17/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ex sottosegretario agli Esteri commenta la situazione afgana
Alfredo ManticaIl senatore Alfredo Mantica (An) è stato sottosegretario agli Esteri durante il governo Berlusconi.
 
Senatore Mantica, anche durante il suo governo, in Afghanistan erano attivi i corpi scelti delle nostre Forze Armate?
Fino al 2006, cioè fino a quando io sono stato Sottosegretario agli Esteri, posso escluderle che vi siano stati impieghi delle forze che lei cita. Questo perchè in Afghanistan la situazione era completamente diversa. Ricordo che in quel momento vi era convinzione profonda che i talebani fossero stati sconfitti, che si trattava di amministrare quindi un territorio 'pacificato' o comunque dove elementi di contrasto o di conflitto erano stati eliminati. All'epoca dovevamo affiancare la ricostruzione del Paese, favorire la formazione dell'esercito e della polizia afgana, nell'ambito dei Prt, piani di ricostruzione provinciale. A noi era affidata la provincia di Herat. Il nostro impegno era sì a fianco degli alleati, ma in una zona in cui anche i cosiddetti 'caveat', cioè le regole di ingaggio che furono stabilite allora, stabilivano il non intervento dei nostri in azioni di combattimento, che erano invece lasciate ai contingenti di Enduring Freedom. In quell'operazione fu deciso anche il ritorno della Folgore proprio perchè si riteneva che, a parte la caccia a Bin Laden, il quadro sul campo era del tutto diverso rispetto ad oggi. L'armamento nostro di allora, glielo confermo, era quello delle forze di polizia quando vanno sul terreno a gestire l'ordine pubblico. Poi la situazione è profondamente cambiata...
 
Alla luce di questo, con la recrudescenza della resistenza talebana, il governo, il ministero della Difesa e i nostri vertici militari, hanno deciso di garantire alle nostre truppe una dotazione 'leggermente' diversa. E' ravvisabile, secondo lei, una certa ipocrisia da parte del nostro governo, impegnato a difendere a spada tratta un'operazione che non è più esattamente 'di ricostruzione e di mantenimento della pace'?
Una premessa: mi dispiace doverlo dire, ma su alcuni argomenti noi viviamo nel mondo dell'ipocrisia. Ricordo l'attacco alla Serbia, quando si diceva che i nostri aerei 'non attaccavano'. Vogliamo parlare del Kosovo, quando ci sarà l'annuncio unilaterale dell'indipendenza, o del Libano, quando Suleiman verrà eletto presidente, col rischio di una guerra civile? Come chiameremo eventuali interventi militari in questi luoghi? Detto che viviamo in questo contesto, convengo con lei su una cosa. Il ruolo per il quale la Nato era presente in Afghanistan è mutato, sono iniziate operazioni militari di un certo tipo. Mentre tutti dichiarano di essere impegnati in missioni di attacco, di offensiva, di riconquista di città, di roccaforti e via dicendo, le truppe europee continuano a dichiarare che vivono nello stesso Paese di due anni fa. Io a questo non credo. Se la situazione è cambiata, posso immaginare che sia verosimile quanto dite voi. Non si può vivere in una casa senza riscaldamento e con le finestre aperte e dire che fa caldo. Anche fosse solo una situazione di difesa di un territorio a noi assegnato, è ovvio che noi siamo in una situazione di contrasto e di guerra.
 
Qual'è la posizione del suo partito sulla questione afgana?
Io ritengo che il problema afgano sia in realtà il problema pakistano. All'origine di tutto c'è la forte instabilità nel Paese di Musharraf. Nelle aree tribali di questo Paese si sono ricostituite le basi di appoggio ai talebani e ai signori della guerra, per non tirare in ballo servizi segreti e quant'altro. Questa crisi risale, secondo me, ai famosi accordi strategici sul nucleare tra India e Stati Uniti, che hanno modificato gli equilibri della regione scatenando in Pakistan le forze, per così dire, più estremiste. Dall'Afghanistan, oggi come oggi, non si deve uscire. Io sono convinto che è più facile uscire dall'Iraq. Là c'è un tessuto sociale ancora tribale ma che in fondo ha forme di laicizzazione, un'alto livello scolare, ci sono ingegneri, medici, una borghesia, insomma, una società civile. In Afghanistan questo non c'è ancora. Inoltre, in quel Paese è necessario affrontare un processo di riconciliazione, che non può essere ottenuto solamente con una presenza militare, ma sciogliendo un nodo prima di tutto politico, obbligando cioè le parti a sedersi attorno a un tavolo per trovare una soluzione.

Luca Galassi

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