segue dalla prima parte
Scritto per noi da
Ugo Borga*
E' nato, in Casamance, un movimento unico nella storia dell'Africa occidentale,
un movimento di donne che hanno deciso di fare la guerra: alla guerra.
Un movimento che ha scosso le coscienze e superato i confini apparentemente
invalicabili delle tradizioni, dei tabù, del silenzio. Incontriamo la signora
L.G.P., membro attivo del Comité régional de solidarité des femmes pour la paix en Casamance- (CRSFPC) a Ziguinchor, capoluogo della Casamance, un mattino di novembre. Una donna colta, emancipata: determinata.
Quando è nato il suo comitato?
Il comitato nasce nel 1999, uno dei periodi più cupi della guerra in Casamance,
ad opera di donne che si incontrano quasi per caso, ma che hanno in comune la
volontà di far sentire la loro voce: il movimento, che prima di ogni altra cosa
è un movimento di emancipazione femminile, nasce con lo scopo di dichiarare le
donne parti in causa nel conflitto.
Quali sono le prime attività del movimento?
Nell’ottobre del 2000, il nostro comitato dà vita ad una grande marcia di protesta
nelle regioni di Ziguinchor e Kaffrine; in entrambi i casi la partecipazione delle
donne supera le nostre aspettative e ci fa comprendere di essere sulla strada
giusta ,di interpretare un sentimento diffuso e comune. Nello stesso anno partecipiamo
alla marcia delle donne a New York, grazie ad un finanziamento governativo. Nel
marzo 2001 il comitato organizza in collaborazione con UNICEF, UNIFEM, UNESCO
e PNUD, una grande manifestazione nazionale per la pace.
Che scopo hanno queste prime attività?
Quello di far conoscere la nostra attività, il nostro impegno, di renderci visibili,
certamente; soprattutto, il nostro primo obiettivo non è stato quello di costruire,
ma di distruggere: demolire poco a poco il tabù per il quale alle donne africane
non è concesso avere opinioni riguardo una questione riservata agli uomini, specie
quelli in armi: la guerra. Crediamo fermamente che la nostra sofferenza, i lutti,
le privazioni subite costituiscano di per sé un motivo sufficiente per avere voce
in capitolo: vogliamo far sapere a tutti che le donne non sono più disposte a
subire la guerra, e le sue conseguenze, in silenzio.
Avete trovato dei collaboratori, a livello nazionale o internazionale?
Il governo senegalese si è dimostrato in qualche occasione disposto ad appoggiare
la nostra iniziativa, e usufruiamo di questo locale, che è la sede ufficiale del
CRSFPC, grazie aall collaborazione di una ONG tedesca, il WFD(servizio civile
per la pace nel mondo).
Quali sono stati i primi risultati della vostra attività?
La nostra organizzazione è riuscita a far comprendere quanto le donne possano
fare per l'avvento della pace.Le donne, una volta informate e formate, costituiscono
una forza tranquilla, in grado di spostare le montagne. Incontrandoci, scambiando
esperienze, dando vita a discussioni nei villaggi abbiamo acquisito una nuova
consapevolezza, ed una maggiore fiducia nelle nostre possibilità: siamo convinte
che lo sviluppo e l'emancipazione culturale rappresentino importanti fattori di
cambiamento e di normalizzazione. Ci siamo chieste cosa fare, in che modo intervenire
più incisivamente nella diffusione di una cultura di pace: la risposta? Un progetto
sperimentale che abbiamo realizzato in modo totalmente autonomo.Un progetto in
qualche modo rivoluzionario, per quanto riguarda contenuti e metodi di applicazione.
In cosa consiste esattamente questo progetto?
Abbiamo innanzi tutto individuato una zona d’azione, in modo che le nostre risorse,
ancora limitate, non andassero disperse; la regione di Enampore, caratterizzata
da forte criticità, ci è parsa da subito ideale. Il passo successivo è stato quello
di individuare nello specifico su quali elementi intervenire per creare e consolidare
una zona di pace in questa regione. A questo scopo nel 2004 abbiamo affidato ad
una giovane sociologa senegalese uno studio che ci permettesse di individuare
le linee di azione più efficaci: il soggetto dello studio è intitolato “Caratterizzazione
dei
conflitti e meccanismi di risoluzione”. Ci siamo rese conto, grazie ad un lavoro
accurato con i capi villaggio, la sociologa e gli abitanti delle zone rurali che
i tradizionali meccanismi di risoluzione delle situazioni di crisi, da sempre
utilizzati dai capi villaggio per regolare questioni interne, non erano applicabili
al conflitto attualmente in corso in Casamance; questo conflitto, per quanto ci
riguarda, è differente da ogni altro conosciuto prima: le parti in causa non appartengono
allo stesso villaggio, alla stessa cultura, religione, non hanno le stesse paure.
Per questo i meccanismi tradizionali si sono rivelati inefficaci. Per superare
questa difficoltà abbiamo creato un comitato locale nel quale tutte le componenti
della comunità sono rappresentate: vogliamo formare i membri che ne fanno parte
ai moderni metodi di risoluzione dei conflitti, che si aggiungeranno a quelli
tradizionali: essi rappresentano un importante strumento di collegamento tra il
presente ed il passato, delle solide fondamenta su cui costruire nuove capacità.
Il nostro obiettivo è creare una solida base culturale per la gestione non violenta
di qualsiasi situazione di crisi, a livello di famiglia,villaggio, etnia.
