Continua il diario di Ishara Chickera, tornata in Sri Lanka per aiutare il suo popolo
5 gennaio 2005. Oggi è stato un giorno faticoso, doloroso, triste. Ho il cuore che mi fa davvero
male, un male inspiegabile. Sono uscita di casa stamattina con un
tuc tuc (veicolo a tre ruote,
ndr) e mi sono portata dietro un po’ di mascherine da dare alle persone. Appena
fuori dal cancello di casa tutto mi sembrava

normale, come prima. Ma poi ho visto bene Hikkaduwa, tutta distrutta, gli alberghi
rotti, di cui rimane solo la struttura in cemento. Che dolore vedere la mia isola
così. Tutti mi chiedevano mascherine, a un certo punto ho dovuto togliermi anche
la mia e darla. La gente mi chiedeva soldi, mi diceva di entrare e vedere come
erano messi, mi raccontava delle persone che aveva perso. Mi sono spostata verso
due paesi vicini: distruzione totale: non avevano come barriera gli enormi hotel
di Hikkaduwa. Sono tornata dalle persone che lavorano a ciò che resta del treno
portando acqua, merendine, panini. Dietro al treno ho visto una scena che continuo
a sognare ogni volta che chiudo gli occhi: tre corpi galleggiavano sul lago. E’
assurdo: perché dopo undici giorni questi corpi sono ancora lì? Perché per il
momento quelli che lavorano al treno non hanno l’attrezzatura adatta per tirarli
fuori. Un po’ più in là ho trovato una foto di un matrimonio: chissà da quale
casa è stata spazzata via, chissà se la gente che c’era in quella foto è riuscita
a salvarsi? Ho incontrato anche un mio amico. Mi ha raccontato quello che già
sapevo, che sono corsi incontro alle onde per salvare qualcuno. Era lì con la
foto di sua cugina. Non sapeva più dov’era la casa dove abitava la cugina: intorno
c’erano solo macerie. Era lì per vedere se da qualche parte trovava il suo cadavere.
6 gennaio 2005. Stamattina sono stata in una scuola, dove c’erano sfollati. In ogni camera circa
20 persone o forse anche di più. Una camera è quello che prima era una classe.
Ho chiesto se c’era qualche persona da medicare. Ero circondata da bimbi, che
bello sentire il loro affetto. Tutti dicevano: “Akké” (sorella maggiore, ndr). Mi sono messa a disinfettare, a mettere cerotti, bende. Poi è successa una
cosa strana. Qualche bambino veniva, ma non aveva niente da medicare. Eppure mi
diceva: “Sì, guarda”. Poi ho capito, era una scusa. In quel momento, per loro,
anche quella rappresentava una situazione nuova, e poi la mia parlantina li rassicurava
. Dicevano che era strano il mio singalese, bello da sentire. Forse per l’accento
un po’ italiano. Ho chiesto: “Se stasera vengo, cosa volete?”. “Cioccolato, caramelle,
giochi!”. Sono andata per negozi e ho comprato mazze da cricket, palle: così potevano
giocare insieme. Quando ero lì avevo visto che erano arrivati sacchi di cibo:
il problema era come cucinare, ma qualche mamma cercava di preparare qualcosa.
Così, insieme con i giochi, ho preso bibite, biscotti, cioccolato, caramelle e
sono tornata.
7 gennaio 2005. Stamattina alle 5 ero già in piedi, in macchina verso Colombo. Dovevo vedere
alcuni ragazzi della protezione civile italiana che stavano in ambasciata: forse
potrò aiutarli, conoscendo l’italiano e il singalese, quando partiranno alcuni
progetti. Che fatica il viaggio di ritorno da Colombo a Hikkaduwa:

quattro ore. E che tristezza guardare il mare. E’ l’ultimo dei miei pensieri,
ho una rabbia contro di lui. Perché, perché tutto questo? Gente che piange, barche
dentro le case, case distrutte, rotaie del treno spazzate via. Quanto ci vorrà
ancora perché torni il mio paradiso terrestre? Mentre ero in macchina mio padre
mi ha telefonato non so quante volte: aveva saputo di onde alte che arrivavano
fino alla strada. Era vero, per fortuna io non le ho incontrate. Ma le strade
erano bagnate: la strada è a un passo dal mare e ora non ha nessuna barriera davanti
(le barriere artificiali create con sassi e rocce sono state spazzate via dal
maremoto,
ndr), basta anche un’onda piccola.
8 gennaio 2005. Oggi sono stata in due templi dove si erano raccolti sfollati. Uno era pieno
di bimbi. Ora sapevo cosa desideravano, ero preparata: giocattoli, caramelle…Ho
portato anche sapone, dentifricio spazzolini, quaderni, penne, matite, gomme,
biscotti, vestiti. I bimbi hanno iniziato a parlarmi, dicevano che assomigliavo
alla loro attrice indiana preferita, mi chiedevano dell’Italia, della mia vita
e mi ringraziavano. Io rispondevo: “Ma di cosa, petyo (che vuol dire amore, tesoro)? Ho spiegato che speravo di ritornare presto dall’Italia
con altri aiuti per loro. Dicevano che non importava se venivo a mani vuote: volevano
stare con me perché nessuno aveva fatto come me. Dicevano che alcuni non si fanno
neanche toccare e non mostrano affetto. Io e mio padre abbiamo deciso di dare
un dane al tempio (è un pasto che viene offerto a chi sta nel tempio: di solito viene
cucinato a casa e portato ai monaci; in questo caso sarebbe stato dato anche a
tutte le persone rifugiate nel tempio; il pasto viene poi servito da chi lo offre).
Quindi siamo andati a comprare sacchi di cibo (riso, lenticchie, patate, tonno)
e li abbiamo riportati al tempio. Lì infatti c’era una cucina e cinque ragazzi
si sono occupati della preparazione del pasto (in questo caso quindi cucinato
direttamente al tempio, ndr): il giorno dopo a mezzogiorno sarebbe stato servito il dane.
9 gennaio 2005. Stamattina mi sono alzata con una rabbia…Ho scoperto che alcuni ragazzi italiani
hanno chiesto di me quando non c’ero. Hanno poi incontrato aluni ragazzi singalesi
che li hanno truffati e si sono fatti dare i soldi dicendo che erano insieme con
me! E’ possibile che la gente se ne approfitti anche in questi momenti? In pratica
è un truffa organizzata: portano alcune persone dai templi nelle loro case, dicono
che li stanno ospitando, si fanno dare offerte e tempo dieci minuti rimandano
gli sfollati al tempio. Questi ragazzi singalesi sanno che io sono in giro e mi
sto dando da fare, da qui la truffa. Sono tornata al tempio di ieri, a giocare
con i bambini mentre veniva preparato il
dane. Mentre ero lì sono arrivati militari dell’Austria a distribuire acqua potabile.
Ho incontrato anche un giornalista giapponese. Quando dalla cucina hanno detto
che il
dane era pronto, mi sono trasferita lì e da una finestra servivo le persone in coda
venute a prendere la propria razione. Mentre andavo via, i bambini mi chiedevano
di portarli con me: erano tristi se partivo. Ho promesso che sarei ritornata per
giocare con loro. Ho chiesto: “Ma voi, tra qualche anno, quando tutto sarà

