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Senza frontiere. La causa principale dell'allarmante
situazione in cui vive da anni lo stato amazzonico – che anche lo
scorso anno fu teatro di 20 dei 48 omicidi a carico di persone
indigene – è il “confino” in cui sono costretti a vivere
i kaiowá, indigeni della famiglia guaraní. Per esempio,
nella riserva di Dourados, 3mila ettari, vi abitano 12mila persone,
per una media di un ettaro ogni 4 persone. E si sta parlando di un
popolo nomade, che per tradizione non vive di agricoltura, che è
abituato a vivere in spazi ampi, unica forma di vita che conosce.
Costretto in spazi piccoli, implode. I guaraní, infatti,
nonostante le riserve, si muovo continuamente, senza limiti di
frontiere interne o internazionali imposte dai conquistadores.
Sono circa trentamila in tutto lo stato del Mato Grosso do Sul, ma
camminano anche per Paraguay e
Argentina, dove anche sono numerosi, seguendo solo le loro leggi e le
loro regole. Un modus vivendi che dà noia a molti,
dalle altre popolazioni indigene ai coloni e proprietari terrieri,
che reagiscono in forma spesso violenta per arginarne l'invadente
spirito libero.
Agro-business. Assegnare più
terra sembra, infatti, sempre più difficile. Nell'era del
biocombustibile, quella regione è culla delle monocolture
intensive di canna da zucchero, quindi anche 100 attari sono motivo
di aspre discussioni, che spesso sfociano in omicidi mirati. Spinti
dall'euforia dell'etanolo come sostitutivo della benzina, quindi
ricchezza in barba all'oro nero, per un granello di terra si arriva a
uccidere. L'agronegozio impera, e i governi locali ne sono totalmente
succubi. Ovunque è canna da zucchero e quando va bene soja.
Per i guaraní è desolazione. Molti di questi infatti si
sono arresi e lavorano in condizioni miserrime come tagliatori di
caña, restando fuori dalla comunità anche 70 giorni.
“Quando ritornano portano con sé problemi di alcool e droga,
indebolendo così il già fragile equilibrio interna
della loro comunità”, ha spiegato a Ips Marcos Terena,
presidente del Comitato intertribale e direttore del Memoriale dei
popoli indigeni in Brasile. L'altra faccia del combustibile pulito
tanto sbandierato dal presidente Lula e dal suo omologo Usa Bush. Nel
Mato Grosso do Sul ci sono 11 fabbriche di zucchero e distilleria di
bio-carburante e altre 30 sono in costruzione, ma la prospettiva è
arrivare ad averne 60. L'impatto sui guaraní è ben
immaginabile. È di novembre un episodio che la dice lunga sui
rischi a cui va incontro un sistema simile: un'impresa di
bio-combustibile da canna da zucchero locale è stata chiusa
perché sottometteva ottocento lavoratori indigeni, trattandoli
come schiavi.
Come i Sem terra. Un sistema che crea
un indotto senza vie d'uscita. Perché la mancanza di nuove
terre assegnate loro dall'alto, spinge i guaraní a occupare
con la forza i territori che considerano propri per diritto
ancestrale, ispirandosi alla tattica dei contadini Sem Terra che
lottano per la riforma agraria: creare accampamenti dal giorno alla
notte. Da qui, gli assassinii mirati dei leader, per mano di sicari
ingaggiati dai proprietari terrieri, ancora legati al modus
operandi della vecchia oligarchia rurale brasiliana. Stella Spinelli
Parole chiave: sem terra, guarani, stella spinelli, brasile, biocombustibile