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Ancora una volta chi ha più bisogno è messo peggio. Il 14 giugno è
stata la Giornata mondiale dei donatori di sangue e secondo il rapporto
dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità c’è ancora molto da fare e
non c’è tempo da perdere sia per la qualità del sangue usato per le
trasfusioni sia per la quantità a disposizione.
Naturalmente ne escono peggio le nazioni più povere, dove vivono oltre
i due terzi della popolazione mondiale a fronte di una raccolta
insufficiente, pari al 38 per cento degli 81 milioni di unità di sangue
donati ogni anno nel mondo. Questo nonostante gli sforzi compiuti per
aumentare il numero di donazioni nei Paesi in via di sviluppo. Lo
squilibrio porta a un deficit annuale di circa 40 milioni di unità. Ma
altri numeri possono rendere ancor meglio l’idea.
Utilizzando l’indice di sviluppo umano (Human Development Index, HDI),
un indicatore di tipo socioeconomico basato su salute, vita media,
alfabetizzazione e tenore di vita, i Paesi con HDI alto donano 12 volte
più di quelli con HDI basso. Non finisce qui.
Soltanto in 39 Paesi la totalità del sangue raccolto proviene da
donatori volontari, ritenuti più sicuri per evitare la trasmissione di
malattie come l’AIDS o le epatiti. Al contrario, quasi la metà del
sangue raccolto nei Paesi con un HDI medio o basso proviene da due
categorie a rischio perché meno controllate: sono i familiari del
malato o del ferito e coloro che donano il sangue in cambio di soldi.
Oltretutto i test per escludere la presenza di virus nel sangue da
trasfondere non sono certo la norma ovunque: su 178 Paesi valutati
dall’OMS, addirittura 20 non avevano controlli completi per l’HIV, 24
non li eseguivano regolarmente per l’epatite B, 37 ignoravano l’epatite
C e 24 la sifilide. Insomma, ogni anno sono ben sei milioni i test sul
sangue che non vengono eseguiti.
La mancanza di trasfusioni sicure si ripercuote pesantemente sulla
mortalità, soprattutto nelle fasce più vulnerabili come le donne in
gravidanza, le vittime di traumi, i bambini con forme gravi di anemia
conseguenti a malaria e malnutrizione. L’OMS chiarisce con un esempio:
ogni anno 150.000 morti collegabili alla gravidanza potrebbero essere
evitate avendo disponibile sangue sicuro. Steffen Groth, direttore
delle tecnologie sanitarie di base dell’OMS, sottolinea come il rischio
di trasmissione di malattia quando il sangue è analizzato adeguatamente
è inferiore a un caso su un milione di unità.
Sulla base dei dati raccolti, gli esperti dell’OMS ammettono dunque che
in molte nazioni povere le trasfusioni di sangue non sono esenti da
rischi. I motivi sono diversi, dalla scarsa organizzazione dei sistemi
sanitari locali (meno di un terzo dei Paesi ha un servizio di
trasfusioni di sangue nazionale adeguatamente organizzato), alla
mancanza di personale con una formazione adeguata o del materiale per
effettuare tutti i test necessari prima di rendere disponibili le
sacche, oltre all’utilizzo di procedure poco sicure o addirittura al
riutilizzo di siringhe.
Meno di un terzo dei Paesi ha un servizio di trasfusioni ben
strutturato. Il risultato, secondo i numeri riportati da Groth è:
260.000 nuovi contagi da HIV e 20 milioni da virus dell’epatite B ogni
anno nel mondo per iniezioni non sicure di qualsivoglia tipo. Oltre a
questo, non è da trascurare che vengono fatte molte trasfusioni non
necessarie, esponendo i pazienti a rischi inutili, quando potrebbero
essere utilizzati preparati alternativi al sangue, altrettanto efficaci
e più sicuri.
Sono da sottolineare tuttavia i successi ottenuti in questo campo dai
programmi ben strutturati di raccolta del sangue, basati su
organizzazioni di donatori volontari e presenti in 50 nazioni. Il
coinvolgimento di persone, soprattutto giovani, in questo ruolo
socialmente utile e salvavita sensibilizza i donatori, spingendoli a
comportamenti prudenti per mantenere il proprio sangue sicuro e
utilizzabile con tranquillità.
Per esempio, secondo quanto riportato dall’OMS, in Sud Africa la
prevalenza di sieropositività pari al 23,3 per cento nella popolazione
adulta crolla a valori intorno allo 0,02 per cento fra coloro che
donano il sangue con regolarità. Una conferma di questo doppio
risultato positivo (sangue sicuro e donatori più accorti e quindi
protetti) viene dall’esperienza del Pledge 25 Club.
In Zimbabwe quindici anni fa è partito un programma che prevedeva il
reclutamento di nuovi donatori con un rischio basso di trasmissione di
malattie fra studenti di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Ebbene,
finiti gli studi i ragazzi hanno deciso di impegnarsi a mantenere uno
stile di vita sicuro per continuare a donare il loro sangue fino al
raggiungimento dei 25 anni.
I risultati saltano all’occhio, con una diminuzione dei casi di
infezione da HIV fra questi ex studenti dal 4,45 per cento nel 1989
allo 0,61 per cento nel 2001 (nel Paese le percentuali nella
popolazione sessualmente attiva superano il 30).
Sull’esempio dello Zimbabwe, diversi Paesi in tutto il mondo hanno
portato avanti o stanno preparando programmi analoghi al Pledge 25 Club
(Bangladesh, Botswana, Filippine, Haiti, India, Indonesia, Malawi, Sud
Africa, Uganda, Zambia) che, come si diceva, oltre a offrire maggiori
garanzie ai malati che riceveranno le trasfusioni di sangue, permette
di proteggere i giovani negli anni in cui il rischio di infezione da
HIV è più alto: in Sud Africa otto nuove infezioni su dieci avvengono
proprio fra i 16 e i 28 anni.