scritto per noi da
Angela Zanella
Mohamed a Khartoum sta bene. E’ giovane, fa l’autista del “taxi” (un furgoncino
a sei posti) un po’ scassato ma pulito, e con il suo lavoro guadagna abbastanza
per vivere in modo decoroso. E’ simpatico e cordiale, ci racconta di sé e del
suo cruccio di non avere una fidanzata. “Prima ce l’avevo, poi però ci siamo lasciati.
Io sto bene anche così, ma so che devo trovare una ragazza. Non sta bene non avere
una donna da sposare. Qui le donne dopo il matrimonio non lavorano più, stanno
a casa. E da voi, in Italia? Lavorano?!” Non riesce a trattenere lo stupore e
un sorriso di fronte alla nostra risposta affermativa.

A Khartoum è vietato fare foto. Qualcuno si lascia immortalare, ma se vuoi catturare
delle immagini della città lo devi fare di nascosto, in velocità. Tutto è veloce,
nelle strade ci sono tante macchine, tanto smog, tanta gente. La gente, però,
si muove lenta, come se non avesse fretta di arrivare, o non sapesse dove andare.
Su internet si trovano foto di Khartoum, ma nessuna mostra lo sporco delle vie,
i bambini di strada che ti chiedono l’elemosina evitando le auto di lusso di chi
si è arricchito, le baracche a pezzi di fianco ai palazzi in costruzione. Non
c’è foto che renda il caldo che ti avvolge e ti stordisce quando scendi dall’aereo,
la sabbia che ti si appiccica addosso appena esci di casa, che respiri e che ti
colora scarpe e vestiti.
Ad Alì, la città sta stretta. Frequenta l’università ed insegna alla scuola secondaria;
vorrebbe andarsene dal suo Paese, che non gli offre possibilità di crescere professionalmente.
Ma per emigrare, oltre ai soldi, ci vogliono i documenti, e ben pochi sudanesi
hanno il passaporto. Khartoum è una città complessa, di quelle che sfuggono alle
classificazioni e alle semplificazioni. In questo è la degna capitale del Sudan,
e della sua gente. Quando pensi di averla capita, ti sorprende di nuovo e ti costringe
e rimettere tutto in discussione.
Lo skyline di Khartoum è scandito da edifici bassi e case di due-tre piani, tra
cui spiccano numerosi e slanciati minareti. Di sera vengono illuminati da luci
al neon che fanno sembrare la capitale un incrocio tra un parco giochi anni Cinquanta
e la versione africana di Las Vegas. Di giorno, invece, le moschee danno una sensazione
di stabilità nel caos urbano, sono dei punti di riferimento ben precisi. Chi si
muove per la prima volta a Khartoum può orientarsi grazie ai minareti.

Afaf mi guarda come se fossi un bambino ingenuo. Le mie domande sul Corano le
strappano un sorriso tenero, di chi con pazienza spiega cose scontate. E si stupisce
che per me non sia lo stesso, è tutto così semplice ai suoi occhi.
A Khartoum le ragazze sono quasi tutte coperte. Chiedo a Fatma perché non porta
quella bella camicia senza maglia sotto. “Si vede il polso” mi dice. Fatma è allegra
e caparbia. Giriamo per negozi alla ricerca di giocattoli per i bambini del Salam
Centre, contratta con tutti, gli uomini cedono uno ad uno davanti alla sua parlantina.
Leyla un giorno ci ha dato un passaggio in macchina. Occhiali a maschera, capelli
trattenuti da forcine, maglia stretta con maniche a tre-quarti, jeans. E’ così
diversa dalla maggior parte delle ragazze di Khartoum. “Sono tante ad essere come
lei” mi dice Amina, con il suo velo arancione. “Siete voi che vedete solo le altre.”
Ci sono donne che portano un velo colorato abbinato alla gonna lunga. Donne nascoste
dietro alla stoffa nera che le copre tutte, tranne gli occhi. Alcune indossano
anche i guanti e le calze. Ne incontriamo una in un ristorante. Il marito mangia,
lei si fa portare la cena in un sacchetto, lo sguardo basso. Ne incontriamo altre
due al luna park. Salgono sull’ottovolante, il velo si alza impertinente mentre
la giostra gira. I loro occhi incontrano i nostri. Sorridono divertite. Ci sono
donne al volante, donne che studiano, donne che lavorano.
Ci sono donne che attendono lo sposo promesso, che scelgono l’amore e girano
per la città sfiorandosi tra la gente. In questa città dove è vietato girare per
mano tra maschi e femmine, ma dove è ancora possibile innamorarsi.

C’è voglia di vita, a Khartoum. Di vivere ogni giorno. C’è energia., voglia di
stare bene.
Non sempre si può. Sono molti gli sfollati che vivono in città, la maggior parte
al campo profughi di Mayo. E’ un sovrapporsi di varia umanità: chi viene dal sud,
chi dal Ciad, chi dal Darfur, chi da altre parti del Sudan. Sono almeno 200mila.
La convivenza forzata non sempre è ben tollerata, non è facile andare d’accordo
quando il fattore comune è la miseria, lo sradicamento, la perdita.
E’ qui, alla clinica pediatrica di Emergency, tra tutti questi bambini che nonostante
tutto sorridono e giocano, che senti la prepotenza della vita che si fa avanti,
comunque.
Qui ho conosciuto Richard, infermiere. E’ di Juba, è cristiano. “Non troverò
mai un posto negli ospedali pubblici, a Khartoum. Ma non voglio rinunciare alla
mia fede, e mi piace aiutare questa gente.” Judith, anche lei della capitale del
sud, fa la donna delle pulizie. A Khartoum non si trova male, “ma penso ogni giorno
a Juba. E’ la mia città. Questo non è il mio posto, non è il mio Paese.” Ho incontrato
anche Nur, 28 anni e cinque figli. Viene dal Ciad, si è trasferita qui quando
era piccola, con i genitori. Ha sposato un ragazzo ciadiano che lavora in città
e alla sera torna a Mayo. “Non tornerò mai nel mio Paese, preferisco stare qui,
Khartoum ha dato lavoro prima a mio padre e ora a mio marito. Ci ha dato una possibilità.”
Khartoum è una città che svela a poco a poco le sue carte, che come un abile
giocatore sa bluffare e stupirti, puntando sulle sue contraddizioni.