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Ancora una volta la vita degli operatori delle Organizzazioni non
governative (ONG) viene messa in pericolo. Più di quanto non lo sia già
ogni giorno, dalla confusione tra il piano umanitario e quello
militare. Come già denunciato in Iraq, anche in Afghanistan viene a
mancare la distinzione netta che dovrebbe essere sempre chiara agli
occhi di tutti: le organizzazioni umanitarie non stanno né da una
parte, né dall’altra ed è questa la caratteristica che dovrebbe
permettere loro di portare aiuto ovunque e comunque.
L’ultimo episodio, che ha scatenato le proteste di Medici Senza
Frontiere, risale a qualche settimana fa ed è stato la distribuzione
alla popolazione di un volantino nel Sud dell'Afghanistan. Vi è
ritratta una ragazza con un sacco di frumenti e... «per poter
continuare a offrire assistenza umanitaria» viene chiesto di fornire
alle forze della Coalizione informazioni su talebani, Al Qaeda e
Gulbuddin» (quest’ultimo è considerato un alleato dei talebani). Viene
alla luce quindi la stessa situazione già segnalata per l’Iraq e Kenny
Gluck, direttore delle operazioni di Medici Senza Frontiere, afferma
che questi volantini «rappresentano un evidente tentativo della
coalizione di usare l’assistenza umanitaria per scopi militari e
rappresentano perciò un’aggressione inaccettabile ai principi
umanitari».
Quello che viene messo sempre più in discussione di fronte alle
popolazioni in difficoltà è il ruolo di terzo esterno, sopra le parti,
che da sempre ricoprono, o dovrebbero ricoprire le organizzazioni
umanitarie. «Il collegare deliberatamente assistenza umanitaria e
obiettivi militari distrugge il signficato stesso di umanitarismo. Alla
fine, gli afgani più bisognosi non riceveranno gli aiuti di cui hanno
estrema necessità e coloro che forniscono aiuti si trasformeranno in
obiettivi» afferma Nelke Manders, capo missione in Afghanistan per
Medici Senza Frontiere. I numeri gli danno ragione: 14 operatori
umanitari uccisi in Afghanistan solo nel 2003; e nei primi mesi di
quest’anno si contano già 11 vittime. Questo è un segnale di come
l’operatore umanitario non sia più riconosciuto come tale dalla
popolazione, confusa da segnali indistinti e contradditori, e di come
la sua vita non sia più protetta dal significato del suo lavoro.
«L’aiuto umanitario deve avere un solo obiettivo: alleviare le
sofferenze. Se lo si assoggetta a obiettivi politici o militari,
diventerà vittima della violenza che affligge l’Afghanistan, non più
soccorritore delle vittime» avverte ancora Manders. Questa volta però,
britannici e statunitensi, messi di fronte alle proteste delle ONG per
la distribuzione di questi volantini alla popolazione, hanno ammesso
che si è trattato di un errore e che non fa parte della loro politica
collegare in questo modo aiuti umanitari e operazioni militari. Non
solo, hanno anche detto che la decisione di distribuire questi
foglietti deve essere stata presa a livello locale. Sono state quindi
date disposizioni da parte del Pentagono per il loro ritiro, oltre a
rassicurazioni sul fatto che questo errore non sarà ripetuto in futuro.
L’episodio in sé dovrebbe dunque chiudersi qui, ma i dubbi rimangono e
la confusione nella popolazione è stata comunque alimentata da questo
ulteriore passo falso. Racconta Sergio Cecchini, dell’ufficio stampa di
Medici Senza Frontiere in Italia: «Ormai in molte zone è nata una sorta
di diffidenza nei confronti delle persone che scendono da un’automobile
bianca, da cui magari il giorno prima sono scesi uomini armati che
hanno fatto irruzione in qualche casa e hanno portato via qualcuno».
L’utilizzo di mezzi simbolo di aiuto sanitario, quali sono gli
automezzi dipinti di bianco, da parte dei militari, già denunciato in
Iraq, è prassi ripetuta anche in Afghanistan. «E’ un tentativo costante
di mescolare le carte, confondere le idee. Stiamo parlando di luoghi
dove non ci sono tanti mezzi di informazione indipendenti, che riescono
a fornire più versioni di quello che succede, dove spostarsi da una
parte all’altra del Paese è un’impresa. A questo punto la distinzione
tra lo straniero che esce da una macchina con un piccolo logo strano e
l’altro che esce da una macchina simile con un altro logo non viene
fatta dagli afgani. Loro vedono soltanto uno straniero, simile a quello
che un mese prima era arrivato lì, aveva fatto irruzione in una casa;
questo senza nessuna divisa militare ma in abiti civili, anche se i
militari dovrebbero sempre operare in divisa».
Medici Senza Frontiere opera in Afghanistan ormai da venticinque anni,
dai tempi del conflitto con i sovietici. L’unico momento in cui il
personale internazionale ha dovuto lasciare la parte del Paese in mano
ai talebani è stato il 15 settembre del 2003, dopo l’editto di
espulsione per tutti gli occidentali presenti in tali zone. La
continuità e la durata degli interventi umanitari da parte di una ONG
in un Paese sono elementi importanti e una volta erano sufficienti a
garantire la sicurezza dei suoi operatori. Ora lo scenario appare ben
diverso, come spiega Cecchini: «Più una ONG lavora da lungo tempo e più
è riconosciuta la sua credibilità e la sua indipendenza dalla
popolazione locale: si viene accettati in modo aperto e disponibile.
Purtroppo in questa nuova fase non è più così. Il numero degli
operatori umanitari uccisi in un anno è allarmante: significa che ormai
le organizzazioni umanitarie non vengono più percepite come
indipendenti, situate in mezzo fra le parti in conflitto. E questo è
successo perché i tentativi di portare l’azione umanitaria da parte di
chi fa la la guerra sono costanti e sono soprattutto dettati da
obiettivi di strategia militare e politica. Il volantino è uno degli
esempi, è quello che lascia più sconcertati perché viene associata la
disponibilità a fornire assistenza umanitaria e soccorso in base alla
disponibilità a dare informazioni. Questo genera un senso di sospetto
nei confronti di tutte le organizzazioni umanitarie».
La gente non sa più di chi si può fidare, ha paura di recarsi presso
un’organizzazione umanitaria perché sospetta non sia indipendente dalle
forze militari, teme che possa essere fatto il suo nome, preferisce non
farsi curare pur di non andare in ospedale, dove non si sente sicura e
protetta. «Le organizzazioni umanitarie devono poter avere un loro
spazio, che deve essere difeso prima di tutto da loro stesse; questo
non sempre accade, perché alcune, le cosiddette ngo embedded,
preferiscono agire sotto un ombrello che non è di totale indipendenza
rispetto agli attori in campo, preferiscono usufruire dell’aiuto dei
militari per svolgere la loro azione. Tutte queste situazioni mettono a
rischio prima di tutto le persone che devono ricevere un aiuto e che
ora non sanno a chi rivolgersi. Come è accaduto durante
l’intervento militare in Afghanistan dopo gli attentati alle Torri
Gemelle quando non sapevano se il pacchetto giallo lanciato dagli aerei
fosse una bomba a grappolo o una razione alimentare».