Scritto per noi da
Moira Fratta
Dopo tanto tempo chiusa nel bozzolo, ieri finalmente un po’d’aria. Qualche sorso
di guagua e in spiaggia, a nuotare nel mare piu’ cristallino degli ultimi mesi.
Boca Chica, spiaggia di perdizione. Il turismo sessuale nella sua apoteosi. Ogni
due ombrelloni su tre un uomo bianco con una ragazza dominicana, e subito il sospetto
che non sia amore per l’interculturalità sale diventando certezza.
Poi via al mercato, la parte più vera, dove incontri la gente più povera, ma
anche la più schietta e più sinceramente dominicana.
Tra colori e rumori assordanti. Il
Mercado di Santo Domingo si trova alla fine della
27 de Febrero, nella zona denominata
Duarte. Il dominicano è geneticamente rumoroso e festante. Il mercato è un luogo di
urla, chiacchiere, disordine, immondizia e colori.
E’ diviso in settori, quello della frutta, quello delle scarpe, quello delle
cianfrusaglie che non si sa bene a cosa servano, quello della musica, quello dei
dolci. Il tutto circondato da una buona dose di immondizia che a volte viene bruciata
direttamente sul posto, in mezzo agli scarichi delle guaguas scassate che vanno fuori città, tossendo gas di scarico direttamente nei polmoni
delle persone. Un girone infernale con il merengue in stereofonia. Ma bello che toglie il fiato.
I piaceri della frutta. Ci sono i carretti di frutta, montagne di aguacates o di ananas ammonticchiati in bell’ordine. Adesso poi è la stagione dei limoni,
che sono buonissimi, non aspri, un misto fra un limone e un’arancia, con la scorza
gialla e verde. Sorprendentemente dissetanti. Poi c’è lo zapote, che sembra una patata, e la guayaba, che pare un misto fra una melanzana e una pera, nel senso che i semini sono
come quelli delle melanzane, ma la consistenza della polpa e il sapore somigliano
molto a quelli di una pera. Con la guayaba si fa una marmellata buonissima, stranamente rossa nonostante il frutto sia
bianco. Per non parlare della lechoza, che non sembra avere un sinonimo italiano. Dev’essere della famiglia della
zucca perché la polpa è arancione e quando è molto matura ha un retrogusto simile
alla zucca. Ma quando è matura al punto giusto è un vero piacere. Come l’aguacate, che trasforma chi l’assaggia in aguacate-addicted. E la chinola, o frutto della passione, con cui si fa un succo buonissimo. Insomma il mercato
della frutta è come il paradiso.

Una gioia per gli occhi e per il cuore. Prugne, ananas, aguacate, melone, banane. Le banane dominicane (nome locale
guineo) sono dolci, profumate, invitanti, gialle come il sole quando le considerano
acerbe, perché qui in genere si mangiano quando la buccia comincia a diventare
nera. Crescono a testa in giù. Il casco è rovesciato: le banane nascono dal basso
e crescono verso l’alto. Una sorpresa. Poi c’è il platano, che somiglia molto ad una banana ma non si può mangiare acerbo: nelle due versioni
verde o maturo si cucina, si frigge o si bollisce. E la sandia, cioè l’anguria, piccola e allungata, ma con lo stesso sapore di un’anguria
nostrana, che non è così ovvio qui perché i limoni non sanno di limone, le prugne
sono più grandi e rotonde, le banane sono più buone e la frutta che più “familiare”
agli occhi di un occidentale è tutta importata.
Banchi e spazzatura. Le bancarelle di questo mercato sono sul ciglio della strada, attaccate una
all’altra, circondate dalla spazzatura. Ma esiste un certo ordine: frutta e verdura
sono ben allineate, si mescolano i colori, è davvero una festa.
Poi ci sono i carretti, i tricicleros, veri e propri tricicli con una gran cassa sopra la ruota anteriore, una cassa
in legno piena di frutta ammonticchiata a mo' di piramide, in genere provvisti
pure di ombrellone, per ripararsi dal sole a picco. Portano frutta, gelati, ingredienti
per hotdog o panini, o per i succhi.
Di tutto un po'. Al mercato si vendono anche scarpe, vestiti nuovi e usati, intrugli afrodisiaci
come la
mamajuana, cd rigorosamente piratati che dopo le prime due canzoni saltano, e una quantita’
infinita di cose strane e inutili, cinture, giocattoli, dolci di tutti i tipi.
Si dice di fare attenzione ad andare in giro con troppi soldi, per il rischio
di scippi e ruberie. Ma il pericolo non è così eclatante. Tanto timore è dovuto
solo all’ignoranza e al tipico atteggiamento occidentale. Non per forza il fatto
di essere europeo in un mercato sudamericano comporta pericoli.