Gli Usa sono stanchi di Musharraf. Ma sono indecisi sull’alternativa
Gli investigatori di Scoltland Yard sono arrivati in Pakistan
per fare luce sull’assassinio di Benazir Bhutto. Gli Sherlock Holmes venuti da
Londra potranno forse smascherare le menzogne del governo pachistano sulla
dinamica dell’attentato, sull’arma del delitto. Ma più di questo non potranno
fare perché avranno le mani legate da quegli stessi servizi segreti di
Musharraf che tutti i pachistani ritengono i mandanti dell’omicidio. Un idea
che, giudicando dagli editoriali apparsi in questi giorni sulla stampa Usa, è
sempre
più condivisa anche a Washington e dintorni, dove si sta facendo strada
l’ipotesi di scaricare definitivamente l’imbarazzante generale e i suoi sempre
più pericolosi e ostili servizi segreti. Un ‘nuovo corso’ pachistano senza più
Musharraf, ritenuto ormai incapace di raddrizzare una situazione che rischia di
sfuggire di mano. Ipotesi ideale sulla carta, ma assai rischiosa da attuare.
Soprattutto se Musharraf truccherà le elezioni del 18 febbraio.
“E’ ora di essere
duri”. E’ il titolo di un editoriale di Peter W. Galbraith apparso sul
Washington Post di giovedì. “E’ ora di
smettere di trattare Musharraf come un alleato, cosa che non risponde a realtà.
Gli Stati Uniti dovrebbero considerarlo per quello che è: un problema di
sicurezza nazionale. Basta fare i finti tonti: bisogna essere duri. Negli
ultimi anni i servizi segreti dell’Isi e i vertici militari pachistani hanno
portato avanti la loro agenda antiamericana in aperto contrasto con la politica
estera ufficiale di Islamabad. Hanno sostenuto i talebani in Afghanistan, hanno
mantenuto contatti con Al Qaeda e hanno venduto tecnologia nucleare a tutti i
nemici dell’America, dall’Iran alla Corea del Nord. Non è assolutamente plausibile
che Musharraf sia all'oscuro di tutto questo. L’Isi, diventata una bastione
antioccidentale e antidemocratico, va ripulita, o meglio, abolita”.
In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno sullo
stesso prestigioso quotidiano, Robin Wright e Glenn Kessler mettono in risalto
le raccomandazioni dell’istituto International
Crisis Group, secondo il quale “la stabilità del Pakistan e la sua
partecipazione alla guerra contro il terrorismo richiedono una rapida
transizione a un legittimo governo civile, il che deve implicare l’uscita di
scena di Musharraf, i cui continui sforzi di rimanere al potere a ogni costo
sono divenuti incompatibili con la riconciliazione nazionale”.
Un Pakistan senza Musharraf?
L’ipotesi della ‘coabitazione’ sostenuta da Washington fino all’assassinio
della Bhutto (lei a capo di un “legittimo governo civile” e Musharraf presidente)
pare quindi lasciare il posto a un quadro che prevede la completa uscita di
scena di Musharraf e dei suoi alleati nell’esercito e nei servizi segreti. Il
rischio è che il generale e i suoi potenti amici decidano di resistere,
sfidando il paese, il nuovo parlamento e il governo, il che significherebbe un
colpo di Stato e una guerra civile.
Tutto dipende da come andranno le elezioni e da chi
diventerà primo ministro.
Secondo Hassan Abbas, ex politico pachistano oggi ricercatore
ed Harvard, ha dichiarato ad Asia Times
Online che le elezioni del 18 febbraio, se saranno regolari, dovrebbero avere
il seguente esito: oltre il 50 percento al partito della Bhutto (Ppp), circa il
20 percento a quello di Nawaz Sharif (Pml-N) e non più del 10 percento al
partito di Musharraf. “Se il partito di governo prenderà più di 25 seggi su 272
vorrà dire che il voto è stato truccato”, sostiene Abbas. In questo caso, come
ha detto ieri il vedovo della Bhutto, Asif Zardari, esploderà di nuovo la
protesta.
Se tutto andasse liscio, i due partiti d’opposizione avrebbero
la forza sufficiente per formare un governo di coalizione, escludendo del tutto
le forze che sostengono Musharraf.
Un governo guidato da
chi? Asif Zardari, reggente del Ppp, gode di scarsissima fiducia per la sua
fama di uomo dissoluto e corrotto. L’alternativa sarebbe l’ex premier Nawaz
Sharif, molto stimato in patria ma ritenuto inaffidabile dagli Stati Uniti per
il suo islamismo.
Ma, sempre stando alla stampa Usa, forse qualcosa sa
cambiando.
Scriveva venerdì Emily Wax, sempre su Washington Post: “Sharif è molto popolare tra i musulmani
osservanti pachistani ed è rispettato dai militari per aver dato al Pakistan la
bomba atomica. L’amministrazione Bush non si fida di Sharif perché lo ritiene
legato
all’estremismo islamico. Ma giovedì l’ambasciata Usa a Islamabad lo ha
convocato per un colloquio, segno che qualcosa è cambiato. Gli analisti
pachistani ritengono che la percezione americana di Sharif sia semplicistica e
fuorviante, e che le sue connessioni con gli ambienti islamici e con l’esercito
potrebbero invece tornare molto utili”.
Sharif è oggi l’unico personaggio politico di peso rimasto
in Pakistan a godere di un ampio consenso popolare – soprattutto dopo le sue
recenti prese di posizione sulla libertà di stampa, sull’autonomia dei giudici,
sullo stato di diritto e dopo il cordoglio personale mostrato per la morte
della Bhutto – e al contempo l’unico a poter dialogare con gli estremisti
islamici delle aree tribali e con i vertici dell’esercito pachistano, escluso
Misharraf che lui odia personalmente e con il quale – contrariante alla Bhutto
– non ha mai voluto trattare. Questo lo renderebbe adatto a guidare un
dopo-Musharraf gestendo sia le resistenze degli ambienti militari, sia la
minaccia della guerriglia islamica.