Da anni un carico di contraddizioni e lati oscuri grava su Istanbul. Sullo sfondo
di una città in crescita economica, resta irrisolto un nodo cruciale, la condizione
di vita dei curdi. La baraccopoli di Ayazma, solo una tra le tante presenti oggi in Turchia, ne è un triste esempio. I suoi
abitanti, profughi giunti dal sud-est negli anni Novanta, vivono in condizioni
indigenti, relegati ai margini della società, discriminati nei diritti. Salgono
il disorientamento e la rabbia, tra i curdi di Ayazma, come tra i curdi che vivono
nel resto del paese.
Il governo turco, dal canto suo, prosegue la politica di dispersione di questo
popolo, cercando così di sterilizzarne il senso d’identità originario e intensificarne
il processo di “turchizzazione”.

Sorge su una collina, Ayazma, persa nella periferia di Istanbul. Le grida dei
bambini intenti al gioco si muovono tra le macerie di questo campo profughi curdo
in via di smantellamento. Ayazma è uno dei più drammatici esempi di
Gecekondu esistenti in Turchia. Gecekondu in turco significa “Nati in una notte”. Si tratta
di costruzioni abusive che secondo un’antica credenza popolare se costruite nell’arco
di una notte garantirebbero ai loro proprietari il diritto di mantenerle senza
dover essere sgomberati dalle autorità. Il campo è abitato da famiglie curde,
giunte dal sud-est dell’Anatolia alla metà degli anni Novanta, quando il governo
turco distrusse e bruciò circa 4.000 villaggi, costringendo milioni di curdi a
emigrare verso ovest. Dinanzi alla collina di Ayazma si apre a ventaglio il futurista
stadio Olimpico. Sull’altro versante del campo sfila rumorosa l’autostrada. Sulla
nuda terra di Ayazma sono ancora visibili i segni del passaggio distruttore dei
bulldozer. Per giustificare la propria politica di rinnovamento urbano, l’amministrazione
comunale ha spiegato di voler eliminare un focolaio di terroristi. Gli attivisti
del Goc Der, da anni impegnati nella difesa dei diritti dei curdi, ci spiegano
che per ora gli abbattimenti sono cessati.

Mentre risaliamo verso l’agglomerato di casupole e tende che ancora resistono,
una nube di polvere si solleva improvvisa. Una vecchia camionetta carica di provviste
d’acqua s’incunea nella serpentina di vie che porta alla cima della collina. Le
famiglie attendono la distribuzione giornaliera di petrolio bianco. Sono circa
1.200 le persone che vivono tra questi ruderi, il 75% sono bambini. Qui nessuno
invecchia. Il terreno sul quale sorge il cimitero dei bambini è pregno di innocenza
troppo presto persa alla vita. Tutti gli indicatori sociali sono in rosso. Un
ambulatorio all’interno del campo, gestito dalle associazioni umanitarie, cerca
di salvare il salvabile. I più fortunati tra i curdi che vivevano in questo anfratto
di oblio, sono stati stipati nel nuovo quartiere delle Torri, 52 palazzoni di
dodici piani l’uno a dieci chilometri da qui. Nuovi ghetti sociali e urbani a
base etnica. L’obiettivo del governo turco è di alienare progressivamente i curdi
dalle proprie origini e dalla propria identità, assimilandoli a se stessi sotto
un’unica cultura dominante, quella turca appunto.“Ci hanno dispersi come montoni”,
spiega un vecchio contadino trapiantato da poco nella torre B8. “Qui è più lussuoso,
ma è come una prigione, non è il nostro modo di vivere. Il mio sogno è quello
di poter tornare al villaggio natio nella provincia di Agri, distrutto dieci anni
fa dall’esercito”. Su queste famiglie grava ora l’onere di pagare per quindici
anni un affitto mensile di 135 euro, una tariffa agevolata per ricompensarli di
tutto ciò che hanno perso. Una tariffa impossibile per chi, come i curdi, non
trova lavoro se non al mercato nero come ambulanti. “Non sappiamo come pagare”,
s’inquieta Ogün, padre di cinque bambini e operaio tessile. “I nostri giovani
non trovano lavoro”, aggiunge il vecchio Muzafer. “Se gli dici che sei curdo non
ti aiutano”, per lo stato valiamo meno che i cani”. Il senso di rabbia e disorientamento
tra gli abitanti delle torri è evidente. “A luglio di quest’anno”, spiega Ziryan,
“nella settimana precedente le elezioni, c’è stata una scorribanda notturna dei
“Lupi grigi”. Hanno distrutto porte e vetrate. Dopo un’ora è intervenuta la polizia,
lanciando lacrimogeni contro i curdi che difendevano i loro alloggi”.
La Turchia, protesa verso il sogno di un ingresso nell’Unione Europea, procede
dunque incurante nel presentare il problema curdo come un problema economico-sociale,
quando non di sicurezza. Ma un paese che rispetti i diritti umani, non solo sulla
carta ma nella realtà, non può non abbracciare il progetto di una reale convivenza
multiculturale e democratica, nel rispetto dell’identità e della cultura del popolo
curdo. Fino ad allora non ci potrà essere pace in questo paese.