egida Onu” dovrebbe riflettere sul fatto che il presidente degli
Stati Uniti, George Bush – non il segretario generale della Nato o dell’Onu –
ha nominato il nuovo comandante di quella missione: uno statunitense ovviamente,
il generale David McKiernan, un ‘falco’ che ha guidato l’invasione Usa dell’Iraq
nel 2003. E per tagliare la testa al toro, Wahington ha anche “proposto” un suo
uomo per guidare la stessa Nato: il generale David Petraeus, attuale comandante
delle forze Usa in Iraq, al posto dell’olandese Jaap de Hoop Scheffer.
Il Pentagono critica tutti. Mentre la nomina di McKiernan non costituisce una novità – non fa che confermare
la fusione delle missioni Isaf e Enduring Freedom, avvenuta un anno fa con l’unificazione
del comando sotto il generale Usa Dan McNeill – l’annuncio di Petraeus alla Nato
suona come un duro avvertimento di Washington agli alleati europei.
La tensione tra Stati Uniti e alleati Nato sulla guerra in Afghanistan ha raggiunto
livelli mai visti. Dopo aver più volte criticato la scarsa belligeranza di Paesi
come Italia, Germania, Spagna e Francia, il segretario alla Difesa Usa, Robert
Gates, ha accusato di incapacità le truppe britanniche, canadesi e olandesi che
invece sono duramente impegnate nel conflitto: le truppe inglesi non saprebbero
mantenere il controllo delle posizioni conquistate, quelle olandesi userebbero
troppo l’artiglieria, e via dicendo. “Non sanno fare operazioni di controinsurrezione”,
ha detto Gates al
Los Angeles Times. Le reazioni sono state rabbiose. Con l’Olanda si è aperta una vera e propria
crisi diplomatica.
Contemporaneamente, il Pentagono ha ordinato l’invio in Afghanistan di 3.200
marines e 500 blindati pesanti Rg-31 in risposta al mancato invio di rinforzi
da parte degli alleati. Come a dire “se aspettiamo voi…”. In realtà, a dirlo chiaramente
ci ha pensato un editoriale del
Washington Post, sottotitolato: “Ormai è chiaro che la guerra in Afghanistan deve essere vinta
dagli Usa, non dalla Nato”.
In aprile la resa dei conti. Tutti i nodi verranno al pettine i primi d’aprile a Bucarest, dove si terrà
il vertice annuale dei capi di Stato e di governo di tutti i Paesi della Nato.
In quell’occasione gli Stati Uniti chiederanno in maniera perentoria ai loro alleati
europei – Italia compresa – di “fare la loro parte” nella guerra in Afghanistan,
schierando più truppe e mezzi sul campo di battaglia e lasciando definitivamente
da parte ogni retorica ‘pacifista’ sulla missione Isaf. Gates va ripetendo da
settimane che “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario
della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. Insomma,
“à la guerre comme à la guerre!”.
La popolazione afgana ha capito da tempo che, al di là della propaganda europea,
la presenza delle truppe straniere nel proprio Paese non ha certo scopi umanitari.
La morte per fame e freddo di centinaia di persone avvenuta in questi giorni a
causa delle abbondanti nevicate invernali, rende bene l’idea di quale sia il reale
grado di attenzione per il benessere degli afgani.
Ma l’opinione pubblica europea crede ancora alle favole. E per far sì che continui
a farlo anche in presenza di una netta svolta bellicista della missione Nato,
è necessario recuperare un ruolo, almeno simbolico, per l’Onu. A tale scopo è
stato appena nominato ‘alto rappresentante delle Nazioni Unite in Afghanistan’
Paddy Ashdown, che fino al 2006 ha fatto lo stesso lavoro in Bosnia-Erzegovina.