
Il senatore Alfredo Mantica (An) è stato sottosegretario agli Esteri durante
il governo Berlusconi.
Senatore Mantica, anche durante il suo governo, in Afghanistan erano attivi i
corpi scelti delle nostre Forze Armate?
Fino al 2006, cioè fino a quando io sono stato Sottosegretario agli Esteri, posso
escluderle che vi siano stati impieghi delle forze che lei cita. Questo perchè
in Afghanistan la situazione era completamente diversa. Ricordo che in quel momento
vi era convinzione profonda che i talebani fossero stati sconfitti, che si trattava
di amministrare quindi un territorio 'pacificato' o comunque dove elementi di
contrasto o di conflitto erano stati eliminati. All'epoca dovevamo affiancare
la ricostruzione del Paese, favorire la formazione dell'esercito e della polizia
afgana, nell'ambito dei Prt, piani di ricostruzione provinciale. A noi era affidata
la provincia di Herat. Il nostro impegno era sì a fianco degli alleati, ma in
una zona in cui anche i cosiddetti 'caveat', cioè le regole di ingaggio che furono
stabilite allora, stabilivano il non intervento dei nostri in azioni di combattimento,
che erano invece lasciate ai contingenti di Enduring Freedom. In quell'operazione
fu deciso anche il ritorno della Folgore proprio perchè si riteneva che, a parte
la caccia a Bin Laden, il quadro sul campo era del tutto diverso rispetto ad oggi.
L'armamento nostro di allora, glielo confermo, era quello delle forze di polizia
quando vanno sul terreno a gestire l'ordine pubblico. Poi la situazione è profondamente
cambiata...
Alla luce di questo, con la recrudescenza della resistenza talebana, il governo,
il ministero della Difesa e i nostri vertici militari, hanno deciso di garantire
alle nostre truppe una dotazione 'leggermente' diversa. E' ravvisabile, secondo
lei, una certa ipocrisia da parte del nostro governo, impegnato a difendere a
spada tratta un'operazione che non è più esattamente 'di ricostruzione e di mantenimento
della pace'?
Una premessa: mi dispiace doverlo dire, ma su alcuni argomenti noi viviamo nel
mondo dell'ipocrisia. Ricordo l'attacco alla Serbia, quando si diceva che i nostri
aerei 'non attaccavano'. Vogliamo parlare del Kosovo, quando ci sarà l'annuncio
unilaterale dell'indipendenza, o del Libano, quando Suleiman verrà eletto presidente,
col rischio di una guerra civile? Come chiameremo eventuali interventi militari
in questi luoghi? Detto che viviamo in questo contesto, convengo con lei su una
cosa. Il ruolo per il quale la Nato era presente in Afghanistan è mutato, sono
iniziate operazioni militari di un certo tipo. Mentre tutti dichiarano di essere
impegnati in missioni di attacco, di offensiva, di riconquista di città, di roccaforti
e via dicendo, le truppe europee continuano a dichiarare che vivono nello stesso Paese di
due anni fa. Io a questo non credo. Se la situazione è cambiata, posso immaginare
che sia verosimile quanto dite voi. Non si può vivere in una casa senza riscaldamento
e con le finestre aperte e dire che fa caldo. Anche fosse solo una situazione
di difesa di un territorio a noi assegnato, è ovvio che noi siamo in una situazione
di contrasto e di guerra.
Qual'è la posizione del suo partito sulla questione afgana?
Io ritengo che il problema afgano sia in realtà il problema pakistano. All'origine
di tutto c'è la forte instabilità nel Paese di Musharraf. Nelle aree tribali di
questo Paese si sono ricostituite le basi di appoggio ai talebani e ai signori
della guerra, per non tirare in ballo servizi segreti e quant'altro. Questa crisi
risale, secondo me, ai famosi accordi strategici sul nucleare tra India e Stati
Uniti, che hanno modificato gli equilibri della regione scatenando in Pakistan
le forze, per così dire, più estremiste. Dall'Afghanistan, oggi come oggi, non
si deve uscire. Io sono convinto che è più facile uscire dall'Iraq. Là c'è un
tessuto sociale ancora tribale ma che in fondo ha forme di laicizzazione, un'alto
livello scolare, ci sono ingegneri, medici, una borghesia, insomma, una società
civile. In Afghanistan questo non c'è ancora. Inoltre, in quel Paese è necessario
affrontare un processo di riconciliazione, che non può essere ottenuto solamente
con una presenza militare, ma sciogliendo un nodo prima di tutto politico, obbligando
cioè le parti a sedersi attorno a un tavolo per trovare una soluzione.