16/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Con un decreto supremo continua la nazionalizzazione delle risorse naturali boliviane. Morales: 'Rispetteremo i contratti già firmati'
Dopo secoli di sfruttamento straniero delle risorse naturali presenti nel sottosuolo boliviano Evo Morales nel restituire ciò che gli spettava ha dovuto fare i conti con multinazionali straniere e con i governi dell'area sudamericana, che in parte hanno storto il naso per la decisione.

Oggi fortunatamente le cose sembrano cambiate. Soprattutto dopo che nei giorni scorsi il Paese andino ha disposto il passaggio allo Stato delle risorse energetiche nelle mani delle grandi multinazionali. Basta con le polemiche e via alla nuova organizzazione del lavoro, dunque. E per iniziare, Morales, si è ritrovato a Puerto Iguazù con il presidente venezuelano, Hugo Chavez, (reduce dalle vittorie politiche nella vicenda della liberazione degli ostaggi in mano alle Farc), con il presidente brasiliano Lula, e in rappresentanza dell'Argentina, Nestor Kirchner, per discutere sul tema della nazionalizzazione.
Il decreto, emesso dal governo di La Paz ha, però, provocato una particolare preoccupazione nelle imprese petrolifere con forti interessi in Bolivia, come la spagnola Repsol, sotto tiro anche in Perù, e la brasiliana Petrobras. Per quanto riguarda quest'ultima, si tratta dell'azienda con maggiori interessi economici in Bolivia, visto che con l'acquisto di gas dal mercato boliviano rifornisce il 60 percento del fabbisogno brasiliano. Di questo 60 percento almeno tre quarti vengono utilizzati per rifornire lo stato di Sao Paulo considerato il “motore” dell'economia del gigante sudamericano. Ma, nonostante i grandi interessi economici lo stesso Lula ha confermato che l'atto voluto da Morales è espressione della sovranità nazionale boliviana che così può controllare meglio le sue ricchezze naturali.

Da La Paz. Non si tratta di una chiusura nelle forniture o una chiusura dei rapporti con gli altri stati. Anzi. Lo stesso presidente di Ypfb, (Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos), Jorge Alvarado, ha confermato che il suo Paese onorerà tutti gli accordi già stipulati con le altre nazioni: “Rispetteremo gli accordi firmati sia con il Brasile che con l'Argentina e con qualunque altro paese” ha detto il presidente di Yfpb confidando nella comprensione dei due stati considerati “amici”. E il discorso non vale solo per il Brasile, ma anche per la vicina Argentina. La Bolivia, infatti, oltre a essere il secondo produttore di gas naturale dell'area (dopo il Venezuela) esporta circa cinque milioni di metri cubi al giorno, che corrispondono al quattro percento del fabbisogno argentino. Al Brasile, però, La Paz invia quotidianamente circa 24 milioni di metri cubi di gas, che vanno a coprire buona parte del fabbisogno nazionale.

Il decreto supremo 28701. Ma cosa dice in sostanza il decreto 28071? Innanzitutto elenca le condizioni che hanno portato a questa decisione. “Il popolo ha riconquistato il diritto a sfruttare le proprie ricchezze naturali e utilizzarle per il bene del paese. Attraverso il referendum vincolante del 18 luglio 2004, il popolo ha deciso in maniera del tutto sovrana che lo Stato recuperi la proprietà di tutte le riserve di idrocarburi prodotte nel Paese”, si legge nel decreto. C'è dell'altro: “Come disposto dagli articoli 136/137/139 della Costituzione, gli idrocarburi sono beni nazionali, inalienabili e imprescrittibili dello Stato, ragion per cui costituiscono proprietà pubblica inviolabile”. E ancora: “I contratti di sfruttamento delle risorse naturali presenti nel sottosuolo boliviano devono essere valutati e autorizzati dal potere legislativo”. Ma, forse per ricordare che la decisione è stata presa dalla politica boliviana, ma è totalmente a favore della popolazione, Morales ha ricordato: “Questa misura si iscrive di diritto nella lotta storica della nazione, dei movimenti sociali e del popolo originario per riconquistare le nostre ricchezze come base fondamentale per recuperare la nostra sovranità. Per questo motivo emettiamo questo decreto supremo, per portare avanti la nazionalizzazione degli idrocarburi del nostro Paese”.

Alessandro Grandi

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