Per la prima volta un’operazione di commando dei ribelli nel cuore della capitale afgana
“Il commando talebano, composto da sette persone, non da quattro come è stato
detto, si è fatto strada a colpi di granate: nessuno si è fatto saltare in aria.
Quelli che avevano i giubbotti esplosivi non sono riusciti a entrare. Nella hall
dell’albergo ne sono entrati tre, di cui uno è stato ucciso subito dalle guardie
e due sono riusciti a entrare sparando all’impazzata. Uno dei due è sceso nel
piano sotterraneo, dove si trovano la palestra e la piscina. Dopo l’attacco, costato
la vita a otto persone, sono arrivati i soldati statunitensi e noi ospiti siamo
stai tutti evacuati. Io sono uscita camminando in mezzo a pezzi di corpi e pozze
si sangue. Il clima tra noi stranieri che siamo in città è molto teso, perché
il Serena era considerato un fortino impenetrabile, il posto più sicuro di Kabul”.
Un’azione senza precedenti. Questa la testimonianza telefonica rilasciata, dietro garanzia di anonimato,
a
PeaceReporter da un ospite dell’Hotel Serena nel centro di Kabul, attaccato ieri sera dai
talebani.
Un attacco che dimostra che i ribelli sono ormai in grado di condurre vere e
proprie operazioni militari, non semplici attentati, nel cuore stesso della supersorvegliata
capitale afgana. L’azione non è infatti stata opera di un solitario kamikaze ma
di un commando di guerriglieri armati di kalsahnikov e bome a mano.
L’attacco è costato la vita a un giornalista e un fotografo norvegesi, un dipendente
statunitense dell’hotel, una donna filippina, due poliziotti e una dipendente
afgana. Più il talebano ucciso dalle guardie. Illeso il ministro degli Esteri
norvegese Jonas Garh Soere, alloggiato nell’albergo, che però questa mattina ha
deciso di interrompere la sua visita e di fare ritorno a Oslo.
Il Serena è l’unico albergo a cinque stelle della capitale, sempre affollato
di ospiti stranieri: impiegati governativi, uomini d’affari, giornalisti, operatori
di grosse Ong e altri personaggi dalla difficile connotazione professionale.
“Possiamo colpire ovunque”. Il portavoce talebano Zabihullah Mujahed ha rivendicato l’attacco: “Abbiamo
voluto dimostrare che le nostre mani e il nostro potere si estende ovunque, abbiamo
la capacità di sferrare attacchi ovunque in Afghanistan”.
Negli ultimi mesi la presenza della guerriglia talebana è giunta a lambire l’estrema
periferia della capitale afgana, ovvero le montagne e le vallate che circondano
Kabul – come dimostrato dall’attacco sferrato lo scorso 24 novembre contro le
truppe italiane nel distretto di Paghman, 15 chilometri a sud della città. E proprio
gli italiani, dallo scorso dicembre fino ad agosto, hanno ora il comando militare
di Kabul e dintorni, ovvero il compito di difendere la capitale afgana da eventuali
offensive talebane. Per farlo, sono stati inviati 250 soldati della brigata Alpina
‘Taurinense’, specializzata per il combattimento in montagna, che ora sono basati
a Sarobi, lungo la strada che collega Kabul a Jalalabad.