Gianandrea Gaiani, esperto militare, spiega il basso profilo delle nostre guerre. Sul campo come sulla stampa.

Gianandrea Gaiani si occupa da 20 anni di difesa e sicurezza. Direttore del web-magazine
Analisi Difesa (
www.analisidifesa.it), ha realizzato reportage di guerra dai fronti africani, medio orientali e balcanici,
dall’ Iraq e dall’Afghanistan e ha seguito sul campo le operazioni militari italiane.
Dal 1999 collabora con l'Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia (ISMM).
Ha insegnato all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) di Roma.
Ha appena pubblicato il libro 'Iraq-Afghanistan. Guerre di pace italiane' (edizioni
'Studio LT2 Venezia').
Gianandrea Gaiani, perchè il nostro governo è così reticente nel fornire informazioni
sul nostro intervento militare in Afghanistan?
La strategia del silenzio non si applica solo alle forze speciali ma a tutte
le forze del nostro contingente. Tuttavia, che non ci venga detto 'domani i nostri
incursori, o un altro reparto, compiranno questa operazione' lo trovo più che
naturale, dato che sono missioni militari e quindi la loro pianificazione è 'classificata'.
Faccio due esempi: 10 anni fa, nell'operazione 'Alba', in Albania, non passava
giorno che il nostro governo non facesse un rapporto su come venivano condotte
le operazioni militari. Nel novembre scorso, nella provincia afgana di Farah,
i talebani occuparono due distretti sotto il nostro comando. Le truppe italiane,
americane, afgane, furono impegnate per due settimane per riconquistarli. Dalle
fonti ufficiali, cioè dalla Difesa, non uscì una parola su questi combattimenti.
Nel tuo ultimo libro dedichi un capitolo alla comunicazione dei nostri militari.
E' vero che gli ultimi due governi hanno progressivamente limitato le informazioni
relative ai conflitti nei quali sono impegnate le nostre truppe?
Specialmente dopo l'11 settembre, le operazioni militari in Iraq e in Afghanistan
hanno visto un approccio comunicativo molto problematico da parte dei nostri vertici
militari e dei nostri governi. Il primo esempio di 'sordina' sulle operazioni
italiane è relativo alla partecipazione all'operazione Nibbio di Enduring Freedom,
a Khost, al confine col Pakistan, nel 2003. Per la stampa fu impossibile seguire
il nostro contingente, ai giornalisti non fu consentito essere 'embedded'. Un
approccio riconfermatosi in Iraq: quando la missione, dopo l'attentato di Nassiryia,
si trasformò da intervento di pace, a basso rischio, in una ad alto rischio, ci
furono chiusure importanti verso i media. Per un lungo periodo fu impossibile
raggiungere Nassiryia per seguire le attività del nostro contingente. Anche nel
periodo successivo, i giornalisti che raggiunsero la città vennero chiusi dentro
la base, senza poter muoversi e raccogliere informazioni. Enduring Freedom era
ed è un'operazione di guerra. Se col governo Berlusconi ci furono chiusure, col
governo Prodi la chiusura è totale. Non c'è nessuna possibilità di seguire le
operazioni in Afghanistan, per esempio. Da quanto tempo non vediamo un reportage
sul nostro contingente a Herat? Almeno un anno e mezzo. A queste difficoltà si
aggiunge l'evidente tentativo della Difesa di non far filtrare informazioni sul
campo di battaglia dell'Afghanistan occidentale, specie sugli assetti più aggressivi
del nostro contingente, e mi riferisco alle forze speciali, agli elicotteri Mangusta
e via dicendo. Si tratta di un muro di silenzio totale, determinato anche dal
clima politico e dalla composizione di questa maggioranza di governo.
La politica si è tirata indietro sulla richiesta di chiarimenti sull'effettivo
impiego di forze offensive. Il fulcro della questione è sempre il solito: in Afghanistan
i nostri militari fanno la guerra o no?
Le restrizioni imposte dal governo all'impiego dei nostri militari dicono questo:
i nostri soldati non possono svolgere azioni offensive e non possono combattere
al di fuori del territorio di loro competenza, ovvero il settore occidentale.
Mentre questo secondo aspetto è chiaro, il primo è difficile da valutare. Se i
talebani attaccano una colonna spagnola, per esempio, come è successo nell'agosto
scorso, e questi chiedono aiuto, i nostri elicotteri d'attacco Mangusta intervengono.
In quell'occasione i nostri soldati hanno eliminato diversi talebani, così come
altri sono stati uccisi dai bombardieri francesi e americani della Nato. Quell'operazione
era offensiva o difensiva? Difensiva, perchè i talebani hanno attaccato una colonna
alleata e i nostri sono intervenuti in soccorso degli alleati.
Fin qui ci siamo, ma nel caso di raid, blitz, operazioni che vengono programmate
non in risposta ad un attacco nemico, ma nella cornice di un intervento preordinato,
come non considerare tali operazioni 'offensive'?
Ufficialmente nessuno ci ha mai detto che questo accada, perchè l'Italia ufficialmente
non conduce azioni di attacco preventivo, cosa che invece la Nato si ritiene autorizzata
a fare in quanto il talebano è il nemico, e se lo attachiamo prima noi impediamo
a loro di assumere iniziative, togliendogli un vantaggio. Però molte indiscrezioni,
anche raccolte da me, ci confermano che le nostre forze speciali, i nostri incursori,
ma anche altri reparti di fanteria hanno condotto azioni contro le forze talebane.
Anche questo rientra nelle regole d'ingaggio italiane, perchè nel settore italiano,
se ci sono movimenti di talebani che minacciano la sicurezza, in quel caso i nostri
soldati sono autorizzati ad intervenire. E' ovvio che politicamente non c'è l'intenzione
di raccontare i dettagli di queste operazioni, che, da indiscrezioni e fonti che
avete sentito anche voi, sappiamo accadere.
Quali sono, esattamente, i reparti impegnati nell'Operazione Sarissa?
Gli incursori del Col Moschin, un reparto aggregato alla Folgore che per
l'impiego operativo dipende dal Comando Forze Speciali. Poi ci sono gli incursori
della Marina e quelli dell'185, Reggimento acquisizione obiettivi, ex Artiglieria
paracadutisti della Folgore. Poi c'è il 4° Reggimento Ranger, componente per l'esplorazione
e la ricognizione a lungo raggio.
Parafrasando una frase del tuo libro, esiste un'italian way of war, un modo tutto italiano di partecipare ai conflitti negando di fare la guerra,
ovvero schierando le truppe ma limitando l'impegno bellico e l'esposizione politica?
Certo. Nei più importanti teatri bellici l'Italia ha spesso schierato truppe
e mezzi insufficienti, che hanno lasciato i contingenti più esposti alle offensive
di milizie e terroristi. In altri casi sono state messe in campo forze potenti,
ma non autorizzate a combattere. Scelte dettate dall'esigenza di essere al fianco
dei nostri alleati anglo-americani pur senza correre i rischi politici derivanti
da un reale ruolo bellico. Ambiguità che hanno esposto l'Italia a brutte figure
con gli alleati senza riuscire a risparmiarci i lutti e le conseguenze dei conflitti.
Due governi, di diverso colore politico, hanno cercato di coprire la realtà dei
combattimenti
utilizzando la retorica delle "missioni di pace" e delle "operazioni umanitarie"
complice anche una censura mediatica senza precedenti in una democrazia occidentale.
Anche per questa ragione le vittime militari di attentati terroristici hanno avuto
grande visibilità, mentre i soldati distintisi in combattimento e decorati per
eroismo sono rimasti sconosciuti.