11/01/2005
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Reportage dalla Casamance, per anni teatro di una guerra appena terminata
Scritto per noi da
Ugo Borga*
Ziguinchor, regione di Casamance - La guerra in Casamance, per i civili che non parteggiano, è una faccenda
conclusa che ha l'inconveniente di continuare.
Gli accordi di pace siglati dal leader storico dell’ MDCF -Movimento delle forze
democratiche della Casamance- Abbé Diamacoune con il governo senegalese hanno
ufficialmente posto fine ad un conflitto durato un quarto di secolo. Ma ha anche
indebolito la leadership dello stesso Diamacoune e spezzato in due il movimento:
il tentativo di spostare sul dialogo anziché sulla soluzione militare la questione
“indipendenza” non trova tutti d’accordo.
E' corso troppo sangue, l’odio sopravvivrà a lungo: è di buona sostanza.
Il tempo in questa terra sembra essersi fermato, sospeso tra l'incertezza di
una pace apparente e una guerra silenziosa, di cui pochi parlano apertamente.
Silenziosa, ma presente: percorrendo la regione accanto a E.M., membro attivo
di un locale comitato di pace, si percepisce l'esatta dimensione del problema:
i militari e i gendarmi sono ovunque, in città, nei villaggi, ai check point sulle strade.
Nella brousse, la foresta, in cui è impossibile avventurarsi senza essere fermati, perquisiti,
interrogati. O uccisi. Come dimostrano le sepolture anonime sparse un po’ ovunque
nella foresta.
E’ lo stesso E.M. a farle notare, per dimostrare che ciò che dice è vero: qui
le cose sono ancora serie, e il solo sospetto di appoggiare o avere contatti con
le forze indipendentiste può costare la vita. I militari di stanza nella brousse sono attenti e nervosi, quando ci fermano si vede subito che non hanno voglia
di scherzare: la macchina fotografica viene aperta, la pellicola sequestrata,
solo dopo un’attenta analisi delle immagini presenti sulla camera digitale veniamo
rilasciati, con l’ordine perentorio di non proseguire. I villaggi minati sono
numerosissimi, spesso utilizzati come rifugio dai gruppi dell’ MDCF rimasti in
armi o da bande armate costituite da ex militari e sbandati della Sierra Leone
e della Liberia, dedite a banditismo e saccheggi.
L'opera di bonifica, intrapresa dal governo e da associazioni come Handicap International,
permane estremamente difficoltosa: nell'aprile scorso quattro militari impegnati
in azioni di sminamento sono stati uccisi in un agguato nel villaggio di Guidel,
a pochi chilometri dal capoluogo, Ziguinchor.
Eppure nelle parole di E.M., e dei molti che con lui collaborano al processo
di pace, c'è fiducia. E speranza. Una speranza quasi entusiastica, simile a fame:
di normalità, di lavoro, di progresso. Di pace.
Speranza, ed un nuovo modo di guardare alla guerra: non più come evento ineluttabile
ma come piaga sociale cui occorre porre rimedio, con un impegno diretto, personale:
spontaneo.
Proprio da questa nuova consapevolezza è nato, in Casamance, un movimento unico
nella storia dell'Africa occidentale, un movimento di donne che hanno deciso di
fare la guerra: alla guerra.
Un movimento che ha scosso le coscienze e superato i confini apparentemente
invalicabili delle tradizioni, dei tabù, del silenzio. Incontro la signora L.G.P.,
membro attivo del Comité régional de solidarité des femmes pour la paix en Casamance-
(CRSFPC) a Ziguinchor, capoluogo della Casamance, un mattino di novembre. Una
donna colta, emancipata: determinata.
Segue l'intervista: "Donne coraggiose"