Álvaro Colom Caballeros, ingegnere industriale 57enne, ha preso ieri le redini
del Guatemala. Accanto a lui, Rafael Espada, cardiologo 64enne. A sostenerlo,
l'entourage del partito di Unidad nacional de la esperanza (Une), che rappresenta
la sinistra moderata e progressista. Dietro di lui, il conservatore uscente Óscar
Berger. La tradizionale egemonia della destra guatemalteca è acqua passata. Due
le sfide urgenti: violenza e povertà.
Colom è il sesto presidente eletto dell'era democratica, inaugurata nel 1986
da Marco Vinicio Cerezo Arévalo, che ereditò un paese piegato da un genocidio
compiuto da inclementi dittature.
I record. “In terapia intensiva” è la diagnosi che il vicepresidente-medico ha dato sul
paese. La cura? Il
Plan de los 100 días, un trattamento d'urto che prevede interventi su tre livelli: la sicurezza (visto
che è il terzo paese latinoamericano per indici di violenza; l'assistenza sanitaria,
con un occhio di riguardo per le aree rurali; e l'educazione, visto che anche
in questo caso il Guatemala ha un record non proprio invidiabile, ossia è il secondo
paese del continente per numero di analfabeti.
L'apparenza... E, anche se gli indici di crescita della Commissione economica per l'America
Latina (Cepal) potrebbero far pensare a un paese lanciato verso alte vette, con
una crescita nel 2007 attestata su una media del 5,6 percento, contro ogni aspettativa,
a dissolvere l'ebrezza dello stupore ci pensano le cifre del Banco Mondiale: dopo
il Brasile, il Guatemala è il paese con più disuguaglianza nella distribuzione
della ricchezza in America Latina. Il dieci percento della popolazione più ricca
ha il 46, 8 percento degli introiti, mentre al 20 percento più povero tocca il
2,4.
A peggiorare il quadro ci sono fattori esterni quale il prezzo del petrolio alle
stelle o l'inasprimento della politica migratoria statunitense, che ha toccato
direttamente l'economia guatemalteca, dove le rimesse degli immigrati costituiscono
il 12,5 percento del prodotto interno lordo. Nel 2007, infatti, sono stati espulsi
dagli Usa 18.305 guatemaltechi. Il Movimiento de Inmigrantes Guatemaltecos en Estados Unidos, infatti, tiene gli occhi puntati sul nuovo governo, al quale chiede di
premere sulla Casa Bianca per risolvere l'emergenza, visto che 1.200.000 persone
stanno rischiando la deportazione in ogni momento.
No ai narcos. Risultato di questa disuguaglianza, la violenza. Le statistiche del ministero
degli Interni parlano chiaro: nel 2006, 5.885 persone sono morte ammazzate. Di
queste, 569 erano donne. Allarmanti anche le cifre del 2007: 4.620 morti, di cui
462 donne. A complicare il tutto c'è l'imperante narcotraffico e le bande che
si occupano di gestire illegalmente il flusso di migranti verso Messico e Stati
Uniti: “La mia amministrazione non sarà un campo aperto per il narcotraffico,
siamo convinti di ciò che dobbiamo fare, e per questo mi sono preparato a sufficienza”.
Ma la questione ancor più grave è l'impunità: ogni cento casi, soltanto due vengono
investigati e raramente si arriva a un processo. Né la polizia, né la procura
sembrano essere capaci di raccogliere le prove necessarie per avviare un procedimento
che sfoci in una condanna.
Sarà cambiamento? Una sfida ardua, dunque, per la quale Colom dice di essersi armato di pazienza
e realismo. Ma anche di determinazione: “La vita mi ha insegnato ad avere pazienza”,
dice senza sosta, ma promette di impegnarsi a consegnare ai suoi successori “un
paese in condizioni migliori e più riconciliato con se stesso” di quello che sta
ereditando da Berger.
Eppure, sono in molti ad annusare una sorta di passaggi di consegne troppo 'amichevole'
fra i due governi, tanto da temere che tutto cambi affinché niente cambi. Il paese
avrebbe bisogno di una svolta forte, che i ministri scelti non sembrano promettere.