08/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre si cerca una soluzione alla crisi politica lo stato di allerta torna rosso
Razzi. Due razzi sono stati sparati nella notte dal territorio libanese verso il nord di Israele, senza causare feriti o danni. Si tratta del secondo incidente di questo tipo dalla fine della seconda guerra in libano, dell'estate 2006. A giugno, infatti, milizie sciite chiamate Brigate Jihadi Badr avevano già sparato dei colpi di mortaio, senza vittime, contro lo Stato ebraico. Questa volta nessuno ha ancora rivendicato la responsabilità dell'attacco, ma si ritiene che possa essere collegato, in qualche modo, o al viaggio del presidente Usa George Bush in medio oriente, che inizia proprio oggi, o ai violenti raid israeliani che si consumano in questi giorni in Cisgiordania e soprattutto a Gaza. La notizia dell'attacco è stata data da fonti israeliane, mentre le forze armate libanesi e l'Unifil non hanno confermato l'episodio. Durante la guerra del 2006, Hezbollah sparò sul territorio israeliano circa 4mila razzi, che provocarono la morte di una quarantina di civili.

Bomba contro l'Unifil. Sempre oggi, tre soldati del contingente Unifil sono rimasti feriti dall'esplosione di un ordigno, posto sul margine della strada che stavano percorrendo nel villaggio di Rmaileh, vicino a Sidone, nel sud del Libano. Inizialmente si credeva che i feriti fossero spagnoli, ma fonti successive e la smentita di Madrid fanno credere che si tratti di irlandesi. Non è ancora chiaro nemmeno se si trattasse di una bomba fatta esplodere contro il convoglio delle Nazioni Unite o di una mina inseplosa. Si tratta del terzo attacco contro il contingente internazionale posto a vigilare sul cessate il fuoco della scorsa estate. L'ultimo era stato a luglio, ma il peggiore fu il 24 giugno scorso, quando persero la vita tre militari spagnoli e tre colombiani.

Torna Fatah al Islam. A rendere ancora più cupi i segnali di tensione dal paese dei cedri, oggi, è tornato a farsi vivo un personaggio che si pensava deceduto: Shaker al Absi, il leader di Fatah al Islam, la milizia che provocò la battaglia nel campo profughi palestinese di Nahr el Bared, nel nord del paese. Al Absi, ricomparso in un audio-messaggio pubblicato in rete, annuncia nuovi attacchi contro l'esercito nazionale e accusa il capo delle forze armate, generale Suleiman, oggi candidato alla presidenza, di avere volontariamente distrutto il campo impiegando anche armi proibite. Al termine delle 15 settimane di battaglia a Nahr el bared, costata la vita a circa 400 persone, Al Absi era stato dato per morto e quel che si credeva essere il suo cadavere era stato riconosciuto dalla moglie. Un riconoscimento poi smentito sia dalla stessa che dalle analisi del Dna. Già si temeva che la minaccia jihadista non fosse terminata, ma il messaggio di oggi, rivolto soprattutto contro quello che potrebbe essere il futuro presidentre, gettano ombre scure su questo inizio di 2008 per il paese dei cedri.

Amr MoussaIl compromesso. Domani. il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, ri recherà in Libano per presentare un piano per risolvere la crisi politica libanese, che dura ormai da oltre un anno. Il piano, ideato dalla Lega Araba al Cairo, punta alla rapida elezione di un presidente sostenuto da maggioranza e opposizione, per colmare il vuoto di potere lasciato dalle dimissioni del filo-siriano Emile Lahoud, a novembre. In questo caso il nome accettato da entrambe le parti e dai paesi stranieri che le sostengono è noto, quello del generale Michel Suleiman, capo delle forze armate nazionali. Ma le difficoltà lungo la strada per risolvere la paralisi politica libanese, anche dopo l'elezione del capo dello Stato, restano numerose. Anche l'ultima sessione parlamentare per modificare la costituzione, in modo da consentire l'elezione di Suleiman, è saltata a causa del boicottaggio dell'opposizione guidata dall'Hezbollah. Moussa sostiene però di avere il sostegno della Siria, e dunque tira dritto, chiedendo di eleggere il presidente senza altre dilazioni.

Quale governo? Il piano del Cairo è però più articolato della semplice elezione del capo dello Stato. Una volta sbloccata quella situazione, ai politici libanesi si chiede di tornare a sedersi al tavolo del dialogo, per formare un governo di unità nazionale e concordare una nuova legge elettorale. Se però c'è consenso attorno al nome di Suleiman, non si può dire altrettanto per una forma di governo che possa risolvere il braccio di ferro tra la corrente di Hariri e Seniora, sostenuta da Francia, Stati Uniti e Arabia Saudita, e quella di Hezbollah e Aoun, sostenuta da Siria e Iran. In vitrù della sbandierata vittoria contro Israele dell'estate 2006 e della crescita demografica della comunità sciita, Hezbollah chiede di avere assegnati un terzo dei seggi in parlamento, in modo da avere potere di veto su tutte le decisioni più importanti di qualunque esecutivo futuro. Il suo tentativo di dura però dallo scorso ottobre, e finora non ha ottenuto risultati a parte la paralisi del governo.
 

Naoki Tomasini

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