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Da qualche mese sulle più autorevoli riviste mediche ci si interroga
sull’etica della professione di fronte a casi di tortura e violazione
dei diritti umani. Alla fine di luglio, un articolo comparso sul New
England Journal of Medicine aveva già segnalato la complicità del
personale medico statunitense nelle torture in Iraq, Afghanistan e
Guantanamo.
La notizia della connivenza del personale medico con le torture
inflitte ai prigionieri nelle carceri irachene, prima fra tutte Abu
Ghraib, è rimbalzata sui media, riportando ancora una volta
l’attenzione sulle continue violazioni della dignità e dei diritti
dell’uomo, di ogni uomo. Quei diritti messi nero su bianco il 10
dicembre del 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
all’indomani della fine della seconda Guerra Mondiale e della
rivelazione di quanto era successo nei campi di sterminio, con la
partecipazione e collaborazione dei medici.
L’articolo 5 di tale dichiarazione recita così: “Nessun individuo potrà
essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizione crudeli,
inumani o degradanti”. Ma se questo non bastasse, se non bastasse
nemmeno la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, i
medici devono attenersi a un altro giuramento, che risale all’epoca di
Ippocrate, di cui esiste la versione cosiddetta moderna, e che deve
scandire l’esercizio della professione fin dai primi passi. “… Mi
asterrò dal recar danno e offesa” diceva Ippocrate, e ancora: “in
qualsiasi casa andrò, ivi entrerò per il sollievo dei malati e mi
asterrò da ogni offesa e danno volontario”.
Nella versione aggiornata per i tempi moderni il concetto è reso, se
fosse necessario e dati gli ultimi avvenimenti pare che lo sia, ancora
più esplicito. Il novello medico giura “…di perseguire come scopi
esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e
psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza”, e ancora “…di non
compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un
paziente…”, “…di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e
impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e
prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità,
condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza di
urgenza a qualsiasi infermo ne abbisogni…”. Assistenza di urgenza non
però lasciando poi il prigioniero di nuovo sottoposto ad abusi, come
sembra essere successo.
I casi come Abu Ghraib, purtroppo non isolati, non devono essere
taciuti; i pazienti, perché tali sono diventati i prigionieri
sottoposti a torture, devono essere protetti e da più parti del mondo
medico viene l’invito ai colleghi affinché sia fatta luce su tutto ciò
che è successo. Già prima dell’articolo uscito sulla rivista e ripreso
da PeaceReporter, un’altra autorevole rivista, il New England Journal
of Medicine, aveva pubblicato alla fine di luglio un articolo a firma
di Robert Jay Lifton, psichiatra della Harvard Medical School di Boston
sui medici e la tortura: vi si affermava che vi erano prove sempre
maggiori della complicità di medici e infermieri statunitensi nelle
torture e in altri atti illegali in Iraq, Afghanistan e Guantanamo.
“Noi sappiamo che il personale medico non ha segnalato alle autorità
superiori ferite chiaramente causate da tortura e non ha compiuto passi
per interrompere questa tortura. Inoltre, ha consegnato documenti
medici dei prigionieri a chi si occupava degli interrogatori, i quali
potrebbero utilizzarli per sfruttare la debolezza o vulnerabilità dei
prigionieri”.
Lifton affermava allora che non vi erano notizie sul grado di
coinvolgimento medico nel ritardo o nella falsificazione dei
certificati di morte di prigionieri uccisi dalle torture, cosa che
invece ora appare essere confermato. Ma riviste mediche a parte, Lifton
riporta articoli usciti in maggio e giugno su diversi testate ad ampia
diffusione, fra cui il New York Times e il Washington Post, dove la
denuncia di abusi con la complicità dei sanitari era già stata
pubblicata. Lifton nel suo scritto affronta anche la questione dei
doveri dei medici militari, potenzialmente soggetti a conflitti morali
fra l’etica professionale e la gerarchia militare, portando avanti
un’analisi sui contesti in cui si verificano e si sono verificati tali
connivenze e di come i medici ad Abu Ghraib si siano trovati in una
“situazione che produce atrocità”.
Ma la Dichiarazione di Tokio del 1975 sulla tortura della World Medical
Association (ricordata anche da Lifton) non lascia spazio a
interpretazioni, come riportato dall’editoriale uscito in questi giorni
su The Lancet: “I medici non consentiranno, perdoneranno o
parteciperanno a torture o ad altre forme di procedure umilianti … in
ogni situazione, inclusi conflitti armati e lotte civili”. Al di là di
tutte le possibili giustificazioni, siano esse le situazioni o la paura
di ritorsioni come raccontato dai medici iracheni protagonisti di
torture sotto il regime di Saddam Hussein, al di là dei numerosi esempi
del passato e del presente, che purtroppo rendono non eccezionale né
isolato quanto appreso sulle carceri irachene, afgane e di Guantanamo,
al di là della possibilità magari non nota di medici e infermieri che
hanno invece cercato di opporsi, rimane l’invito pressante a tutti i
sanitari a parlare e raccontare quanto conoscono: in questo modo,
conclude Lifton, “faranno un importante passo verso il recupero del
loro ruolo di guaritori”.
L’etica medica in regime di guerra o tirannia era già stata oggetto di
un editoriale e di una ricerca pubblicate a marzo di quest’anno sulla
rivista dell’American Medical Association: la ricerca, condotta dal
gruppo Physicians for Human Right, ha indagato la partecipazione dei
medici agli abusi e alle violenze perpetrate in Iraq sotto Saddam
Hussein, e gli autori, commentando i dati raccolti da circa un
centinaio di sanitari, hanno sottolineato l’importanza di una rete di
aiuto per i medici coinvolti, perché si sentano appoggiati e sostenuti
nell’opporsi a tali pratiche, attraverso “l’esercizio di pressioni
internazionali (governative) sul regime autore degli abusi”. Parlare
dunque, e creare le condizioni perché sia possibile farlo, come lo
spiraglio che sembra essersi aperto con gli articoli pubblicati sul New
England Journal of Medicine e su The Lancet. Se più di una persona, o
addirittura un governo, comincia a ritenere giustificabile la tortura
per sventare attacchi terroristici, il passo è breve per giustificare o
addirittura approvare il coinvolgimento e la partecipazione dei medici
in tali atti. Di fronte a questi dubbi e perplessità, il giuramento di
Ippocrate viene in aiuto.