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Manca una distinzione netta, agli occhi della popolazione irachena, fra
operazioni militari e aiuti umanitari, che mette a rischio della vita
il personale sanitario che lavora in Iraq: questa confusione preoccupa
molto Médecins Sans Frontière
Invece, un aiuto imparziale, senza nessun tipo di risvolto poltico o
militare, è e deve continuare a essere il significato delle operazioni
umanitarie svolte da numerose organizzazioni in tutti i Paesi in
difficoltà, per guerre, povertà o altro. E questo è stato ribadito con
forza da Médecins Sans Frontières, soprattutto dopo l’attentato alla
sede della Croce Rossa a Baghdad, avvenuto il 27 settembre 2003. Come
si può leggere nel comunicato stampa del giorno stesso dell’attentato,
dove vi è la ferma condanna di quanto successo, già da diversi mesi il
clima di violenza nel Paese rendeva difficile portare assistenza alla
popolazione. Un secondo scritto , di quattro giorni dopo, sottolinea
ancora una volta il significato degli aiuti umanitari: «Con questo
comunicato, ci teniamo a ricordare che siamo attori dell’aiuto
umanitario e non della guerra. La distribuzione imparziale e non
discriminatoria, così come l’indipendenza rispetto a tutti i poteri e a
tutte le forze politiche, economiche o religiose, sono i fondamenti
della nostra azione».
L’attentato alla Croce Rossa ha messo in luce una situazione difficile
per tutto lo staff umanitario, tanto che le diverse organizzazioni
presenti sul posto hanno deciso, per la sicurezza stessa degli
operatori, di spostare il personale, per la maggior parte in Giordania.
Spiega Enrico Davoli, direttore di MSF Italia: «MSF è presente in Iraq,
attualmente però solo con personale locale, poiché i volontari
espatriati sono spostati per motivi di sicurezza, a causa del rischio
concreto che oggi tutti gli operatori umanitari corrono in Iraq,
precisamente dal giorno dell'attacco alla Croce Rossa Internazionale.
L'intervento, comunque, continua. Oggi, il nostro personale volontario
è temporaneamente dislocato ad Amman, in Giordania, da dove segue
l'intervento umanitario in Sadr City, una zona periferica di Baghdad,
la più povera e difficile, dove la popolazione ha scarse possibilità e
accesso alle cure, e organizza l'invio di materiale allo staff
iracheno, coordinandone le azioni. MSF supporta tre centri di salute
primaria in quest’area, che è anche la più insicura e pericolosa, non
controllata da nessuna forza dell’ordine, e quindi non raggiunta da
altre organizzazioni umanitarie. L'obiettivo è proprio quello di
soccorrere quella parte di popolazione più vulnerabile: minoranze
etniche, poveri, abitanti di zone periferiche, non servite, disabili e
così via».
Anche in altre zone dell’Iraq, vi sono organizzazioni umanitarie che
cercano di continuare a prestare il loro aiuto. Racconta Carlo
Garbagnati, vicepresidente di Emergency : «La nostra attività procede
regolarmente (per quello che la parola può significare nel contesto)
nella regione settentrionale (il Kurdistan iracheno); al di fuori di
questa zona, è stata avviata a Karbala la costruzione di un Centro
chirurgico. Questo perché in aprile, durante la guerra, abbiamo
percorso il territorio iracheno per raggiungere Baghdad e recarvi una
gran quantità di materiale medico e sanitario. Durante questo percorso,
una tappa a Karbala ha dato origine alla conoscenza della situazione e
a rapporti con le autorità del luogo (in effetti si tratta di autorità
religiose sciite, le sole al momento in grado di avere qualche
possibilità di orientare i comportamenti della popolazione). Questi
rapporti sono poi approdati alla decisione di costruire in quella città
un centro chirurgico, accanto all’esistente ospedale, che ne era
sostanzialmente privo. A Karbala siamo tornati ripetutamente
soprattutto per trasportare feriti da operare nel nostro centro
chirurgico di Sulaimaniya. E da Sulaimaniya sono partiti alcuni carichi
di carburante (in quei giorni irreperibile nella parte centrale e
meridionale del paese) donati da Emergency e destinati ad alimentare i
gruppi elettrogeni di ospedali».
Ma l’altro aspetto ricordato all’inizio, che preoccupa Médecins Sans
Frontières, per il rischio che comporta per gli operatori sanitari, è
proprio la possibile confusione nella popolazione civile fra ciò che è
militare e politico e ciò che invece è aiuto umanitario. Secondo quanto
riportato dal responsabile tedesco di MSF Ulrike von Pilar sulla
rivista British Medical Journal, la vita di medici e infermieri che
lavorano in Iraq sarebbe messa a rischio dalla decisione dei militari
statunitensi di etichettare alcune loro attività come aiuto umanitario.