Vi definite un’associazione modernista, e lei mi ha appena parlato di aspetti
rivoluzionari per quanto riguarda metodi e contenuti della vostra opera. Cosa
intende?
I comitati spontanei di protesta e di lotta per l’avvento della pace nati in
Casamance hanno utilizzato finora metodi tradizionali di protesta o promozione
della pace, ad esempio marce, danze, preghiere, riti animisti di evocazione. Noi
abbiamo scelto un’altra strada, senza per questo rinnegare la nostra fede religiosa
o le nostre tradizioni. Noi non preghiamo per la pace: la rappresentiamo, la facciamo
vedere.

Cosa significa?
Nell'aprile del 2004, poco dopo gli ultimi fatti di sangue che hanno interessato
i villaggi di Guidel e Gouraf, ci siamo poste il problema di come intervenire
in modo efficace: e soprattutto rapido.
Abbiamo pensato al teatro come forma di rappresentazione immediata di gestione
di un conflitto, abbiamo cioè creato, inventato delle piéces teatrali in cui viene
rappresentata una situazione di crisi ed un nuovo modo di gestirla. Cioè senza
ricorrere alla violenza. Questa sorta di teatro itinerante coinvolge tutto il
villaggio: quando arriviamo gli uomini ci aiutano a preparare un minimo di scenografia,
le donne i costumi, i bambini sono ovviamente i più coinvolti emotivamente: nella
piéce stessa alcune parti sono riservate ad attori improvvisati, membri del villaggio
in cui si svolge lo “spettacolo”. Crediamo che l’impatto sia molto intenso, e
il messaggio abbia così la possibilità di essere meglio compreso, di giungere
più in profondità.
La situazione, soprattutto in certe zone rurali, è tutt’ora tesa, difficile.
Non è rischioso essere direttamente impegnate in questa attività?
I villaggi in cui ci rechiamo sono, com'è ovvio, quelli più interessati dal conflitto.
I rischi non mancano: vengono dalle mine antiuomo, dalle bande armate, da una
certa diffidenza nei confronti della nostra opera. Se quello che vuole sapere
è se abbiamo mai paura, la risposta è sì.
Ma non è sufficiente a fermarci: non più, e non ora. I delegati che abbiamo individuato
in ogni villaggio svolgono una costante opera di sensibilizzazione, che in qualche
modo aumenta i margini della nostra sicurezza, favorendo la comprensione e la
condivisione della nostra opera.
Inoltre nell’ottobre scorso il sottoprefetto della regione di Nyasia ha deciso
di procedere al riconoscimento ufficiale del locale comitato di pace. Un risultato
inatteso, che dimostra l’appoggio e la stima di cui godiamo da parte delle autorità.
Tutto questo ci spinge ad osare di più, moltiplica le nostre energie e la nostra
fiducia: lottare contro la paura è lottare contro la guerra.
Quali sono stati i vostri rapporti con i membri dell’MDCF in questi anni?
Lavoriamo in condizioni di assoluta neutralità: il nostro scopo è unicamente
quello di collaborare con ogni mezzo alla risoluzione del conflitto. Se di rapporti
in senso stretto con l’MDCF non possiamo parlare, vero è che il nostro comitato
promuove azioni di reinserimento a favore di tutti coloro che siano disposti ad
abbandonare le armi e ricominciare una nuova vita. Il problema del recupero ad
una vita attiva dei reduci è un problema ovunque enorme; la mancanza di occupazione
e di prospettive lavorative in Casamance e più in generale in Africa occidentale
non fa che inasprire queste difficoltà. Bisogna a questo proposito sottolineare
che lo stesso governo adotta nei confronti di queste persone, almeno in via teorica,
una politica di reinserimento sufficientemente illuminata: nessuna ritorsione,
costruzione di case e villaggi in cui possano vivere con le loro famiglie, agevolazioni
per quanto riguarda la ricerca di una occupazione.
Eppure, nonostante la possibilità di ottenere l’indipendenza attraverso azioni
militari sia quasi del tutto tramontata, molti uomini rifiutano di deporre le
armi e ricominciare una nuova vita. Perché?
Ci sono diversi motivi. Innanzi tutto politici: non dimentichi che una parte
del MDCF ancora rivendica l’indipendenza della Casamance dal governo di Dakar.
Sebbene il processo di pace sia concreto, esistono sacche di resistenza ancora
determinate a mettere in discussione questa scelta: una sorta di braccio di ferro
politico.
In secondo luogo, la paura. Non dimentichi che la Casamance ha vissuto 25 anni
di guerra civile:
atrocità sono state commesse da entrambe gli schieramenti; la memoria di ciò
che è accaduto non può essere cancellata. Una guerra così lunga crea due generi
di vittime: coloro che l’hanno subita e coloro che a causa di ciò che hanno fatto
non la dimenticheranno mai.
E che, forse, non si perdoneranno mai.
Esistono movimenti analoghi al vostro in altri paesi dell’Africa occidentale?
Un movimento analogo sta nascendo, tra mille difficoltà, nella vicina Guinea
Bissau: Les soldats de la paix. Non dispongono di una sede e la loro attività è estremamente difficile.
Purtroppo i conflitti silenziosi, come quelli che vivono i nostri paesi, non
attirano l’attenzione, e le possibilità di ottenere aiuti e collaborazioni risultano
davvero poche. Ma se mi concede di esprimere una speranza, è proprio quella di
non essere dimenticati: la pace, per crescere e diffondersi, ha bisogno di un
impegno quanto più diffuso e concreto. In altre parole, di solidarietà.