23/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Medici di fronte a casi di tortura e violazione dei diritti umani

Giuramento IppocrateDa qualche mese sulle più autorevoli riviste mediche ci si interroga sull’etica della professione di fronte a casi di tortura e violazione dei diritti umani. Alla fine di luglio, un articolo comparso sul New England Journal of Medicine aveva già segnalato la complicità del personale medico statunitense nelle torture in Iraq, Afghanistan e Guantanamo.

La notizia della connivenza del personale medico con le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri irachene, prima fra tutte Abu Ghraib, è rimbalzata sui media, riportando ancora una volta l’attenzione sulle continue violazioni della dignità e dei diritti dell’uomo, di ogni uomo. Quei diritti messi nero su bianco il 10 dicembre del 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite all’indomani della fine della seconda Guerra Mondiale e della rivelazione di quanto era successo nei campi di sterminio, con la partecipazione e collaborazione dei medici.

L’articolo 5 di tale dichiarazione recita così: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione crudeli, inumani o degradanti”. Ma se questo non bastasse, se non bastasse nemmeno la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, i medici devono attenersi a un altro giuramento, che risale all’epoca di Ippocrate, di cui esiste la versione cosiddetta moderna, e che deve scandire l’esercizio della professione fin dai primi passi. “… Mi asterrò dal recar danno e offesa” diceva Ippocrate, e ancora: “in qualsiasi casa andrò, ivi entrerò per il sollievo dei malati e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario”.

Nella versione aggiornata per i tempi moderni il concetto è reso, se fosse necessario e dati gli ultimi avvenimenti pare che lo sia, ancora più esplicito. Il novello medico giura “…di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza”, e ancora “…di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente…”, “…di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza di urgenza a qualsiasi infermo ne abbisogni…”. Assistenza di urgenza non però lasciando poi il prigioniero di nuovo sottoposto ad abusi, come sembra essere successo.

I casi come Abu Ghraib, purtroppo non isolati, non devono essere taciuti; i pazienti, perché tali sono diventati i prigionieri sottoposti a torture, devono essere protetti e da più parti del mondo medico viene l’invito ai colleghi affinché sia fatta luce su tutto ciò che è successo. Già prima dell’articolo uscito sulla rivista e ripreso da PeaceReporter, un’altra autorevole rivista, il New England Journal of Medicine, aveva pubblicato alla fine di luglio un articolo a firma di Robert Jay Lifton, psichiatra della Harvard Medical School di Boston sui medici e la tortura: vi si affermava che vi erano prove sempre maggiori della complicità di medici e infermieri statunitensi nelle torture e in altri atti illegali in Iraq, Afghanistan e Guantanamo. “Noi sappiamo che il personale medico non ha segnalato alle autorità superiori ferite chiaramente causate da tortura e non ha compiuto passi per interrompere questa tortura. Inoltre, ha consegnato documenti medici dei prigionieri a chi si occupava degli interrogatori, i quali potrebbero utilizzarli per sfruttare la debolezza o vulnerabilità dei prigionieri”.

Lifton affermava allora che non vi erano notizie sul grado di coinvolgimento medico nel ritardo o nella falsificazione dei certificati di morte di prigionieri uccisi dalle torture, cosa che invece ora appare essere confermato. Ma riviste mediche a parte, Lifton riporta articoli usciti in maggio e giugno su diversi testate ad ampia diffusione, fra cui il New York Times e il Washington Post, dove la denuncia di abusi con la complicità dei sanitari era già stata pubblicata. Lifton nel suo scritto affronta anche la questione dei doveri dei medici militari, potenzialmente soggetti a conflitti morali fra l’etica professionale e la gerarchia militare, portando avanti un’analisi sui contesti in cui si verificano e si sono verificati tali connivenze e di come i medici ad Abu Ghraib si siano trovati in una “situazione che produce atrocità”.

Ma la Dichiarazione di Tokio del 1975 sulla tortura della World Medical Association (ricordata anche da Lifton) non lascia spazio a interpretazioni, come riportato dall’editoriale uscito in questi giorni su The Lancet: “I medici non consentiranno, perdoneranno o parteciperanno a torture o ad altre forme di procedure umilianti … in ogni situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili”. Al di là di tutte le possibili giustificazioni, siano esse le situazioni o la paura di ritorsioni come raccontato dai medici iracheni protagonisti di torture sotto il regime di Saddam Hussein, al di là dei numerosi esempi del passato e del presente, che purtroppo rendono non eccezionale né isolato quanto appreso sulle carceri irachene, afgane e di Guantanamo, al di là della possibilità magari non nota di medici e infermieri che hanno invece cercato di opporsi, rimane l’invito pressante a tutti i sanitari a parlare e raccontare quanto conoscono: in questo modo, conclude Lifton, “faranno un importante passo verso il recupero del loro ruolo di guaritori”.

L’etica medica in regime di guerra o tirannia era già stata oggetto di un editoriale e di una ricerca pubblicate a marzo di quest’anno sulla rivista dell’American Medical Association: la ricerca, condotta dal gruppo Physicians for Human Right, ha indagato la partecipazione dei medici agli abusi e alle violenze perpetrate in Iraq sotto Saddam Hussein, e gli autori, commentando i dati raccolti da circa un centinaio di sanitari, hanno sottolineato l’importanza di una rete di aiuto per i medici coinvolti, perché si sentano appoggiati e sostenuti nell’opporsi a tali pratiche, attraverso “l’esercizio di pressioni internazionali (governative) sul regime autore degli abusi”. Parlare dunque, e creare le condizioni perché sia possibile farlo, come lo spiraglio che sembra essersi aperto con gli articoli pubblicati sul New England Journal of Medicine e su The Lancet. Se più di una persona, o addirittura un governo, comincia a ritenere giustificabile la tortura per sventare attacchi terroristici, il passo è breve per giustificare o addirittura approvare il coinvolgimento e la partecipazione dei medici in tali atti. Di fronte a questi dubbi e perplessità, il giuramento di Ippocrate viene in aiuto.

 
Valeria Confalonieri


 

Categoria: Tortura