05/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa sono stanchi di Musharraf. Ma sono indecisi sull’alternativa
Gli investigatori di Scoltland Yard sono arrivati in Pakistan per fare luce sull’assassinio di Benazir Bhutto. Gli Sherlock Holmes venuti da Londra potranno forse smascherare le menzogne del governo pachistano sulla dinamica dell’attentato, sull’arma del delitto. Ma più di questo non potranno fare perché avranno le mani legate da quegli stessi servizi segreti di Musharraf che tutti i pachistani ritengono i mandanti dell’omicidio. Un idea che, giudicando dagli editoriali apparsi in questi giorni sulla stampa Usa, è sempre più condivisa anche a Washington e dintorni, dove si sta facendo strada l’ipotesi di scaricare definitivamente l’imbarazzante generale e i suoi sempre più pericolosi e ostili servizi segreti. Un ‘nuovo corso’ pachistano senza più Musharraf, ritenuto ormai incapace di raddrizzare una situazione che rischia di sfuggire di mano. Ipotesi ideale sulla carta, ma assai rischiosa da attuare. Soprattutto se Musharraf truccherà le elezioni del 18 febbraio.
 
Musharraf“E’ ora di essere duri”. E’ il titolo di un editoriale di Peter W. Galbraith apparso sul Washington Post di giovedì. “E’ ora di smettere di trattare Musharraf come un alleato, cosa che non risponde a realtà. Gli Stati Uniti dovrebbero considerarlo per quello che è: un problema di sicurezza nazionale. Basta fare i finti tonti: bisogna essere duri. Negli ultimi anni i servizi segreti dell’Isi e i vertici militari pachistani hanno portato avanti la loro agenda antiamericana in aperto contrasto con la politica estera ufficiale di Islamabad. Hanno sostenuto i talebani in Afghanistan, hanno mantenuto contatti con Al Qaeda e hanno venduto tecnologia nucleare a tutti i nemici dell’America, dall’Iran alla Corea del Nord. Non è assolutamente plausibile che Musharraf sia all'oscuro di tutto questo. L’Isi, diventata una bastione antioccidentale e antidemocratico, va ripulita, o meglio, abolita”.
In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno sullo stesso prestigioso quotidiano, Robin Wright e Glenn Kessler mettono in risalto le raccomandazioni dell’istituto International Crisis Group, secondo il quale “la stabilità del Pakistan e la sua partecipazione alla guerra contro il terrorismo richiedono una rapida transizione a un legittimo governo civile, il che deve implicare l’uscita di scena di Musharraf, i cui continui sforzi di rimanere al potere a ogni costo sono divenuti incompatibili con la riconciliazione nazionale”.
 
ZardariUn Pakistan senza Musharraf? L’ipotesi della ‘coabitazione’ sostenuta da Washington fino all’assassinio della Bhutto (lei a capo di un “legittimo governo civile” e Musharraf presidente) pare quindi lasciare il posto a un quadro che prevede la completa uscita di scena di Musharraf e dei suoi alleati nell’esercito e nei servizi segreti. Il rischio è che il generale e i suoi potenti amici decidano di resistere, sfidando il paese, il nuovo parlamento e il governo, il che significherebbe un colpo di Stato e una guerra civile.
Tutto dipende da come andranno le elezioni e da chi diventerà primo ministro.
Secondo Hassan Abbas, ex politico pachistano oggi ricercatore ed Harvard, ha dichiarato ad Asia Times Online che le elezioni del 18 febbraio, se saranno regolari, dovrebbero avere il seguente esito: oltre il 50 percento al partito della Bhutto (Ppp), circa il 20 percento a quello di Nawaz Sharif (Pml-N) e non più del 10 percento al partito di Musharraf. “Se il partito di governo prenderà più di 25 seggi su 272 vorrà dire che il voto è stato truccato”, sostiene Abbas. In questo caso, come ha detto ieri il vedovo della Bhutto, Asif Zardari, esploderà di nuovo la protesta.
Se tutto andasse liscio, i due partiti d’opposizione avrebbero la forza sufficiente per formare un governo di coalizione, escludendo del tutto le forze che sostengono Musharraf.
 
SharifUn governo guidato da chi? Asif Zardari, reggente del Ppp, gode di scarsissima fiducia per la sua fama di uomo dissoluto e corrotto. L’alternativa sarebbe l’ex premier Nawaz Sharif, molto stimato in patria ma ritenuto inaffidabile dagli Stati Uniti per il suo islamismo.
Ma, sempre stando alla stampa Usa, forse qualcosa sa cambiando.
Scriveva venerdì Emily Wax, sempre su Washington Post: “Sharif è molto popolare tra i musulmani osservanti pachistani ed è rispettato dai militari per aver dato al Pakistan la bomba atomica. L’amministrazione Bush non si fida di Sharif perché lo ritiene legato all’estremismo islamico. Ma giovedì l’ambasciata Usa a Islamabad lo ha convocato per un colloquio, segno che qualcosa è cambiato. Gli analisti pachistani ritengono che la percezione americana di Sharif sia semplicistica e fuorviante, e che le sue connessioni con gli ambienti islamici e con l’esercito potrebbero invece tornare molto utili”.
Sharif è oggi l’unico personaggio politico di peso rimasto in Pakistan a godere di un ampio consenso popolare – soprattutto dopo le sue recenti prese di posizione sulla libertà di stampa, sull’autonomia dei giudici, sullo stato di diritto e dopo il cordoglio personale mostrato per la morte della Bhutto – e al contempo l’unico a poter dialogare con gli estremisti islamici delle aree tribali e con i vertici dell’esercito pachistano, escluso Misharraf che lui odia personalmente e con il quale – contrariante alla Bhutto – non ha mai voluto trattare. Questo lo renderebbe adatto a guidare un dopo-Musharraf gestendo sia le resistenze degli ambienti militari, sia la minaccia della guerriglia islamica.
 

Enrico Piovesana

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità