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Poco più di tre anni fa è stata firmata da diversi esponenti del mondo
sanitario (medici, ricercatori, docenti universitari e rappresentanti
del volontariato) la Dichiarazione di Erice, un documento che voleva
portare l’attenzione sulla situazione drammatica della salute
nell’intero globo terrestre e sui meccanismi alla base delle diverse
condizioni di malattia e di cura da un Paese all’altro. Era
sostanzialmente avvertito, da parte della comunità scientifica o quanto
meno di una parte di essa, il senso di responsabilità accanto alla
necessità di fare qualcosa, di non assistere passivi a una situazione
iniqua e in continuo peggioramento. Questa comune sensibilità e
attenzione alle tematiche di salute globale ha portato un gruppo di
professionisti sanitari a dar vita, il 12 gennaio 2002,
all’Osservatorio italiano sulla salute globale. L’obiettivo era mettere
a disposizione per attività di ricerca tutte le informazioni sanitarie
cui i suoi membri avevano accesso; tradurle in un linguaggio
comprensibile alle persone interessate e pronte a misurarsi con questi
temi, ma non in grado di accedere a documenti come i rapporti dell’
Organizzazione Mondiale della Sanità o altre relazioni internazionali.
Lo sforzo dei primi due anni di lavoro ha portato alla pubblicazione
del Rapporto 2004 Salute e Globalizzazione, primo lavoro documentato di
approfondimento cui hanno contribuito, oltre ai membri stessi
dell’Osservatorio, collaboratori esterni tra i più qualificati per dare
un quadro della salute della popolazione mondiale inserita nel contesto
geografico, politico, economico e sociale.
Il libro è stato curato da Eduardo Missoni, che nella prefazione spiega
come l’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale di cui è presidente
sia nato sulla scia della Dichiarazione di Erice e come il primo
obiettivo fosse «l’elaborazione di un Rapporto che potesse
rappresentare il punto di partenza per un appuntamento annuale di
analisi degli effetti sulla salute dell’attuale fase di accelerazione
della globalizzazione, un insieme di processi che stanno profondamente
incidendo sulle relazioni e i comportamenti umani». Questo perché, come
spiega Missoni, anche parlando di salute sono scomparsi i confini sia
geografici, sia temporali (con la rivoluzione nel campo delle
comunicazioni e dei trasporti) sia infine nel modo di pensare e
comportarsi.
Il Rapporto è diviso in tre parti. La prima si occupa del diritto alla
salute e della prospettiva etica: «Non ci può essere pace in un mondo
dove la maggior parte degli abitanti muore per cause prevenibili, morti
inique» scrive Missioni, e ancora: «Non ci può essere pace se non si
rispettano le regole che la comunità internazionale si è data per
costruirla. E se non c’è pace non c’è salute. Così, sopraffatti dagli
eventi che stanno segnando questi anni, abbiamo sentito il dovere di
soffermarci sulla guerra e i suoi costi in termini di salute». La
seconda parte affronta invece le relazioni tra la salute e la politica
economica; mentre la terza volge lo sguardo sulla salute nell’agenda
globale dello sviluppo, sui diversi appuntamenti internazionali e le
figure che vi ruotano intorno.
Ma quali sono le conclusioni che si possono trarre da questo primo
Rapporto dell’Osservatorio italiano sulla salute gobale? Eduardo
Missoni, direttamente interpellato, risponde: «Le conclusioni sono che
esiste l’esigenza di un approccio globale alla salute, che dobbiamo
essere capaci di leggere anche le nostre realtà nazionali alla luce di
fenomeni che ormai non conoscono più frontiere. Esiste l’esigenza di
far conoscere a un pubblico sempre più vasto le tendenze delle scelte
internazionali e gli effetti che possono avere sulla vita di ciascuno
di noi». Il messaggio chiaro che emerge da questa impostazione e
visione della situazione, riportata nel Rapporto, è la necessità di
pensare alla salute «globale» come cura preventiva delle malattie,
cambiando le condizioni sociali, economiche e culturali, invece di
curarle una per una frammentando l’intervento sanitario, e quindi i
risultati, in base a prioprità non sempre condivisibili e spesso poco
chiare. Ci racconta Missoni: «Il nostro compito è diffondere
un’informazione appropriata e un’analisi fatta attraverso la lente del
diritto alla salute. Osserviamo, in maniera scientifica e critica, e
proponiamo le nostre conclusioni. Potremmo essere coinvolti nella
formulazione delle proposte o in un dibattito più ampio in questa
direzione, ma non è il compito che ci siamo dati. Dai risultati della
nostra osservazione risulta peraltro evidente la necessità di un’azione
globale, ovvero nelle molteplici sedi della nuova governance della
salute.
Nonostante il quadro quanto meno preoccupante presentato
dall’Osservatorio italiano sulla salute globale nel loro primo
Rapporto, il volume si conclude in modo positivo. Ci spiega ancora
Missoni: «La speranza viene dalla constatazione che sono molti a
muoversi per un cambiamento sostanziale, per la riaffermazione del
diritto alla salute in una società che nella salute della popolazione
vede ormai – quando la considera – solo consumatori o forza lavoro in
funzione di una indefinita crescita economica, senza, peraltro, che
nessuno si interroghi sulla qualità di tale crescita e degli effetti
che produce. Il nostro obiettivo è sollecitare il cambiamento fornendo
buone e valide ragioni, anche attraverso un appuntamento a scadenza
annuale, di cui il Rapporto 2004 rappresenta il primo».
Le parole con cui Eduardo Missoni conclude la prefazione al Rapporto
2004 su salute e globalizzazione sono proprio il manifesto della
speranza e l’invito a non mollare: «Manca ancora molto al sorgere del
sole, quando nelle case dei campesinos del mondo le donne iniziano a
stendere la “massa” che diverrà “pane”, diverso in ogni luogo eppure
cibo essenziale ovunque. Lo fanno nella certezza che il giorno verrà,
forse anche sospinto dal ritmico rullare di un millenario mattarello di
pietra».