«In Iraq, per esempio, soldati statunitensi guidano mezzi segnati come
“Aiuto umanitario”. Questo porta a una confusione nella distinzione tra
occupanti e organizzazioni di aiuto. La popolazione locale come può
essere in grado di distinguere tra chi persegue interessi militari e
chi vuole dare un aiuto indipendente?» si chiede Ulrike von Pilar, e
ribadisce in proposito Enrico Davoli, di MSF Italia: «La situazione
oggi in Iraq è esplosiva e pericolosissima per il principio umanitario.
Il legare la presenza di organizzazioni umanitarie a questa guerra, è
un argomento politico ripetuto nelle stesse dichiarazioni pubbliche
delle massime autorità statunitensi e dei loro alleati. Pertanto è una
confusione voluta e attuata in Iraq da queste amministrazioni. Ogni
volta che i politici descrivono l'aiuto umanitario come uno strumento
di politica estera o addirittura chiedono di schierarsi nei conflitti,
la nostra indipendenza - dalla quale dipende la sicurezza del nostro
staff e la possibilità di offrire assistenza a chi più ha bisogno - è
ulteriormente intaccata».
L’atteggiamento denunciato sulle pagine del British Medical Journal
preoccupa quindi i responsabili di MSF: «Questo comportamento svilisce
preoccupantemente il vero principio dell'azione umanitaria: il fornire
assistenza alle popolazioni in pericolo e che ne hanno urgente bisogno,
senza condizioni e senza prendere parte al conflitto. Quindi, mette in
serio dubbio l'imparzialità degli operatori umanitari, ostacola la
corretta distribuzione degli aiuti e pone a rischio di vita i volontari
stessi» afferma Enrico Davoli.
L’impressione riportata da MSF sulla confusione tra quanto vi è di
militare e quanto di umanitario viene confermata anche dagli operatori
di Emergency, come descrive Carlo Garbagnati: «Abbiamo interpellato in
proposito il coordinatore del “Progetto Iraq” di Emergency. Per sua
diretta constatazione può dirci di avere visto autobotti con la scritta
“aiuti umanitari” interne a (ed evidentemente facenti parte di) colonne
di mezzi militari. Altra certezza sua è che militari armatissimi hanno
preso a muoversi su automezzi di colore bianco, che sono normalmente
usati da Ong e che per quest’abitudine rivestono di fatto una funzione
identificativa. Questi automezzi tuttavia, per quel che ha
personalmente accertato, non recavano la scritta “aiuti umanitari”.
L’impressione è che si intenda avallare l’equivoco senza esporsi a una
documentabile accusa di falsità. Il risultato non è che si sia creata
qualche maggior sicurezza per i militari mentre, in compenso, si sono
prodotti maggiori pericoli per il personale delle Ong. Un effetto,
questo, largamente favorito dalla categoria generica di “occidentale”,
molto diffusa da coloro che propagandisticamente rappresentano il mondo
come rigidamente e spicciamente diviso tra musulmani e nemici
dell’Islam, tra arabi e antiarabi. Nella parte dell’Iraq nella quale
Emergency non è conosciuta (ossia a sud del Kurdistan), un mezzo di
Emergency, individuabile dalle scritte e dal logo, è stato
minacciosamente bloccato da individui armati che, alla informazione di
che cosa si trattasse (che cosa fosse Emergency, quale attività
svolgesse, da quanto tempo) hanno risposto che italiani, americani,
britannici, militari o “umanitari” erano tutti la stessa cosa. Che
l’episodio non abbia avuto conseguenze non ne attenua la valenza come
segnale».
Nel comunicato stampa di MSF francese e nell’intervista al resposabile
tedesco vengono riportate anche, in questa commistione aiuti umanitari
e intervento militare, le parole del Segretario di Stato USA Colin
Powell che, alla domanda su cosa pensava di un eventuale ritiro degli
operatori umanitari dall’Iraq, avrebbe risposto che la loro partenza
sarebbe una vittoria per il terrorismo, un «ritornello già sentito nei
discorsi e nelle dichiarazioni dei responsabili americani» scrivono sul
comunicato francese.
Aggiunge Enrico Davoli: «Secondo gli Stati uniti, le due azioni
(umanitaria e militare) sarebbero imprescindibili. D'altronde è ormai
un antico "ritornello". Già Colin Powell menzionò le organizzazioni
umanitarie americane come "force multipliers" dell'intervento delle
forze alleate in Afghanistan. MSF denuncia ormai da anni la profonda
illegitimità di tali abusi, come proprio in occasione degli aiuti
alimentari in Afghanistan. L'aiuto umanitario è ormai, purtroppo parte
di strategie militari. Questo è inaccettabile dal punto di vista etico,
oltre al fatto che produce questo chiaro esempio di uno stato di
confusione che mette in pericolo il lavoro umanitario». E’ d’accordo
Carlo Garbagnati, che a proposito dell’affermazione di Colin Powell
sottolinea: «Potrebbe essere vero, nel senso che la presenza di
attività umanitarie, per quanto anche strumentalmente ricondotta a
interpretazioni equivoche, per molti è una realtà nota da tempo che
presenta un profilo dell’occidente diverso dall’inimicizia e dalla
prepotenza».