19/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I rifugiati in Iran che non sono stati espulsi vivono tra mille difficoltà
scritto per noi da
Nardana Talachian
 
Nelle piazze principali di Teheran non si vedono più lunghe file di operai stagionali afgani in cerca di un lavoro qualsiasi, in cambio di una paga da fame.
Gli afgani che sono riusciti a scampare al vasto piano di rimpatrio messo in atto dal 2002 dal governo iraniano, fanno oggi i portinai nei palazzi e negli uffici privati della capitale, dove vivono di solito assieme alla famiglia.
 
Umili lavori. Gli afgani regolari, con il permesso di lavoro, sono invece spesso giovani sotto i 25 anni, assunti dal Comune e sistemati nelle case comunali. I giovani spazzini provenienti da Kabul, Kandahar e Herat hanno frequentato almeno la scuola media, parlano bene il persiano con l'accento afgano e sono spesso non riconoscibili, perché possono essere scambiati per iraniani delle zone nordorientali. Così non fanno più paura alle ragazze e alle donne iraniane per le orrende storie di cronaca che una volta parlavano di tanti casi di omicidio, stupro e pedofilia commessi dai pashtu, famosi tra gli stessi afgani per crudeltà e malvagità. Ogni volta che si riparla del rimpatrio degli afgani, la tv iraniana trasmette reportage sulla vita di quelli che hanno deciso di ritornare in patria. Sono spesso interviste piene di slogan sulla felice condizione della vita in Afghanistan. Ma la realtà è ben diversa: se non fosse stato per le severe leggi iraniane, solo pochi afgani avrebbero deciso di tornare nel loro Paese. Una volta espulsi tutti gli afgani, non si sa quali scuse troveranno le autorità iraniane per giustificare l’alto tasso di disoccupazione, dovuto all’incapacità del governo nell’assorbire un maggiore investimento straniero e di conseguenza nel creare un mercato del lavoro adatto alle esigenze della società. Soprattutto gli afgani in Iran sono dei semplici operai, e la loro presenza non potrebbe essere mai un motivo per la disoccupazione tra i giovani iraniani.
 
L'Iran comunque rimane una terra di transito per numerosi afgani che scelgono come destinazione i paesi dell'Europa occidentale, gli Stati Uniti e il Canada, dove esiste il minimo necessario di protezione umanitaria sfollati e immigrati. In Iran gli afgani non hanno il diritto al lavoro, allo studio, alla proprietà e all'assicurazione, e ogni loro attività economica è riconosciuta illegale dal governo. La morte degli operai afghani non crea in minimo di responsabilità per il datore del lavoro e quindi sono spesso scelti per fare i duri e rischiosi lavori di edilizia, come lo scavo dei pozzi. Molti afgani preferiscono addirittura trasferirsi in Arabia Saudita, dove una volta accettati i dogmi wahabiti, avranno il diritto di avviare attività commerciali. Sono gli stessi che avranno la possibilità di vendicarsi con i pellegrini iraniani che arrivano nelle città sante saudite, perché solo pochi afgani trovano quell’ospitalità di cui si vantano gli iraniani nelle guide turistiche e gli altri sono oggetti di una grave discriminazione sociale. Forse la famiglia di Karim, ingegnere elettronico laureatosi dall’Università di Kabul ed un parente vicino di Ahmad Shah Masoud ..... sarebbe potuta divenire una delle poche famiglie afghane felici rifugiate in Iran. Prima della triste fuga notturna verso il confine iraniano, Karim lavorava per la radio e televisione afgana. Dopo le ripetute minacce dei talebani contro la sua vita e quella di sua moglie e dopo il loro assalto alla sede della radio e televisione a Kabul, insieme alla moglie e tre figli dovette fuggire dall’Afghanistan lasciando il primogenito a lavorare per i nonni.
 
A volte il tragico destino coinvolge anche le famiglie iraniane. Nelle lontane città sono molte le ragazze iraniane che sposano i giovani afghani. Un matrimonio che non viene mai riconosciuto dal governo. Gli afghani sono tutti irregolari e la loro riunione ha solo il valore religioso. Per la legge iraniana le ragazze rimangono single e i loro figli sono illegittimi e senza padre. Quindi non potranno nemmeno aspettare i 18 anni per chiedere la cittadinanza della madre, come prevede la legge per i matrimoni con gli uomini stranieri. Non soltanto questi poveri bambini sono privi di patria e di ogni minimo diritto dei cittadini iraniani. Sia nelle zone lontane che nella periferia delle grandi città, ci sono i grandi clan afghani che conducono una vita tribale e in qualche modo beduina. I ragazzi, quasi sempre cugini, si sposano dopo i 15 anni. A 30 anni hanno almeno 8 figli e prima di arrivare a 40 anni sono spesso nonni. Questi afghani non hanno nemmeno una carta d’identità rilasciata dall’Ambasciata afgana, e la prima conseguenza naturale di questa loro vita è rimanere analfabeti e senza patria per tutta la vita. L’unico approccio con il mondo della cultura sono le lezioni tenute dai religiosi sunniti chiamati ‘Molavì’, che hanno trascorso l’infanzia sotto la direzione di quelli che ora sono famosi in tutto il mondo come i talebani. I Molavì non hanno niente da offrire ai bambini, tranne l’odio verso i padroni di casa, perché sono sciiti.
 
 
Conflitto latente. In meno di 48 ore dal confine è arrivato a Teheran per raggiungere alcuni amici e in poco più di un mese venne assunto dalla più grande Ong iraniana come portinaio. Grazie al sostegno morale e finanziario del consiglio amministrativo, i tre figli di Karim sono riusciti a frequentare le migliori scuole della capitale senza essere, però, iscritti. Un piccolo sollievo per un padre che vedeva soffrire le due figlie di serie malattie fisiche e psichiche. La più grande, Parvaneh, fino a 15 anni soffriva di incubi notturni, convulsione e enuresi notturna. Manijeh a 9 anni ha perso un rene e una parte del fegato. Dopo la caduta dei talebani, la moglie Sabereh affetta di depressione e problemi cardiaci per la lontananza dal primogenito, Parviz, decise di portarlo in Iran. L’avevano mandato in Pakistan, dove cardava la lana in un cantiere sotterraneo. Fu molto difficile rintracciarlo e farlo ritornare in Afghanistan. Da lì fu portato in Iran in compagnia della madre con uno dei primi voli Kabul-Teheran. Dopo qualche anno di vita in Iran, Sabereh e i figli andarono in Austria, dove li aspettava sicuramente un migliore futuro, dato che i figli in Iran non avrebbero potuto nè finire la scuola nè andare all’università. Subito dopo si sentirono delle voci curiose che chiedevano come riusciva Karim a mandargli i soldi necessari con quel poco di stipendio in Iran. Ci volle poco perché l’accusassero del furto e venisse licenziato. Dopo qualche mese si venne a sapere che Sabereh aveva aperto un locale afgano a Vienna e che era lei a mandare i soldi al marito, che nessuno è più riuscito a trovare.
Categoria: Profughi, Migranti, Popoli
Luogo: Iran
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