02/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Oms traccia un quadro della situazione delle donazioni di sangue nel mondo

SangueAncora una volta chi ha più bisogno è messo peggio. Il 14 giugno è stata la Giornata mondiale dei donatori di sangue e secondo il rapporto dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità c’è ancora molto da fare e non c’è tempo da perdere sia per la qualità del sangue usato per le trasfusioni sia per la quantità a disposizione.

Naturalmente ne escono peggio le nazioni più povere, dove vivono oltre i due terzi della popolazione mondiale a fronte di una raccolta insufficiente, pari al 38 per cento degli 81 milioni di unità di sangue donati ogni anno nel mondo. Questo nonostante gli sforzi compiuti per aumentare il numero di donazioni nei Paesi in via di sviluppo. Lo squilibrio porta a un deficit annuale di circa 40 milioni di unità. Ma altri numeri possono rendere ancor meglio l’idea.

Utilizzando l’indice di sviluppo umano (Human Development Index, HDI), un indicatore di tipo socioeconomico basato su salute, vita media, alfabetizzazione e tenore di vita, i Paesi con HDI alto donano 12 volte più di quelli con HDI basso. Non finisce qui.

Soltanto in 39 Paesi la totalità del sangue raccolto proviene da donatori volontari, ritenuti più sicuri per evitare la trasmissione di malattie come l’AIDS o le epatiti. Al contrario, quasi la metà del sangue raccolto nei Paesi con un HDI medio o basso proviene da due categorie a rischio perché meno controllate: sono i familiari del malato o del ferito e coloro che donano il sangue in cambio di soldi.

Oltretutto i test per escludere la presenza di virus nel sangue da trasfondere non sono certo la norma ovunque: su 178 Paesi valutati dall’OMS, addirittura 20 non avevano controlli completi per l’HIV, 24 non li eseguivano regolarmente per l’epatite B, 37 ignoravano l’epatite C e 24 la sifilide. Insomma, ogni anno sono ben sei milioni i test sul sangue che non vengono eseguiti.

La mancanza di trasfusioni sicure si ripercuote pesantemente sulla mortalità, soprattutto nelle fasce più vulnerabili come le donne in gravidanza, le vittime di traumi, i bambini con forme gravi di anemia conseguenti a malaria e malnutrizione. L’OMS chiarisce con un esempio: ogni anno 150.000 morti collegabili alla gravidanza potrebbero essere evitate avendo disponibile sangue sicuro. Steffen Groth, direttore delle tecnologie sanitarie di base dell’OMS, sottolinea come il rischio di trasmissione di malattia quando il sangue è analizzato adeguatamente è inferiore a un caso su un milione di unità.

Sulla base dei dati raccolti, gli esperti dell’OMS ammettono dunque che in molte nazioni povere le trasfusioni di sangue non sono esenti da rischi. I motivi sono diversi, dalla scarsa organizzazione dei sistemi sanitari locali (meno di un terzo dei Paesi ha un servizio di trasfusioni di sangue nazionale adeguatamente organizzato), alla mancanza di personale con una formazione adeguata o del materiale per effettuare tutti i test necessari prima di rendere disponibili le sacche, oltre all’utilizzo di procedure poco sicure o addirittura al riutilizzo di siringhe.

Meno di un terzo dei Paesi ha un servizio di trasfusioni ben strutturato. Il risultato, secondo i numeri riportati da Groth è: 260.000 nuovi contagi da HIV e 20 milioni da virus dell’epatite B ogni anno nel mondo per iniezioni non sicure di qualsivoglia tipo. Oltre a questo, non è da trascurare che vengono fatte molte trasfusioni non necessarie, esponendo i pazienti a rischi inutili, quando potrebbero essere utilizzati preparati alternativi al sangue, altrettanto efficaci e più sicuri.

Sono da sottolineare tuttavia i successi ottenuti in questo campo dai programmi ben strutturati di raccolta del sangue, basati su organizzazioni di donatori volontari e presenti in 50 nazioni. Il coinvolgimento di persone, soprattutto giovani, in questo ruolo socialmente utile e salvavita sensibilizza i donatori, spingendoli a comportamenti prudenti per mantenere il proprio sangue sicuro e utilizzabile con tranquillità.

Per esempio, secondo quanto riportato dall’OMS, in Sud Africa la prevalenza di sieropositività pari al 23,3 per cento nella popolazione adulta crolla a valori intorno allo 0,02 per cento fra coloro che donano il sangue con regolarità. Una conferma di questo doppio risultato positivo (sangue sicuro e donatori più accorti e quindi protetti) viene dall’esperienza del Pledge 25 Club.

In Zimbabwe quindici anni fa è partito un programma che prevedeva il reclutamento di nuovi donatori con un rischio basso di trasmissione di malattie fra studenti di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Ebbene, finiti gli studi i ragazzi hanno deciso di impegnarsi a mantenere uno stile di vita sicuro per continuare a donare il loro sangue fino al raggiungimento dei 25 anni.

I risultati saltano all’occhio, con una diminuzione dei casi di infezione da HIV fra questi ex studenti dal 4,45 per cento nel 1989 allo 0,61 per cento nel 2001 (nel Paese le percentuali nella popolazione sessualmente attiva superano il 30).

Sull’esempio dello Zimbabwe, diversi Paesi in tutto il mondo hanno portato avanti o stanno preparando programmi analoghi al Pledge 25 Club (Bangladesh, Botswana, Filippine, Haiti, India, Indonesia, Malawi, Sud Africa, Uganda, Zambia) che, come si diceva, oltre a offrire maggiori garanzie ai malati che riceveranno le trasfusioni di sangue, permette di proteggere i giovani negli anni in cui il rischio di infezione da HIV è più alto: in Sud Africa otto nuove infezioni su dieci avvengono proprio fra i 16 e i 28 anni.


Valeria Confalonieri


 

Categoria: Salute