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Ricostruire le strutture sanitarie, aggiornare le attrezzature ma anche
le conoscenze dei medici e, soprattutto, ripartire dalle cure di base,
sul territorio, per garantire al più presto a tutti le cure minime
indispensabili. Questi sono i primi punti su cui riorganizzare
l’assistenza sanitaria in Iraq ; per realizzarli è però necessario,
prima di tutto, garantire la sicurezza, sia dei medici, che durante il
conflitto hanno difeso coraggiosamente il luogo di lavoro, sia dei
pazienti che spesso, ancora spaventati, preferiscono non curarsi pur di
non andare inospedale.
L’assistenza sanitaria in Iraq ha goduto di buona salute fino
all’inizio degli anni ottanta, quando è iniziato un progressivo
declino: la guerra con l’ Iran prima e quella del Golfo poi nel 1991,
con le successive sanzioni internazionali (embargo), lo stanziamento di
fondi insufficiente, la carente organizzazione degli interventi
sanitari hanno portato al progressivo deterioramento degli edifici e
delle attrezzature nonché a un’assistenza inefficiente, mal distribuita
e concentrata in pochi ospedali nelle città. I risultati parlano da
soli.
Un terzo delle irachene partorisce senza cure mediche adeguate, la
mortalità materna si è triplicata e quella infantile raddoppiata negli
ultimi dieci anni: nel 2002 un bambino su otto non ha raggiunto i
cinque anni (in Italia circa 1 su 200). L’ultimo conflitto ha dato
un’ulteriore spallata al sistema sanitario: il 12 per cento degli
ospedali è stato danneggiato e il 7 per cento saccheggiato, in molti
casi manca la luce e l’acqua, nonché farmaci e attrezzature. Il numero
di infermieri è decisamente inadeguato, quello dei medici è sufficiente
(circa uno ogni 2.000 iracheni, ma in Italia ce n’è dieci volte tanto),
ma hanno bisogno di aggiornarsi. Negli anni passati infatti in molti
hanno lasciato il Paese, gli altri sono rimasti isolati dai colleghi
del resto del mondo e dai più recenti progressi della medicina. Si deve
partire dalle fondamenta dunque, da quello che viene dato per scontato,
come avere negli ospedali i pavimenti puliti, il cibo per pazienti e
non trovare in giro rifiuti: basti pensare che il 20 per cento dei
rifiuti sanitari può essere infettivo, tossico o radioattivo e nel solo
mese di giugno ne sono stati rimossi 1.400 metri cubi.