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Il report. Il giacimento amazzonico, che per il 35
percento è di Petrobras (Brasile) e per il 23 della
statunitense Burlington (la cui quota è in via di
acquisizione), è veramente “gigantesco”: 56 mila milioni
di metri cubi, ossia l'equivalente di quanto consuma la Spagna in due
anni. E in più, oltre al gas, sembra ci sia pure del petrolio,
quindi l'euforia è d'obbligo. E se si pensa che sembra essere
solo il preludio di ulteriori e dilaganti scoperte di tesori
sotterranei, i conti son preso fatti. La Repsol è in Perù
dal 1995 e ha stretto contratti per almeno altri venti anni, fino ad
arrivare a coprire tutta la catena della negoziazione degli
idrocarburi peruviani: dall'estrazione alle pompe di benzina, 230 in
tutto il paese. In cambio, continua a investire in tecnologia,
infrastrutture e nel sociale. O per lo meno è quanto dichiara
con la sua politica di Responsabilità sociale corporativa
(Rsc), in cui si impegna “a rispettare e promuovere i diritti umani
nella sua area di influenza”. Peccato che i fatti siano ben altri.
E lo testimonia il report Pueblos sin derechos, l'
Informe della Ong Intermón Oxfam del luglio 2007.
Testimonianze. “Siamo stati al monte,
abbiamo visto un accampamento, hanno violato tutta la collina, hanno
tagliato le piante. Sono anche entrati con le trochas
(camion aperti per la
esplorazione) lunghe 500 metri e ampie un metro, e abbiamo trovato
due linee. Ci siamo immediatamente riuniti, ci siamo accordati per
chiedere alla compagnia che paghi, per questo abbiamo trattenuto
l'ingegnere Luis Quispe (responsabile locale di Repsol), per fare
pressione e negoziare una compensazione”. Questa è solo una
delle testimonianze raccolte nel rapporto e che rivelano come né
lo stato né la compagnia consultano le popolazioni indigene
dell'area prescelta per le trivellazioni, nonostante la legge
peruviana (Ley general del medio ambiente) e i trattati
internazionali impongano prima la ricerca di un accordo per garantire
la piena partecipazione degli indigeni nelle decisioni e nei processi
che li riguardano. A questo dovrebbe seguire il rispetto del diritto
a godere dei benefici derivanti dallo sfruttamento di terre indigene,
il diritto a compensi giusti o a decidere sul proprio processo di
sviluppo. Invece, tutto quello che è accaduto finora non è
che la privazione di ogni diritto, la sottrazione indebita di
territori e risorse, e la completa distorsione dei loro sistemi
sociali ed economici. Risultato: questa gente non riesce più a
soddisfare nemmeno le più basilari esigenze.
A scapito di tutto. A chi obietta che
la multinazionale almeno crea posti di lavoro, il report risponde,
testimonianze alla mano: “Gli indigeni che sono contrattualizzati
per lavorare nei lotti sono sfruttati in molte maniere: dando loro
salari più bassi del pattuito; imponendo loro contratti senza
specificarne la durata e costringendoli a giornate di lavoro
inumane”, è scritto nel documento. In più, la
multinazionale spagnola ha in via di definizione un Procedimento
interno di relazione con i popoli indigeni che mai ha avuto a che
fare con nessun indio. Una politica fatta a tavolino da gente che gli
indigeni li vede soltanto al di là dei vetri degli escavatori
o dai finestrini delle jeep durante i sopralluoghi di circostanza.
Eppure, la legge spagnola è assai severa in materia di diritti
umani, ambiente e lavoro. Ma è forse più semplice
approfittare delle lacune di una legge peruviana fatta da una classe
dirigente che ha tutto l'interesse a lasciare le mani libere alle
multinazionali petrolifere e minerarie, a scapito dell'ambiente e dei
suoi guardiani.Stella Spinelli