Adesso è ufficiale. Per la prima volta nella storia recente dell'Egitto non ci
sarà un unico candidato alle elezioni presidenziali attese per il settembre del
2005. Muhammed Farid Hasanin, Nawal Saadawi e Saad Eddin Ibraihm, il 5 gennaio
scorso, hanno annunciato pubblicamente la loro intenzione di candidarsi alla principale
carica politica del Paese.
Un sistema bloccato. Sono molto conosciuti in Egitto. La Saadawi è una scrittrice affermata, Ibraihm
è un attivista che si batte da anni per il rispetto dei diritti umani e Hasanin
è un parlamentare di lungo corso con una grande esperienza di affari di governo.
Nessuna novità quindi. Sono tre candidati con le carte in regola per concorrere
alla poltrona sulla quale è seduto dal 1981 Hosni Mubarak. Non in Egitto, però.
La costituzione egiziana prevede infatti che sia il Parlamento a esprimere un
candidato unico. Alla popolazione è lasciata successivamente la possibilità di
votare il gradimento sulla personalità indicata dall'Assemblea nazionale attraverso
un referendum popolare. Il candidato potrebbe non raggiungere la maggioranza di
voti favorevoli, nel qual caso il Parlamento indicherebbe un nuovo candidato sul
quale esprimersi.
L'eventualità di un candidato rigettato non si è mai presentata. Dal 1981, anno
in cui sostituì il presidente Sadat assassinato da fondamentalisti islamici, Hosni
Mubarak regna incontrastato, raccogliendo percentuali enormi di gradimento. Il
Partito Nazionale Democratico (Ndp) ha una maggioranza blindata in Parlamento,
dove controlla l'87 per cento dei seggi. Questo garantisce al partito al potere
di scegliere il candidato presidente in tutta tranquillità. Anche perchè le opposizioni,
in un Paese che viene governato dal 1981 con legislazioni d'emergenza, non hanno
vita facile e il Consiglio della Shura (una sorta di Corte Costituzionale dell'Egitto)
ha potere di decidere quali partiti siano legali e quali no.
Questo ha creato un sistema politico blindato. Mubarak, leader ritenuto in Occidente
tra i più affidabili del mondo arabo, ha così mantenuto per più di venti anni
il potere con un sistema che, a prima vista, conserva una sua parvenza di legalità.
Ma il presidente è un uomo di 76 anni e, l'anno scorso, ha accusato anche un malore
sul quale è stato tenuto un riserbo assoluto. Sono in molti a ritenere praticamente
certa una sua candidatura per un quinto mandato presidenziale che però agevoli
successivamente l'ascesa al potere del figlio Gamal, al momento leader del Ndp.
Una sorta di successione monarchica legalizzata quindi, anche perchè la Costituzione
prevede che, in caso di morte o impedimento del Presidente, sia il suo vice a
prendere il potere. Ad oggi nessun vice-presidente e stato nominato, ma molti
osservatori internazionali si aspettano che la nomina arrivi presto. Per Gamal,
naturalmente.
Svolta epocale. Ma per la prima volta questo sistema ha presentato una crepa. Mai era successo
infatti che altre personalità egiziane si facessero avanti pubblicamente per concorrere
alla presidenza. Ad ottobre del 2004 invece è nata la Campagna popolare per le
riforme. Una coalizione trasversale che comprende i comunisti, i liberali, le
associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani, intellettuali,
artisti fino agli islamisti moderati. Un totale di ventisei gruppi in rappresentanza
dell'élite del Paese, diversi in tutto, ma uniti nella richiesta di riforme politiche
ed economiche. La Campagna ha presentato una petizione popolare che chiede una
riforma costituzionale che introduca un tetto massimo di due mandati per il Presidente
dell'Egitto. Insistono inoltre perchè la riforma avvenga in tempi brevi. Prima
di maggio del 2005, mese nel quale il Parlamento indicherà il suo candidato unico.
Questo impedirebbe a Mubarak di candidarsi.
I riformisti continuano a raccogliere firme e hanno già indicato in Hasanin,
Saadawi e Ibraihm i loro candidati. Ma non si sono fermati qui e hanno organizzato
una manifestazione di piazza. In un Paese dove la vita pubblica, grazie alle leggi
speciali votate dopo l'omicidio di Sadat e mai abrogate, è estremamente controllata
dai servizi segreti, una manifestazione che non sia in favore dei Palestinesi
o contro gli Stati Uniti fa notizia. Qualche mese fa, centinaia di personalità
del mondo della politica e della cultura hanno sfilato per i viali assolati del
Cairo. Molti di loro avevano sulle labbra un adesivo giallo con una scritta rossa
in arabo che, tradotta, significa “è abbastanza”. Ogni riferimento a Mubarak è
voluto. “L'Egitto è un regime totalitario e autocratico”, dichiarava il giorno
della manifestazione Mohammed al-Sayed Said, direttore dell'Al-Ahram Centre for Political and Strategic Studies, “è tempo di cambiare, anche se purtroppo per ora il movimento non è popolare.
Per troppo tempo la gente è stata tenuta lontano dalla vita politica e fa fatica
a ritrovare fiducia e voglia di partecipazione attiva”.
Il rifugio della fede. Ma il gruppo dei riformatori è consapevole del suo limite e, a questo punto ha
deciso di giocare d'anticipo. Ricorrendo al tipo di opposizione che, al contrario
degli intellettuali, non ha la possibilità di farsi ascoltare, ma gode di un forte
sostegno popolare. I Fratelli Musulmani.
Come in molte altre realtà, in Egitto il rifugio sereno da una vita piena di
stenti e povera di soddisfazioni è diventata la fede. I Fratelli Musulmani sono
una delle più antiche organizzazioni fondamentaliste islamiche. Un loro esponente
ha sparato a Sadat durante una parata militare, non perdonando all'allora presidente
egiziano la pace con Israele. Il movimento fu immediatamente dichiarato fuorilegge
e, non più tardi di qualche settimana fa, Mubarak rispondeva che “non si accetta
nella comunità un branco di assassini”, rispondendo alla domanda di una giornalista
che chiedeva quando sarebbe stato eliminato l'embargo verso l'organizzazione.
I Fratelli Musulmani hanno aderito alla campagna per una sorta di accordo non
scritto: la loro popolarità intatta e il loro seguito al fianco della libertà
di movimento politico dei partiti e delle associazioni. Una volta ottenute le
riforme necessarie al ritorno alla vita politica nazionale, si vedrà.
Un'alleanza eterogenea quindi, ma resta il dato storico che per la prima volta
da quando è al potere, Mubarak deve dare delle risposte e deve affrontare una
vera opposizione. Tanto varia da risultare credibile in un Paese dove tutto è
stato fin troppo lineare per molti anni.