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Anni di denunce e di battaglie condotte dalle organizzazioni
per la difesa dei diritti umani di mezzo mondo hanno costretto l’amministrazione
Bush a cedere sul lager di Guantanamo, ormai destinato alla chiusura e già oggi
parzialmente svuotato. Una vittoria solo apparente, visto che lontano dai
riflettori, in Afghanistan, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella che
si può a buon titolo definire come ‘la madre di tutte le prigioni Usa della
vergogna’: il centro di detenzione militare statunitense di Bagram, a nord di
Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche d’interrogatorio
successivamente esportate ad Abu Ghraib e nella stessa Guantanamo.
Torture e violenze sistematiche.
Nei mesi scorsi, la Croce Rossa Internazionale (Icrc), unica organizzazione ad
avere un limitato acceso a Bagram, ha denunciato che nella ‘nuova Guantanamo’
i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti a “trattamenti
crudeli contrari alle Convenzioni di Ginevra”.
Bagram, dove tutto è iniziato.
A ideare questi sistemi ‘sperimentali’ di interrogatorio nel 2002
fu il capitano Carolyn Wood, una soldatessa di 34 anni, comandante del plotone
d’interrogazione di Bagram, che nel gennaio 2003 venne premiata con una
medaglia al valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”. Nel luglio
del 2003, la ‘signora delle torture’ e la sua squadra vennero trasferiti dall’Afghanistan
all’Iraq con la missione di insegnare il ‘modello Bagram’ ai carcerieri della
prigione militare di Abu Ghraib, dove la Wood fece affiggere un cartellone
d’istruzioni che prescriveva in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche
sperimentate a Bagram, compresa la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei
cani. L’estate scorsa l’esercito Usa ha lasciato il carcere di Abu Ghraib in
mano agli iracheni. Buona notizia, almeno per le coscienze degli statunitensi.
Enrico Piovesana
Parole chiave: afghanistan, bagram, guantanamo, torture, enrico piovesana