09/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime aveva detto di aver aumentato di 160 volte la tariffa per la tv satellitare. Ma i birmani si sono già organizzati
scritto da Gianluca Ursini
Il regime birmano cerca di mettere la museruola alla circolazione delle informazioni nel proprio paese, con il proposito di oscurare le tv satellitari, che forniscono ai birmani le notizie che i media di stato non diffondono. Ma i militari non sono in grado di controllare tutti i proprietari di antenne satellitari del paese, come hanno spiegato a PeaceReporter alcuni esuli rifugiati in Europa.

manifestazione di aderenti alla Lega nazionale per la democraziaAntefatto. Dal 2 gennaio la dittatura militare che da 42 anni detiene il potere aveva annunciato di aver aumentato di 160 volte il prezzo dell'abbonamento alla tv satellitare. La nuova tassa da pagare al ministero delle Telecomunicazioni sarebbe stata di un milione di kyat, pari a 800 dollari usa. Il prezzo precedente era di 6mila kyat, o cinque dollari. Il salario annuo medio di un birmano è inferiore ai 200 dollari americani. Evidentemente a questi costi il servizio sarebbe stato inarrivabile per la quasi totalità dei 60mila possessori di una parabola registrati presso il ministero delle comunicazioni di Naipidò (la nuova capitale creata dal regime). Alcuni analisti avevano spiegato la mossa con la necessità del regime di procurarsi moneta straniera sonante; per la maggior parte dei corrispondenti stranieri la ragione dietro il provvedimento annunciato era impedire che i cittadini avessero accesso alle notizie non filtrate sulla repressione brutale dei mesi precedenti, così come le avevano fornite la britannica Bbc, Voice of America e la radio dei dissidenti, Democratic Voice of Burma. Questi tre erano i canali più seguiti durante gli scontri tra protestanti e dittatura che avevano portato a circa 300 morti e oltre 6mila arresti tra fine settembre e inizio ottobre.

militari brimani durante il giorno dell'IndipendenzaLa storia vera. Ma i redattori di Dvb, raggiunti telefonicamente in Norvegia, dove hanno ricevuto lo status di rifugiato politico, non denunciano nessun calo negli ascolti. “Il governo militare ha solo minacciato il provvedimento, ma al momento non esiste nessuna legge che attui questo incremento dei prezzi – ha spiegato il caporedattore della radio, Moe Aye – abbiamo sentito in diverse grandi città i nostri contatti, che organizzano gruppi di ascoltoo dei nostri notiziari per avere accesso a informazioni non controllate. Ci hanno riferito tutti di non aver pagato nessuna tassa extra. A quelli che erano andati all'ufficio locale del ministero delle comunicazioni a pagare, è stato ribadito di tornare a casa, che non c'era al momento nessuna circolare sulle nuove tariffe per il satellitare. E' un bluff dei generali che sperano di intimidire i consumatori a casa. Ma sono consapevoli che il business del satellitare non si può fermare: in tutti i bar e i ristoranti birmani i clienti sono attaccati agli schermi per seguire il calcio internazionale quando ci sono le partite, oppure quando ci sono le estrazioni della lotteria thailandese, la più seguita dai miei connazionali. Girano troppi soldi intorno la tv satellitare, e i militari non si possono permettere di rinuciarvi”. Altra cosa sarà capire se i militari possono controllare tutti i possessori d'una parabola. “I militari non hanno i mezzi tecnici per monitorare chiunque abbia un'antenna satellitare. Sono decine di migliaia, e non tutti la hanno dichiarata. Noi di Dvb siamo comunque già pronti ad ogni evenienza. Come ho detto, abbiamo delle specie di 'gruppi di ascolto' nelle maggiori città: dissidenti che si riuniscono per sentire i nostri notiziari, che vengono ripetuti a intervalli di un'ora. Se dovessero aumentare così tanto la tariffa, siamo già organizzati perché i responsabili di ogni gruppo paghino almeno un abbonamento, per seguire le nostre trasmissioni e copiarle su Cd da distribuire ai sostenitori della libera informazione”. Con buona pace di chi dice che la pirateria non aiuta a diffondere la cultura.
 

Gianluca Ursini

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