scritto per noi da
Federico Frigerio
Un inatteso pronunciamento sui delicati rapporti Cina-Taiwan è arrivato dal modesto
stato africano del Malawi, che da 41 anni riconosceva come legittimo il governo
di Taipei. In un comunicato congiunto delle due nazioni (Malawi e Cina) si legge
che “esiste una sola Cina nel mondo e che Taiwan è parte inalienabile del territorio
cinese”.

Naturalmente tale presa di posizione è stata fortemente condannata dai vertici
di Taipei, che non hanno esitato a condannare la diplomazia di Pechino, accusata
di aver comprato i favori della nazione africana, supposizione peraltro confermata
dagli ingenti aiuti cinesi che lo scorso anno sono stati destinati al Malawi,
giustificati dai leader comunisti per garantire sicurezza e stabilità. Il vice
ministro degli Esteri di Taiwan, Tzu-pao Yang, ha formalmente accusato la Cina
di “voler ridimensionare il ruolo internazionale di Taiwan attraverso incentivi
monetari ai propri alleati”, suggerendo inoltre che il costo dell’alleanza “rubata”
possa attestarsi sui sei miliardi di dollari. Yang non ha esitato nel condannare
inoltre il comportamento dei politici malawiani, colpevoli “di aver rinunciato
alla loro dignità e di aver venduto la propria anima alla Cina”: un’offerta difficilmente
non accettabile, soprattutto se confrontata con i 400 milioni di dollari che Taiwan
invia annualmente. Joyce Bamba, ministro degli Esteri malawiano, ha dichiarato
che la recente decisione (28 dicembre) di appoggiare la politica di Pechino è
strettamente correlata ai maggiori benefici che il Malawi potrà trarre, in quanto
la Repubblica popolare cinese sarà in grado di fornire alla nazione africana “maggiore
sicurezza e numerosi incentivi per l’economia”.
Regali diplomatici. Le autorità di Taiwan si erano rese conto dei tentativi di seduzione cinesi e,
episodio grottesco, il ministro degli affari esteri, James Huang, si trovava su
un aereo diretto in Malawi quando gli è stato riferito che non avrebbe potuto
incontrare il presidente Bingu wa Mutharika. Un altro smacco rifilato da Pechino
a Taipei, riconosciuta ora solo da 23 paesi, per lo più piccoli stati africani,
asiatici e sudamericani, ad eccezione dell’alleato storico, gli Stati Uniti. Non
è il primo caso di alleanze “comprate”, in quanto Ciad e Costa Rica hanno recentemente
deciso di cambiare rotta, riconoscendo la supremazia di Pechino. Costa Rica che,
in questi giorni, è stata persino premiata per la sua fedeltà: sono iniziati i
lavori per la costruzione del nuovo stadio di San Josè, 40 mila posti, il tutto
finanziato dagli irresistibili dollari di Pechino.
Ombre cinesi. Cina sempre più africana e Taiwan sempre più cinese. Il caso Malawi è degno di
nota in quanto ennesima spia della capacità diplomatica e delle potenzialità del
“soft power” cinese. La necessità per la Cina di reperire materie prime in Africa
sta impiegando sempre maggiori energie (diplomatiche e economiche) e l’elenco
delle nazioni affiliate si sta espandendo a macchia d’olio, proprio come la sete
di petrolio cinese: Sudafrica, Angola, Sudan, Egitto, Libia, Algeria, Nigeria,
Congo. L’operazione Malawi manda inoltre un forte messaggio a Taiwan: la vittoria
alle recenti elezioni del partito nazionalista
Kuonmintang, deciso a riaprire legami economici con Pechino, unita all’enorme domanda commerciale
che ormai lega Cina e Taiwan, sembra spingere sempre più la “provincia ribelle”
nelle braccia della madrepatria. Chen Shiu-bian, presidente taiwanese a fine mandato,
dopo aver appreso dello smacco diplomatico in Malawi, ha riconosciuto la possibilità
che i rimanenti alleati intraprendano relazioni con Pechino, invitandoli però
a riconoscere la legittimità del governo di Taipei. La diplomazia del dollaro
cinese, oltre che allettante, appare irresistibile, persino per lo storico rivale.