26/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Confusione fra operazioni militari e interventi umanitari in Afghanistan

Foto di E. PiovesanaAncora una volta la vita degli operatori delle Organizzazioni non governative (ONG) viene messa in pericolo. Più di quanto non lo sia già ogni giorno, dalla confusione tra il piano umanitario e quello militare. Come già denunciato in Iraq, anche in Afghanistan viene a mancare la distinzione netta che dovrebbe essere sempre chiara agli occhi di tutti: le organizzazioni umanitarie non stanno né da una parte, né dall’altra ed è questa la caratteristica che dovrebbe permettere loro di portare aiuto ovunque e comunque.

L’ultimo episodio, che ha scatenato le proteste di Medici Senza Frontiere, risale a qualche settimana fa ed è stato la distribuzione alla popolazione di un volantino nel Sud dell'Afghanistan. Vi è ritratta una ragazza con un sacco di frumenti e... «per poter continuare a offrire assistenza umanitaria» viene chiesto di fornire alle forze della Coalizione informazioni su talebani, Al Qaeda e Gulbuddin» (quest’ultimo è considerato un alleato dei talebani). Viene alla luce quindi la stessa situazione già segnalata per l’Iraq e Kenny Gluck, direttore delle operazioni di Medici Senza Frontiere, afferma che questi volantini «rappresentano un evidente tentativo della coalizione di usare l’assistenza umanitaria per scopi militari e rappresentano perciò un’aggressione inaccettabile ai principi umanitari».  

Quello che viene messo sempre più in discussione di fronte alle popolazioni in difficoltà è il ruolo di terzo esterno, sopra le parti, che da sempre ricoprono, o dovrebbero ricoprire le organizzazioni umanitarie. «Il collegare deliberatamente assistenza umanitaria e obiettivi militari distrugge il signficato stesso di umanitarismo. Alla fine, gli afgani più bisognosi non riceveranno gli aiuti di cui hanno estrema necessità e coloro che forniscono aiuti si trasformeranno in obiettivi» afferma Nelke Manders, capo missione in Afghanistan per Medici Senza Frontiere. I numeri gli danno ragione: 14 operatori umanitari uccisi in Afghanistan solo nel 2003; e nei primi mesi di quest’anno si contano già 11 vittime. Questo è un segnale di come l’operatore umanitario non sia più riconosciuto come tale dalla popolazione, confusa da segnali indistinti e contradditori, e di come la sua vita non sia più protetta dal significato del suo lavoro.

«L’aiuto umanitario deve avere un solo obiettivo: alleviare le sofferenze. Se lo si assoggetta a obiettivi politici o militari, diventerà vittima della violenza che affligge l’Afghanistan, non più soccorritore delle vittime» avverte ancora Manders. Questa volta però, britannici e statunitensi, messi di fronte alle proteste delle ONG per la distribuzione di questi volantini alla popolazione, hanno ammesso che si è trattato di un errore e che non fa parte della loro politica collegare in questo modo aiuti umanitari e operazioni militari. Non solo, hanno anche detto che la decisione di distribuire questi foglietti deve essere stata presa a livello locale. Sono state quindi date disposizioni da parte del Pentagono per il loro ritiro, oltre a rassicurazioni sul fatto che questo errore non sarà ripetuto in futuro.

L’episodio in sé dovrebbe dunque chiudersi qui, ma i dubbi rimangono e la confusione nella popolazione è stata comunque alimentata da questo ulteriore passo falso. Racconta Sergio Cecchini, dell’ufficio stampa di Medici Senza Frontiere in Italia: «Ormai in molte zone è nata una sorta di diffidenza nei confronti delle persone che scendono da un’automobile bianca, da cui magari il giorno prima sono scesi uomini armati che hanno fatto irruzione in qualche casa e hanno portato via qualcuno». L’utilizzo di mezzi simbolo di aiuto sanitario, quali sono gli automezzi dipinti di bianco, da parte dei militari, già denunciato in Iraq, è prassi ripetuta anche in Afghanistan. «E’ un tentativo costante di mescolare le carte, confondere le idee. Stiamo parlando di luoghi dove non ci sono tanti mezzi di informazione indipendenti, che riescono a fornire più versioni di quello che succede, dove spostarsi da una parte all’altra del Paese è un’impresa. A questo punto la distinzione tra lo straniero che esce da una macchina con un piccolo logo strano e l’altro che esce da una macchina simile con un altro logo non viene fatta dagli afgani. Loro vedono soltanto uno straniero, simile a quello che un mese prima era arrivato lì, aveva fatto irruzione in una casa; questo senza nessuna divisa militare ma in abiti civili, anche se i militari dovrebbero sempre operare in divisa».

Medici Senza Frontiere opera in Afghanistan ormai da venticinque anni, dai tempi del conflitto con i sovietici. L’unico momento in cui il personale internazionale ha dovuto lasciare la parte del Paese in mano ai talebani è stato il 15 settembre del 2003, dopo l’editto di espulsione per tutti gli occidentali presenti in tali zone. La continuità e la durata degli interventi umanitari da parte di una ONG in un Paese sono elementi importanti e una volta erano sufficienti a garantire la sicurezza dei suoi operatori. Ora lo scenario appare ben diverso, come spiega Cecchini: «Più una ONG lavora da lungo tempo e più è riconosciuta la sua credibilità e la sua indipendenza dalla popolazione locale: si viene accettati in modo aperto e disponibile. Purtroppo in questa nuova fase non è più così. Il numero degli operatori umanitari uccisi in un anno è allarmante: significa che ormai le organizzazioni umanitarie non vengono più percepite come indipendenti, situate in mezzo fra le parti in conflitto. E questo è successo perché i tentativi di portare l’azione umanitaria da parte di chi fa la la guerra sono costanti e sono soprattutto dettati da obiettivi di strategia militare e politica. Il volantino è uno degli esempi, è quello che lascia più sconcertati perché viene associata la disponibilità a fornire assistenza umanitaria e soccorso in base alla disponibilità a dare informazioni. Questo genera un senso di sospetto nei confronti di tutte le organizzazioni umanitarie».

La gente non sa più di chi si può fidare, ha paura di recarsi presso un’organizzazione umanitaria perché sospetta non sia indipendente dalle forze militari, teme che possa essere fatto il suo nome, preferisce non farsi curare pur di non andare in ospedale, dove non si sente sicura e protetta. «Le organizzazioni umanitarie devono poter avere un loro spazio, che deve essere difeso prima di tutto da loro stesse; questo non sempre accade, perché alcune, le cosiddette ngo embedded, preferiscono agire sotto un ombrello che non è di totale indipendenza rispetto agli attori in campo, preferiscono usufruire dell’aiuto dei militari per svolgere la loro azione. Tutte queste situazioni mettono a rischio prima di tutto le persone che devono ricevere un aiuto e che ora non sanno a chi rivolgersi. Come è accaduto durante l’intervento militare in Afghanistan dopo gli attentati alle Torri Gemelle quando non sapevano se il pacchetto giallo lanciato dagli aerei fosse una bomba a grappolo o una razione alimentare».


Valeria Confalonieri


 

Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Afghanistan