23/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Interventi umanitari e operazioni militari: una differenza da mettere in chiaro
Lavoro in ospedaleManca una distinzione netta, agli occhi della popolazione irachena, fra operazioni militari e aiuti umanitari, che mette a rischio della vita il personale sanitario che lavora in Iraq: questa confusione preoccupa molto Médecins Sans Frontière
( MSF ), tanto da scriverlo a chiare lettere sia in un comunicato stampa sul sito francese sia in un articolo uscito sulla rivista britannica di medicina British Medical Journal .


Invece, un aiuto imparziale, senza nessun tipo di risvolto poltico o militare, è e deve continuare a essere il significato delle operazioni umanitarie svolte da numerose organizzazioni in tutti i Paesi in difficoltà, per guerre, povertà o altro. E questo è stato ribadito con forza da Médecins Sans Frontières, soprattutto dopo l’attentato alla sede della Croce Rossa a Baghdad, avvenuto il 27 settembre 2003. Come si può leggere nel comunicato stampa del giorno stesso dell’attentato, dove vi è la ferma condanna di quanto successo, già da diversi mesi il clima di violenza nel Paese rendeva difficile portare assistenza alla popolazione. Un secondo scritto , di quattro giorni dopo, sottolinea ancora una volta il significato degli aiuti umanitari: «Con questo comunicato, ci teniamo a ricordare che siamo attori dell’aiuto umanitario e non della guerra. La distribuzione imparziale e non discriminatoria, così come l’indipendenza rispetto a tutti i poteri e a tutte le forze politiche, economiche o religiose, sono i fondamenti della nostra azione».

Corsia d'ospedale L’attentato alla Croce Rossa ha messo in luce una situazione difficile per tutto lo staff umanitario, tanto che le diverse organizzazioni presenti sul posto hanno deciso, per la sicurezza stessa degli operatori, di spostare il personale, per la maggior parte in Giordania. Spiega Enrico Davoli, direttore di MSF Italia: «MSF è presente in Iraq, attualmente però solo con personale locale, poiché i volontari espatriati sono spostati per motivi di sicurezza, a causa del rischio concreto che oggi tutti gli operatori umanitari corrono in Iraq, precisamente dal giorno dell'attacco alla Croce Rossa Internazionale. L'intervento, comunque, continua. Oggi, il nostro personale volontario è temporaneamente dislocato ad Amman, in Giordania, da dove segue l'intervento umanitario in Sadr City, una zona periferica di Baghdad, la più povera e difficile, dove la popolazione ha scarse possibilità e accesso alle cure, e organizza l'invio di materiale allo staff iracheno, coordinandone le azioni. MSF supporta tre centri di salute primaria in quest’area, che è anche la più insicura e pericolosa, non controllata da nessuna forza dell’ordine, e quindi non raggiunta da altre organizzazioni umanitarie. L'obiettivo è proprio quello di soccorrere quella parte di popolazione più vulnerabile: minoranze etniche, poveri, abitanti di zone periferiche, non servite, disabili e così via».

Anche in altre zone dell’Iraq, vi sono organizzazioni umanitarie che cercano di continuare a prestare il loro aiuto. Racconta Carlo Garbagnati, vicepresidente di Emergency : «La nostra attività procede regolarmente (per quello che la parola può significare nel contesto) nella regione settentrionale (il Kurdistan iracheno); al di fuori di questa zona, è stata avviata a Karbala la costruzione di un Centro chirurgico. Questo perché in aprile, durante la guerra, abbiamo percorso il territorio iracheno per raggiungere Baghdad e recarvi una gran quantità di materiale medico e sanitario. Durante questo percorso, una tappa a Karbala ha dato origine alla conoscenza della situazione e a rapporti con le autorità del luogo (in effetti si tratta di autorità religiose sciite, le sole al momento in grado di avere qualche possibilità di orientare i comportamenti della popolazione). Questi rapporti sono poi approdati alla decisione di costruire in quella città un centro chirurgico, accanto all’esistente ospedale, che ne era sostanzialmente privo. A Karbala siamo tornati ripetutamente soprattutto per trasportare feriti da operare nel nostro centro chirurgico di Sulaimaniya. E da Sulaimaniya sono partiti alcuni carichi di carburante (in quei giorni irreperibile nella parte centrale e meridionale del paese) donati da Emergency e destinati ad alimentare i gruppi elettrogeni di ospedali».

