16/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ex governatore del Massachusetts si aggiudica le terze primarie dei repubblicani
Era arrivato due volte secondo, e questa era la sua ultima spiaggia: qui era nato, qui era stato governatore suo padre, qui aveva speso più di tutti i rivali in spot elettorali. Qui, alla fine, si è rilanciato nella corsa verso la nomination. Vincendo le primarie nel Michigan – con nove punti di vantaggio sul principale rivale John McCain – Mitt Romney complica ancora di più la corsa tra i repubblicani. Con tre vincitori diversi in tre sfide, prevedere chi si contenderà la Casa Bianca il prossimo novembre è impossibile.

Mitt RomneyVittoria comoda. L'ex governatore del Massachusetts ha ottenuto il 39 percento dei voti contro il 30 percento di John McCain, fermando così il suo slancio dopo la vittoria di una settimana fa in New Hampshire. Mike Huckabee, che il 3 gennaio aveva vinto nei caucus dell'Iowa, si è piazzato terzo con il 16 percento. Distaccati gli altri candidati: il deputato del Texas Ron Paul (6 percento), il senatore Fred Thompson (4 percento) e soprattutto l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, che con il suo 3 percento rischia di scivolare sempre più nell'anonimato. “Stanotte segna l'inizio della rimonta, una rimonta per l'America», ha detto Romney nel comizio dopo la vittoria, prendendo spunto dal concetto usato sia da Hillary Clinton sia da John McCain dopo le loro vittorie in New Hampshire. McCain – che contava di far suo il Michigan sfruttando l'inerzia dell'exploit precedente – ha incassato con stile: “Pensavamo fosse più facile, ma sapete? Siamo diventati piuttosto bravi nelle situazioni difficili”, ha detto davanti ai suoi sostenitori. “E ora gli abbiamo mostrato che non ci dispiace una battaglia”.

John McCainL'incertezza tra i repubblicani. Ora la sfida si sposta nel sud. Tra tre giorni, sabato 19 gennaio, gli elettori repubblicani voteranno nel South Carolina e nel Nevada; dieci giorni dopo ci sarà la Florida, il primo grande Stato ad entrare in gioco. Nella confusione della corsa, ogni tappa può essere quella che fa diventare favorito uno dei candidati: basterebbero due vittorie di fila per fare di ognuno di loro l'uomo da battere. Intanto, la situazione cambia a seconda dello Stato. In South Carolina, dove la percentuale di cristiani evangelici tra i repubblicani è alta, potrebbe per esempio tornare a vincere Huckabee, un ex pastore battista sostenuto dalla destra religiosa. In Nevada, si prevede un'altra sfida tra Romney e McCain. La Florida, che fino a qualche settimana fa sembrava un feudo di Giuliani, è ancora tutta da assegnare dopo che gli ultimi sondaggi hanno evidenziato un calo dei consensi per l'ex sindaco di New York.

Barack Obama e Hillary ClintonTra tre giorni è di nuovo Obama contro Clinton. In Michigan si sono anche tenute le primarie dei democratici, ma erano svuotate di ogni senso perché lo Stato è stato punito dal partito per aver anticipato la data della consultazione elettorale senza autorizzazione: il Michigan quindi non manderà nessun delegato alla convention democratica di agosto, quando verrà formalizzata la scelta del candidato alla presidenza. Sulla scheda dei democratici c'era solo il nome di Hillary Clinton, mentre gli altri candidati principali – tra cui Barack Obama e John Edwards – si erano ritirati dalla corsa. Senza rivali, la Clinton ha ottenuto il 55 percento delle preferenze di chi si è comunque preoccupato di andare a votare. Il 40 percento ha invece scritto “uncommitted”, scegliendo così il voto neutrale. I democratici tornano in pista anche loro in Nevada, tra tre giorni. Con una vittoria a testa tra Obama e la Clinton, lo Stato di Las Vegas potrebbe già fare da ago della bilancia.
 

Alessandro Ursic

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