a posto, vi ricorderete di me, mi vorrete ancora bene?”. La risposta mi ha rempito
il cuore: “
Akké, noi non ti dimenticheremo mai, sarai impressa nei nostri cuori per sempre”.
Sono contenta, almeno per un po’ non hanno pensato a quel terribile disastro.
Quando ho chiesto loro del 26 dicembre sono state strane le loro testimonianze,
così innocenti. Uno mi ha detto: “
Akké, ero in bagno”. Io cercavo di ironizzare e gli ho detto: “Sei scappato via,
vero?” “Sì, sì. Sono corso via”. “E la famiglia?”. “Stanno bene, sono corsi con
me”. “E la casa?”. “Distrutta,
akké”, mi ha risposto. Nel pomeriggio sono andata in altri tre templi e poi dove
c’era la casa di un mio amico. Mi ha raccontato del 26 dicembre. Lui è uno di
Telwate, vicino a Hikkaduwa. Lì l’onda ha distrutto tutto nel vero senso della
parola. Mi ha raccontato che ha iniziato a correre per salvare qualcuno. Lui e
altri ragazzi hanno raccolto un filo della luce che era già caduto, lo hanno legato
da un lato ad una palma mentre l’altra estremità a un palo lontano, su un’altura,
perché il ponte che c’era era stato distrutto dalla prima ondata. Poi hanno fatto
arrampicare le persone per farle passare dall’altro lato. Ha detto che l’acqua
era fino al collo e che lì l’acqua del mare si è unita a quella del lago. Lui
poi è tornato indietro per salvare donne e bambini. Poi si è arrampicato su un
albero. Ha visto che su un altro albero c’era una ragazza mezza nuda. E’ sceso
per andare da lei ed è arrivata la seconda ondata: anche se non aveva un orologio,
dice che questa seconda ondata è arrivata dopo 20-25 minuti. Si è messo a nuotare,
ha raggiunto la ragazza e le ha dato la sua camicia. Insieme hanno trovato anche
il fidanzato di lei e a nuoto li ha portati dove c’era il filo della luce usato
come fune. A questo punto ha trovato una barchetta e insieme ad altri giovani
si è messo a cercare gente. Sono riusciti a salvare qualcuno, ma ormai intorno
si vedevano solo cadaveri: saranno stati duecento, forse di più. Alcuni li ha
presi ugualmente sulla barca, per dare il corpo alle loro famiglie (soprattutto
bambini). Mi ha detto che non sa da dove gli sia venuta quella forza in quel momento.
Che ragazzi d’oro esistono a questo mondo. Spero che la gente metta da parte l’egoismo
e si impegni davvero. Questo è il nostro Paese. Ogni essere supremo, che lo chiamino
Dio, Budda, Allah, dice che siamo tutti uguali: allora non pensiamo solo alle
nostre famiglie, ma a tutta la gente che ha bisogno. Questo è un appello che rivolgo
anche alla mia gente.
10 gennaio 2005. Stamattina siamo andati andati a distribuire il cibo preparato ieri sera, fuori
dalla mia casa. Infatti abbiamo allestito una cucina per preparare pasti da portare
ai templi dove non c’è la possibilità di cucinare. Abbiamo fatto una spesa di
quelle esagerate, hanno cucinato sei ragazzi oltre mio padre e me e siamo così
riusciti a preparare oltre 300 pacchi già pronti di cibo. Dopo la distribuzione
mi è rimasto un ultimo pacchetto e ho pensato di portarlo al tempio dove ci sono
i bambini. Quattro dei ragazzi che di solito cucinano in quel tempio erano da
noi ad aiutarci, quindi ho pensato che magari avrebbero mangiato meno. Infatti
mi sono corsi incontro mangiando delle specie di olive che ci sono qui: avevano
fame e pensavano che non avrebbero avuto un pasto prima di sera.
Ishara Chickera