Corsia d'ospedale Ma l’altro aspetto ricordato all’inizio, che preoccupa Médecins Sans Frontières, per il rischio che comporta per gli operatori sanitari, è proprio la possibile confusione nella popolazione civile fra ciò che è militare e politico e ciò che invece è aiuto umanitario. Secondo quanto riportato dal responsabile tedesco di MSF Ulrike von Pilar sulla rivista British Medical Journal, la vita di medici e infermieri che lavorano in Iraq sarebbe messa a rischio dalla decisione dei militari statunitensi di etichettare alcune loro attività come aiuto umanitario. «In Iraq, per esempio, soldati statunitensi guidano mezzi segnati come “Aiuto umanitario”. Questo porta a una confusione nella distinzione tra occupanti e organizzazioni di aiuto. La popolazione locale come può essere in grado di distinguere tra chi persegue interessi militari e chi vuole dare un aiuto indipendente?» si chiede Ulrike von Pilar, e ribadisce in proposito Enrico Davoli, di MSF Italia: «La situazione oggi in Iraq è esplosiva e pericolosissima per il principio umanitario. Il legare la presenza di organizzazioni umanitarie a questa guerra, è un argomento politico ripetuto nelle stesse dichiarazioni pubbliche delle massime autorità statunitensi e dei loro alleati. Pertanto è una confusione voluta e attuata in Iraq da queste amministrazioni. Ogni volta che i politici descrivono l'aiuto umanitario come uno strumento di politica estera o addirittura chiedono di schierarsi nei conflitti, la nostra indipendenza - dalla quale dipende la sicurezza del nostro staff e la possibilità di offrire assistenza a chi più ha bisogno - è ulteriormente intaccata».

L’atteggiamento denunciato sulle pagine del British Medical Journal preoccupa quindi i responsabili di MSF: «Questo comportamento svilisce preoccupantemente il vero principio dell'azione umanitaria: il fornire assistenza alle popolazioni in pericolo e che ne hanno urgente bisogno, senza condizioni e senza prendere parte al conflitto. Quindi, mette in serio dubbio l'imparzialità degli operatori umanitari, ostacola la corretta distribuzione degli aiuti e pone a rischio di vita i volontari stessi» afferma Enrico Davoli.

L’impressione riportata da MSF sulla confusione tra quanto vi è di militare e quanto di umanitario viene confermata anche dagli operatori di Emergency, come descrive Carlo Garbagnati: «Abbiamo interpellato in proposito il coordinatore del “Progetto Iraq” di Emergency. Per sua diretta constatazione può dirci di avere visto autobotti con la scritta “aiuti umanitari” interne a (ed evidentemente facenti parte di) colonne di mezzi militari. Altra certezza sua è che militari armatissimi hanno preso a muoversi su automezzi di colore bianco, che sono normalmente usati da Ong e che per quest’abitudine rivestono di fatto una funzione identificativa. Questi automezzi tuttavia, per quel che ha personalmente accertato, non recavano la scritta “aiuti umanitari”. L’impressione è che si intenda avallare l’equivoco senza esporsi a una documentabile accusa di falsità. Il risultato non è che si sia creata qualche maggior sicurezza per i militari mentre, in compenso, si sono prodotti maggiori pericoli per il personale delle Ong. Un effetto, questo, largamente favorito dalla categoria generica di “occidentale”, molto diffusa da coloro che propagandisticamente rappresentano il mondo come rigidamente e spicciamente diviso tra musulmani e nemici dell’Islam, tra arabi e antiarabi. Nella parte dell’Iraq nella quale Emergency non è conosciuta (ossia a sud del Kurdistan), un mezzo di Emergency, individuabile dalle scritte e dal logo, è stato minacciosamente bloccato da individui armati che, alla informazione di che cosa si trattasse (che cosa fosse Emergency, quale attività svolgesse, da quanto tempo) hanno risposto che italiani, americani, britannici, militari o “umanitari” erano tutti la stessa cosa. Che l’episodio non abbia avuto conseguenze non ne attenua la valenza come segnale».

Nel comunicato stampa di MSF francese e nell’intervista al resposabile tedesco vengono riportate anche, in questa commistione aiuti umanitari e intervento militare, le parole del Segretario di Stato USA Colin Powell che, alla domanda su cosa pensava di un eventuale ritiro degli operatori umanitari dall’Iraq, avrebbe risposto che la loro partenza sarebbe una vittoria per il terrorismo, un «ritornello già sentito nei discorsi e nelle dichiarazioni dei responsabili americani» scrivono sul comunicato francese.

Aggiunge Enrico Davoli: «Secondo gli Stati uniti, le due azioni (umanitaria e militare) sarebbero imprescindibili. D'altronde è ormai un antico "ritornello". Già Colin Powell menzionò le organizzazioni umanitarie americane come "force multipliers" dell'intervento delle forze alleate in Afghanistan. MSF denuncia ormai da anni la profonda illegitimità di tali abusi, come proprio in occasione degli aiuti alimentari in Afghanistan. L'aiuto umanitario è ormai, purtroppo parte di strategie militari. Questo è inaccettabile dal punto di vista etico, oltre al fatto che produce questo chiaro esempio di uno stato di confusione che mette in pericolo il lavoro umanitario». E’ d’accordo Carlo Garbagnati, che a proposito dell’affermazione di Colin Powell sottolinea: «Potrebbe essere vero, nel senso che la presenza di attività umanitarie, per quanto anche strumentalmente ricondotta a interpretazioni equivoche, per molti è una realtà nota da tempo che presenta un profilo dell’occidente diverso dall’inimicizia e dalla prepotenza».

Valeria Confalonieri


 

Categoria: Salute
Luogo: Iraq