17/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Gianandrea Gaiani, esperto militare, spiega il basso profilo delle nostre guerre. Sul campo come sulla stampa.
Gianandrea GaianiGianandrea Gaiani si occupa da 20 anni di difesa e sicurezza. Direttore del web-magazine Analisi Difesa (www.analisidifesa.it), ha realizzato reportage di guerra dai fronti africani, medio orientali e balcanici, dall’ Iraq e dall’Afghanistan e ha seguito sul campo le operazioni militari italiane. Dal 1999 collabora con l'Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia (ISMM). Ha insegnato all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) di Roma. Ha appena pubblicato il libro 'Iraq-Afghanistan. Guerre di pace italiane' (edizioni 'Studio LT2 Venezia').
 
Gianandrea Gaiani, perchè il nostro governo è così reticente nel fornire informazioni sul nostro intervento militare in Afghanistan?
La strategia del silenzio non si applica solo alle forze speciali ma a tutte le forze del nostro contingente. Tuttavia, che non ci venga detto 'domani i nostri incursori, o un altro reparto, compiranno questa operazione' lo trovo più che naturale, dato che sono missioni militari e quindi la loro pianificazione è 'classificata'. Faccio due esempi: 10 anni fa, nell'operazione 'Alba', in Albania, non passava giorno che il nostro governo non facesse un rapporto su come venivano condotte le operazioni militari. Nel novembre scorso, nella provincia afgana di Farah, i talebani occuparono due distretti sotto il nostro comando. Le truppe italiane, americane, afgane, furono impegnate per due settimane per riconquistarli. Dalle fonti ufficiali, cioè dalla Difesa, non uscì una parola su questi combattimenti.
 
Italiani in AfghanistanNel tuo ultimo libro dedichi un capitolo alla comunicazione dei nostri militari. E' vero che gli ultimi due governi hanno progressivamente limitato le informazioni relative ai conflitti nei quali sono impegnate le nostre truppe?
Specialmente dopo l'11 settembre, le operazioni militari in Iraq e in Afghanistan hanno visto un approccio comunicativo molto problematico da parte dei nostri vertici militari e dei nostri governi. Il primo esempio di 'sordina' sulle operazioni italiane è relativo alla partecipazione all'operazione Nibbio di Enduring Freedom, a Khost, al confine col Pakistan, nel 2003. Per la stampa fu impossibile seguire il nostro contingente, ai giornalisti non fu consentito essere 'embedded'. Un approccio riconfermatosi in Iraq: quando la missione, dopo l'attentato di Nassiryia, si trasformò da intervento di pace, a basso rischio, in una ad alto rischio, ci furono chiusure importanti verso i media. Per un lungo periodo fu impossibile raggiungere Nassiryia per seguire le attività del nostro contingente. Anche nel periodo successivo, i giornalisti che raggiunsero la città vennero chiusi dentro la base, senza poter muoversi e raccogliere informazioni. Enduring Freedom era ed è un'operazione di guerra. Se col governo Berlusconi ci furono chiusure, col governo Prodi la chiusura è totale. Non c'è nessuna possibilità di seguire le operazioni in Afghanistan, per esempio. Da quanto tempo non vediamo un reportage sul nostro contingente a Herat? Almeno un anno e mezzo. A queste difficoltà si aggiunge l'evidente tentativo della Difesa di non far filtrare informazioni sul campo di battaglia dell'Afghanistan occidentale, specie sugli assetti più aggressivi del nostro contingente, e mi riferisco alle forze speciali, agli elicotteri Mangusta e via dicendo. Si tratta di un muro di silenzio totale, determinato anche dal clima politico e dalla composizione di questa maggioranza di governo.
 
La politica si è tirata indietro sulla richiesta di chiarimenti sull'effettivo impiego di forze offensive. Il fulcro della questione è sempre il solito: in Afghanistan i nostri militari fanno la guerra o no?
Le restrizioni imposte dal governo all'impiego dei nostri militari dicono questo: i nostri soldati non possono svolgere azioni offensive e non possono combattere al di fuori del territorio di loro competenza, ovvero il settore occidentale. Mentre questo secondo aspetto è chiaro, il primo è difficile da valutare. Se i talebani attaccano una colonna spagnola, per esempio, come è successo nell'agosto scorso, e questi chiedono aiuto, i nostri elicotteri d'attacco Mangusta intervengono. In quell'occasione i nostri soldati hanno eliminato diversi talebani, così come altri sono stati uccisi dai bombardieri francesi e americani della Nato. Quell'operazione era offensiva o difensiva? Difensiva, perchè i talebani hanno attaccato una colonna alleata e i nostri sono intervenuti in soccorso degli alleati.
 
Forze speciali del ComsubinFin qui ci siamo, ma nel caso di raid, blitz, operazioni che vengono programmate non in risposta ad un attacco nemico, ma nella cornice di un intervento preordinato, come non considerare tali operazioni 'offensive'?
Ufficialmente nessuno ci ha mai detto che questo accada, perchè l'Italia ufficialmente non conduce azioni di attacco preventivo, cosa che invece la Nato si ritiene autorizzata a fare in quanto il talebano è il nemico, e se lo attachiamo prima noi impediamo a loro di assumere iniziative, togliendogli un vantaggio. Però molte indiscrezioni, anche raccolte da me, ci confermano che le nostre forze speciali, i nostri incursori, ma anche altri reparti di fanteria hanno condotto azioni contro le forze talebane. Anche questo rientra nelle regole d'ingaggio italiane, perchè nel settore italiano, se ci sono movimenti di talebani che minacciano la sicurezza, in quel caso i nostri soldati sono autorizzati ad intervenire. E' ovvio che politicamente non c'è l'intenzione di raccontare i dettagli di queste operazioni, che, da indiscrezioni e fonti che avete sentito anche voi, sappiamo accadere.
 
Quali sono, esattamente, i reparti impegnati nell'Operazione Sarissa?
Gli incursori del Col Moschin,  un reparto aggregato alla Folgore che per
l'impiego operativo dipende dal Comando Forze Speciali. Poi ci sono gli incursori della Marina e quelli dell'185, Reggimento acquisizione obiettivi, ex Artiglieria paracadutisti della Folgore. Poi c'è il 4° Reggimento Ranger, componente per l'esplorazione e la ricognizione a lungo raggio.
 
Parafrasando una frase del tuo libro, esiste un'italian way of war, un modo tutto italiano di partecipare ai conflitti negando di fare la guerra, ovvero schierando le truppe ma limitando l'impegno bellico e l'esposizione politica?
Certo. Nei più importanti teatri bellici l'Italia ha spesso schierato truppe e mezzi insufficienti, che hanno lasciato i contingenti più esposti alle offensive di milizie e terroristi. In altri casi sono state messe in campo forze potenti, ma non autorizzate a combattere. Scelte dettate dall'esigenza di essere al fianco dei nostri alleati anglo-americani pur senza correre i rischi politici derivanti da un reale ruolo bellico. Ambiguità che hanno esposto l'Italia a brutte figure con gli alleati senza riuscire a risparmiarci i lutti e le conseguenze dei conflitti. Due governi, di diverso colore politico, hanno cercato di coprire la realtà dei combattimenti
utilizzando la retorica delle "missioni di pace" e delle "operazioni umanitarie" complice anche una censura mediatica senza precedenti in una democrazia occidentale. Anche per questa ragione le vittime militari di attentati terroristici hanno avuto grande visibilità, mentre i soldati distintisi in combattimento e decorati per eroismo sono rimasti sconosciuti.

Luca Galassi

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità